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Diari dal Presente: il teatro alla prova della pandemia globale

di Silvia Napoli

Mentre scrivo queste brevi, per forza di cose approssimative, giungono notizie allarmanti sulla ripresa un po’ ovunque in Europa di focolai epidemici del famigerato Covid 2019.

E anche i nostri territori, presi nella forbice tra tutela e ripresa, porgono il fianco al rischio e alla fragilità connaturati ad una situazione globalmente instabile, ormai talmente interconnessa da rendere questo nostro mondo davvero molto piccolo e potenzialmente pericoloso in una modalità piuttosto inedita, tanto da assomigliare alle distopie di certi fantasy in voga.

In questo scenario incerto, pieno di cocci e rovine del nostro iperconsumo, si è molto sollevata – in verità più a livello di dibattito di nicchia che di questione costitutiva di una realtà da rileggere e riplasmare – la questione dell’Arte, della performatività nello spazio pubblico, talvolta persino della condizione economica, umana ed esistenziale dei cosiddetti lavoratori dello spettacolo.

Per la verità, sono in pochissimi ad essersi chiesti come ricostruire di nuovo una community di corpi e menti in presenza, tutti presi dallo stabilire capienze, distanze, misure precauzionali, come del resto è doveroso che sia, in modo da garantire tutele generali e agibilità in sicurezza.

Ma quali contenuti veicolare ad un variegato insieme di spettatori partecipi che si potrebbe a buon diritto definire come seguaci fedeli di un culto laico, resta da vedere, posto che dopo la scorpacciata di riprese, allestimenti, letture in streaming, la rappresentazione possibile sembra oggi quella dell’esserci in sé e del perché si sceglie di farlo.

Ci sono poi compagini, gruppi teatrali che hanno fatto di questo esserci e stare con gli altri e in mezzo agli altri una materia viva identitaria e parzialmente biografica.

Si è ad esempio molto parlato a proposito di Kepler 452, del loro personale “stare sul pezzo”, aggredire la cronaca bruciante, i giorni del nostro scontento scegliendo una particolare modalità di mediare la rappresentazione di quello che è letteralmente l’ob-sceno, ciò che per definizione sta solitamente fuori dalla scena. Cosi tutto sommato avviene nel fortunatissimo Giardino dei Ciliegi, dove la coppia di autentici sfrattati, si fa corpo sociale sofferente prendendo a prestito il languoroso contesto cecoviano, vero antesignano dell’inverno di tutti i nostri scontenti…o, decisamente succede infine come colpo di teatro, quando ci viene mostrato F, lo stralunato protagonista nero di Perdere le cose, emblematica incarnazione di un disagio migrante della nostra Umanità, perduta, forse o forse ancora no, in favore di una liberissima, incontrollabile e oscenissima circolazione delle merci.

Ora, la sfida più difficile di tutte, cui i nostri giovani autori, Borghesi, Baraldi, Aiello già propulsori di appassionate prese di posizione radicali e fuori dal coro durante il lockdown corse sui social, non si sottraggono, anzi impattano con baldanza kamikaze, è quella di stabilire intanto che è Storia quanto ci ha appena travolti, che non è tuttavia Storia che, nonostante la pregnanza di fattori prescrittivo-coercitivi che l’hanno fino ad un certo momento caratterizzata, sia da attendersi digerita elaborata e scritta sui manuali in una lettura come spesso accade che vedrebbe trionfare un certo determinismo del Potere, ma sia invece possibile scriverla adesso, senza filtri e senza censure, soprattutto dalla parte dei più, dei tanti, dei noi, che non siamo né nelle stanze dei bottoni o dei laboratori top secret, né negli i ormai favolistici mercati orientali degli animali.

Noi, cittadini ragionevolmente bianchi, occidentali, borghesi or something in varie gradazioni di-vorrei-ma-non-posso che vengono puntigliosamente sondate durante lo spettacolo, o meglio l’evento.

Si intitola infatti il Primo giorno possibile, questa sorta di instant screen play di comunità che si svolge come un happening, ma in verità non lo è, piuttosto è un format in realtà trasferibile e trasformabile, un modulo tanto discusso e pensato, sufficientemente flessibile da potersi emendare in corsa da incertezze, ingenuità, buonismi, ridondanze e da poter assumere connotazioni diverse rispetto ai diversi spazi pubblici, le diverse comunità i diversi momenti di svolgimento della giornata.

In realtà, ci spiega Nicola Borghesi, apprendista stregone della performance collettiva, questo per noi è un esempio di lapsus urbano, ovvero quella formulazione con la quale noi designamo percorsi urbani partecipati, destinati a un pubblico disposto a farsi complice di scoperte e serendipity varie, relative all’ambiente e al costume antropologico. Soltanto che i lapsus sono legati ad un essere, uno stare, in certi posti precisi che hanno una storia che noi vogliamo sondare e rinominare. Qui si tratta invece di un luogo astratto di clausura, di isolamento, non facilmente connotabile e collocabile, che per contrasto al fatto di essere una sorta di state of mind, noi scegliamo di posizionare nelle piazze, cioè l’antitesi dello spazio privato, o meglio, la resa plastica dell’antitesi pubblico-privato.

Confidiamo anche in maniera un tantino spudorata che non ci venga chiesto un pensiero particolarmente alto e strutturato su tutta la questione e le sue conseguenze e neppure un giudizio di merito su questo o quel comportamento, proprio perché il canovaccio nasce nell’immediatezza degli eventi e nelle infinite discussioni tra noi di quei giorni quarentenati. Nella pratica, Nicola-arbitro con tanto di fischietto detta alla quarantina di partecipanti ammessi le regole di un gioco che prevede l’uso obbligato della mascherina e il distanziamento, ma anche la risposta in automatismo a stimoli, suggerimenti, suggestioni, domande variamente scabrose che richiedono non tanto una verbalizzazione, quanto il posizionarsi nello spazio per presunti gruppi di appartenenza.

Ed ecco cosi che si delineano le vere distanze sociali tra chi ha una casa, un reddito certo, magari in fascia medio alta, almeno un affetto stabile e chi invece tutto il contrario o si trova comunque dopo la pandemia a dover fare i conti con una o più di queste mancanze. Si ride ogni tanto, durante la rappresentazione dei propri buffi inciampi per esempio in tema di orienteering rispetto ai punti cardinali della piazza, ci si trova titubanti a collocarsi nelle varie fasce di reddito e le repliche sono state cartina di tornasole di diverse cose. Intanto lo spettacolo è stato concepito soprattutto pensando a Castelmaggiore, dato che nasce sotto l’egida della stagione Agorà e la cura di Elena di Gioia e naturalmente l’effetto complessivo li era diverso, a sottolineare più che una volontà sociologico-conoscitiva, una sorta di rituale collettivo, tra l’altro nessuna replica era li prevista in notturna inizialmente, mentre Bologna e piazza maggiore di notte rendevano per esempio l’insieme come una sorta di appuntamento al buio con le differenze e disparità.

Moltissimi partecipanti, dato che il termine spettatore è assolutamente fuorviante in questo tipo di esperienza mi hanno confidato, chiosa Nicola, di aver percepito un senso di liberazione in diversi momenti, magari quelli in cui su mimano gesti di biasimo o risoluzioni violente dei conflitti.

Via via il tono però si fa sempre più drammatico e, in qualche modo, filosofico quando viene affrontato il tabù del discorso sulla morte e si cerca di estrarne tutta la ferocia di casualità e illogicità. Sono momenti molto potenti che ci fanno sentire una vota di più e con più forza il peccato di hybris che l’uomo commette contro la natura quando pone in atto processi plasmativi in buona misura irreversibili e i cui effetti sono destinati a soverchiare di molto il nostro destino mortale. Il primo giorno possibile è l’umana commedia di un popolo monitorato, telecomandato, eterodiretto come ci suggeriscono le insinuanti richieste ricevute in cuffia cui nessuno si sottrae, che esce a riveder le stelle tentando un bilancio impossibile, una conciliazione disperata tra sentire individuale e necessità del collettivo, inteso come organismo sociale che risponde a logiche di sistema dunque al necessario riposizionarsi per il perpetuarsi. Almeno cosi amaramente lo ha inteso la sottoscritta in una palpitante serata di pioggia, collocandosi infine tra i pessimisti che stentano a intravvedere nel post una valenza ricostruttiva e riequilibrativa vera.

Per quanto riguarda Teatro delle Ariette, una pluridecennale realtà che se ne intende parecchio del fare comunità a teatro, con il teatro e anche utilizzando molto la pubblica piazza in senso proprio e figurato con la mission dichiarata di ricucire territori, portare le differenze a valore e raccontare storie a partire dalla propria continua autobiografia in progress, non ho ancora come tutti potuto vedere questo loro nuovo progetto estivo che si svolgerà nei 5 mercoledì del mese di luglio come da tradizione.

Ci eravamo abituati però come una sorta di community di fedelissimi a seguire un percorso itinerante nei comuni della Valsamoggia e grandi storie raccontate a puntate come un cuntu.

Ora invece la nuova realtà venuta a determinarsi ci obbligherà a recarci nei campi che circondano Maison Ariette e si annuncia anche sorprendente e il titolo del lavoro: E riapparvero gli animali e il fatto che sia praticamente la mise en espace di un testo contemporaneo e anche in questo caso scritto durante la pandemia. Esattamente il contrario di quanto avevo illazionato in prima battuta ipotizzando una riflessione in tutto casalinga in qualche modo dei benefici effetti del lockdown sulle specie animali.

Conosciamo da tempo l’autrice italo-francese Catherine Zamboni, che avrebbe dovuto partecipare a questo festival di Arras e invece non potendo venire e vivendosi come tutti la paranoia di questa improvvisa segregazione ha confezionato un testo che ci ha folgorato per la sua qualità dirimente, dialettica rispetto a diverse questioni che è poi quello che ci interessa veramente quando portiamo in scena qualcosa farsi tante domande, mettere in moto maggioranze e minoranze, far interagire persone e personaggi che tra loro la pensano molto diversamente. Il tema della maggioranze ancor quando silenziose che schiacciano le minoranze senza che vi sia neppure un accenno d dibattito è la cornice generale che oggi racchiude il senso del nostro lavoro: in questo caso lo decliniamo attraverso i paradossi di una favolaccia nera che racconta una fantasia distopica di sterminio degli animali, in quanto portatori di virus e malattie varie.

Paola Berselli (l’altra metà della coppia fondativa di questo gruppo di lavoro) sarà sola nel campo con la voce amplificata a dire questo testo che ci ha folgorati e che naturalmente vorremo dopo discutere con voi. Ci metteremo distanziati, ma in cerchio, in modalità assembleare per discutere di questo lockdown e di questa ripartenza. Noi siamo convinti ci vorrebbe più frugalità per affrontare questo difficile passaggio che ci attende, tuttavia i segnali non sono incoraggianti affatto, con questa volontà di far restare tutto com’era. Ma non è possibile tornare ad un illusorio prima e il testo ce ne parlerà puntualmente. Prenotatevi dunque perché anche in questo caso ci sarà un contingentamento degli spettatori. Ma è certo che sarà bellissimo ritrovarsi sotto le stelle della Valsamoggia con un testo nuovissimo, fin qui assolutamente inedito e tradotto per l’occasione.

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