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Sul feticcio del nazionalismo bianco

di Fabrizio Tonello

«Questo monumento non sarà mai sconsacrato, questi eroi non saranno mai sfigurati!» ha tuonato Donald Trump nella telegenica cornice del monte Rushmore in South Dakota a beneficio dei suoi sostenitori, tutti rigorosamente bianchi e senza mascherine, anch’esse diventate un simbolo della guerra culturale in corso attorno al peccato originale degli Stati Uniti: la schiavitù. Trump non ha parlato del Coronavirus, che ha ucciso più di 132.000 americani e sembra contagiare ogni giorno altre migliaia di cittadini, ma la folla non sembrava preoccuparsi.

Le quattro immense facce realizzate dallo scultore Gutzon Borglum sulla montagna rappresentano George Washington, Thomas Jefferson, Abraham Lincoln e Theodore Roosevelt e naturalmente Trump sa benissimo che fino ad oggi nessuno ha proposto di cancellare la memoria di questi quattro presidenti dalla storia americana, benché i primi due fossero proprietari di schiavi (senza stati d’animo Washington, con molte contraddizioni Jefferson).

Il meeting di Trump offre però l’occasione di riflettere su cosa accadde dopo la guerra di Secessione e su come il Sud perse la guerra ma vinse non solo la pace (le élite razziste tornarono al potere per cent’anni dopo la resa di Robert Lee) ma anche la battaglia della memoria: i due film più celebri e di successo della prima metà del XX secolo furono Nascita di una nazione, di David W. Griffith (un’esaltazione del Ku Klux Klan) e Via col Vento di Victor Fleming, la celebre storia d’amore e guerra che creò il mito della «nobile causa» sudista.

La battaglia della memoria è tutt’altro che folcloristica: a Richmond la statua del generale ribelle Robert Lee rimane al suo posto (difeso dai proprietari del vicinato che temono un deprezzamento delle loro case se fosse rimossa) mentre altre centinaia di monumenti a generali sudisti rimangono al loro posto. Soltanto mercoledì scorso, 155 anni dopo la fine della guerra, lo stato del Mississippi ha deciso di rimuovere i simboli della Confederazione dalla sua bandiera.

La storia del monte Rushmore (familiare ai cinefili italiani attraverso le immagini del film di Hitchcock Intrigo internazionale) è particolarmente istruttiva. Furono le United Daughters of the Confederacy, un’associazione nata per celebrare i «valori» del Sud a cercare lo scultore Gutzon Borglum per un monumento ai generali confederati sulla Stone Mountain in Georgia, nel 1915. Il gigantesco bassorilievo, alto quasi 600 metri, è ancora lì, a pochi chilometri da Atlanta.

Subito dopo Borglum, molto legato all’organizzazione razzista e antisemita Ku Klux Klan, ricevette l’incarico per il monumento del monte Rushmore, a cui si dedicò dal 1927 fino al 1941.

Da allora i quattro presidenti scolpiti nella roccia sono diventati un feticcio del nazionalismo bianco, nonostante le proteste dei nativi americani che protestano per il furto delle loro terre in South Dakota: le Black Hills erano state concesse «in perpetuità» ai Sioux da un trattato del 1868, trattato violato pochi anni dopo quando fu scoperto l’oro nella zona. Più che offensivo per gli afroamericani, quindi, Rushmore è un simbolo dello sterminio degli indiani d’America.

Se Trump ha organizzato il suo secondo meeting della campagna elettorale proprio lì non è per difendere la memoria di Washington, Jefferson, Lincoln e Roosevelt, che non ne hanno affatto bisogno: l’arrogante affermazione «Non cancelleremo nulla della nostra storia» ha il solo scopo di ricompattare la sua base elettorale di maschi bianchi, che dopo quattro anni di fallimenti e promesse mancate comincia a dubitare di lui.

Si tratta di usare la guerra culturale avviata dopo i ripetuti episodi di violenza poliziesca, razzismo, ingiustizia e disuguaglianza per far dimenticare la disastrosa gestione dell’epidemia e, soprattuto, le incredibili dimensioni prese dalla disoccupazione, che in soli tre mesi ha coinvolto oltre 40 milioni di americani.

Come ha scritto Enzo Traverso, molti americani (e molti italiani) «sono abbastanza orgogliosi delle statue dei generali confederati, dei mercanti di schiavi, dei re genocidi, degli architetti legali della supremazia bianca e dei propagandisti del colonialismo fascista che costituiscono l’eredità patrimoniale delle società occidentali».

Approfittando del distorto e antidemocratico sistema elettorale degli Stati Uniti, Trump spera in una mobilitazione degli elettori repubblicani sufficiente per rubare un’altra vittoria di minoranza come quella del 2016.

Per il momento, i sondaggi lo danno largamente perdente contro il candidato democratico Joe Biden, che sarebbe in vantaggio con il 50% contro il 36% ma le elezioni presidenziali in questo paese sono aperte ad ogni sorpresa fino a che l’ultima scheda non è stata contata, e anche dopo, se guardiamo ai conteggi in Florida nel 2000 che diedero la presidenza a George W. Bush.

Questo articolo è stato pubblicato su Il manifesto il 5 luglio 2020

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