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Perchè nessun telegiornale parla dei bombardamenti turchi nel sud del Kurdistan

di Laura Corradi

Perché nessun telegiornale parla dei bombardamenti turchi nel sud del Kurdistan?

A mezzanotte del 15 giugno, aerei da guerra turchi bombardano il Campo profughi di Makhmour – (uno dei luoghi che ho visitato durante i mesi di ottobre e novembre 2019) e l’ospedale Sherdesh a Sinijar, città degli Ezidi (https://www.fabianacioni.com/with-the-peacock-angel), oltre alle zone di Qandil, Zap, Xakurk e diverse località abitate da civili. Ancora non ci sono stime ufficiali di morti e feriti perché la zona è isolata.

Non è la prima volta che lo stato turco, in violazione delle leggi internazionali, attacca il popolo curdo che da secoli lotta per l’autonomia e la democrazia, nella convivenza con altri gruppi etnici e nel rispetto di tutte le religioni, con una Costituzione di genere ed ecologista, con prassi consolidate di confederalismo democratico.

Ma questa volta lo stato di Iraq e il governo regionale del Kurdistan iracheno hanno concesso l’uso del loro spazio aereo che era chiuso per coronavirus. Un tradimento doloroso che si può spiegare con il grande potere del petrolio: la Turchia è il principale acquirente dell’oro nero iracheno e condiziona pesantemente le scelte politiche anche nel nord Iraq, che pur essendo autonomo da vittoria referendaria, non ha mai sviluppato una economia autonoma che vada oltre alla vendita del petrolio allo stato turco, dal quale dipende per l’approvvigionamento di merci.

Come ci spiega un documento della ‘Associazione Verso il Kurdistan’

“E’ la terza volta, in pochi mesi, che il Campo di Makhmour viene attaccato dai bombardieri turchi, attacchi che si alternano a frequenti scorribande dell’ISIS, mentre è sotto embargo da quasi undici mesi e pure a rischio pandemico.

Non c’è limite alla sofferenza del popolo di Makhmour, costretto, negli anni 90, dall’esercito turco ad abbandonare le proprie case e i propri villaggi bombardati della regione del Botan e ad intraprendere un lungo viaggio, attraverso le montagne, che lo ha portato in Iraq, in una zona inospitale, in mezzo al deserto.

Come non c’è limite alla sofferenza del popolo ezida, ad opera delle bande nere di Daesh che, ad agosto del 2014, nei villaggi della zona di Sinijar, ha fatto oltre tremila tra morti e scomparsi, con circa cinquemila donne vendute come schiave sessuali sui mercati di Raqqa e Mosul”.

Si pone il problema del perché fatti così gravi non trovino spazio nei nostri telegiornali, ed è una questione politica legata al ruolo del governo turco, che minaccia l’Europa di fare entrare milioni di profughi, dei quali si starebbe occupando, ma sulle loro condizioni sappiamo poco, nonostante le ingenti somme di denaro che le istituzioni europee hanno incautamente devoluto al despota di Ankara; il quale foraggia i fondamentalisti dell’Isis in funzione anti-curda. Da un lato lo stato turco è parte integrante della Nato, dall’altra fa alleanze con i terroristi Daesh. Erdogan gioca ruoli diversi, cambiando identità a seconda della tavola a cui si siede: si propone come statista democratico che vuole portare la Turchia in Europa, e al contempo scommette su un progetto imperiale di tipo ‘neo-ottomano’ grazie al suo esercito potentissimo; nonostante le proteste delle organizzazioni dei diritti umani, le sue carceri sono piene di detenuti politici (quelli comuni li ha liberati per l’emergenza covid) e di parlamentari dell’opposizione, giornalisti, avvocati e sindaci che

si trovano dietro le sbarre mentre infuria una crisi economica profonda, con l’aumento dei suicidi di licenziati e disoccupati – intere famiglie – mentre vengono promosse politiche demografiche fasciste: gli assegni famigliari solo dal quarto figlio in poi, e le donne che comprano in farmacia la pillola anticoncezionale finiscono su una lista speciale.

Leggo un articolo di Roberta Rivolta che riflette sul perché la morte di George Floyd abbia interessato i nostri TG e quella Eyad El Halak, giovane autistico palestinese ucciso da poliziotti israeliani 5 giorni dopo sia stata censurata: “Perché uno si chiama Floyd, il nome anglosassone del padrone dei suoi antenati, strappati alla loro terra, e l’altro si chiama el Halak, il nome arabo nella lingua del popolo che abita la sua terra (…) Il motivo per cui l’omicidio di George Floyd è diventato questione cosmica è che si fa di tanto in tanto. Come diceva Dario Fo, quanto è catartica l’indignazione collettiva. quanto è funzionale al mantenimento dello status quo. a questo aggiungi che una parte della società bianca razzista ha deciso di farne strumento per guadagnare punti contro un’altra parte della società bianca razzista. (…) Il motivo per cui la società bianca razzista mondiale non ha problemi a gridare al razzismo di un poliziotto, è che viene incriminato affinché non lo siano tutti i suoi colleghi che fanno quotidianamente la stessa cosa.” Certo, ci muoviamo nelle supposizioni, non possiamo sapere con certezza quali siano le motivazioni delle scelte degli organi di informazione televisivi, delle grandi testate; ma ci deve essere una ragione per cui i media parlano o non parlano di un avvenimento, ovvero un motivo importante che determina se questo diventa notizia di dominio pubblico e quest’altro non lo diventa. Forse non diventa notizia ciò che viene considerato come fosse la norma, come le uccisioni di palestinesi da parte dello stato israeliano, e di curdi da parte dello stato turco.

Intanto i bombardamenti continuano e ci sono segnalazioni che gli aerei da guerra turchi potrebbero aver lanciato bombe chimiche – come ad ottobre quando ero in Kurdistan, vennero usati dall’aviazione turca anche ordigni al fosforo bianco durante l’invasione della Rojava. Oggi viene perpetrato lo stesso attacco nel silenzio colpevole delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea, degli Stati membri, della Russia e degli Usa. Ancora più assordante, il silenzio dell’ACNUR (UNHCR) sotto la cui giurisdizione si trova il Campo profughi di Makhmour, oggetto dei bombardamenti turchi. Ancora più assordante il silenzio dei media. Quanti morti dovranno esserci prima che ne parlino i nostri telegiornali?

Questo articolo è stato pubblicato su Inchiesta il 17 giugno 2020

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