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Stato e mercato nell’Italia degli anni Venti (del XXI secolo)

di Marco Bertorello e Danilo Corradi
L’attuale dibattito sul ruolo dello Stato in economia ha in comune con il periodo del New Deal la retorica patriottica, la sfiducia nel mercato ma anche l’assenza di strategia. Servirebbe invece una rifondazione della sfera pubblica su basi inedite.
La crisi esplosa con il Covid-19 sta aumentando il peso specifico delle zavorre del sistema-Italia. Dalla crescita zero del Pil ai tassi di produttività e degli investimenti lo stivale ricopre ormai stabilmente gli ultimi posti nelle graduatorie continentali. Il rapporto del Centro Einaudi dello scorso anno sottolineava come la produttività sia stata negativa nei primi dieci anni del secolo e parlava di «sciopero degli investimenti» a partire dal 2000. L’andamento di questi ultimi due fattori è considerato il principale responsabile delle performance economiche stagnanti dell’Italia. Occorre evidenziare come tale parabola discendente dell’economia nazionale coincida anche con il processo di dismissione/privatizzazione di beni e servizi pubblici avvenuto a partire dai primi anni Novanta.
L’Italia, come sottolineato recentemente da Carlo Bastasin e Gianni Toniolo (La strada smarrita, Laterza, 2020), ha percorso un lungo cammino di avvicinamento in termini di parametri economici con i principali paesi europei. Gli autori individuano nella storia dell’Italia «una forte convergenza con due periodi di divergenza, all’inizio e alla fine della storia economica dal momento dell’unificazione politica». Immediatamente dopo il processo unitario e a partire dalla seconda metà degli anni Novanta del Novecento il divario con paesi di dimensioni equivalenti aumenta. Durante quest’ultimo decennio si è interrotta la «rincorsa» e i paesi faticosamente raggiunti e, in qualche caso, anche superati, come la Gran Bretagna nella seconda metà degli anni Ottanta, riprendono ad allontanarsi. Reddito per abitante e produttività sono i parametri più significativi su cui si inverte la tendenza.
La lunga parte centrale della storia italiana unitaria è caratterizzata da un importante ruolo della sfera pubblica che finì per dare vita a un’economia mista. Un’economia in cui non c’era solo complementarietà tra pubblico e privato, ma dove il primo era motore di sviluppo e al contempo volano per la crescita del secondo. Poi il modello keynesiano-fordista, basato sull’intervento pubblico nell’economia e su produzioni standardizzate di massa, iniziò a mostrare tutti i suoi limiti e nella dimensione pubblica prevalsero sempre più fenomeni di corruzione e clientele politiche. Quest’ultima divenne cioè non più un tassello fondamentale della crescita, ma una struttura che accompagnò, autodeteriorandosi, il declino di un modello. Anche da questa traiettoria trasse forza politica e culturale il processo di privatizzazione avviato negli anni Novanta. La coincidenza temporale tra dismissione dello Stato e declino economico non può essere, però, considerata fortuita.

Differenti interventismi

Ora l’esplosione dell’emergenza sanitaria ed economica e la conseguente necessità di inedite quantità di risorse pubbliche o di moneta animano un curioso dibattito sul ruolo dello Stato. Un ruolo che è stretto tra due polarità: finanziatore o protagonista del mercato?
Tra le schiere della prima ci sono i neoliberisti che rimuovono l’architrave su cui hanno fondato i loro principi e intendono l’intervento pubblico come un mero facilitatore del mercato, funzionale a salvarlo, magari con risorse a fondo perduto o stampando moneta. I toni diventano surreali quando si paragonano le proposte di sostegno con capitale pubblico, e il diritto conseguente di rappresentare lo Stato nei Consigli di amministrazione delle imprese aiutate, al ritorno di un periodo «sovietico». Esilarante il commento di un ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che sul Sole 24 Ore del 6 maggio denuncia che i rischi dell’interventismo statale nascondono la volontà di «far entrare nei cda il rappresentante della Stasi». Un poco più sofisticato è un altro ex ministro come Renato Brunetta, che sulle pagine de Il Foglio delimita il ruolo dello Stato a semplice «indennizzo per risarcire» le aziende che sono state costrette a chiudere per la salute di tutti. Un approccio che considera il lockdown delle sole imprese una decisione di astratta generosità (ma chi risarcisce gli studenti ad esempio?), rimuovendo la necessità per l’impresa di ricercare la salute pubblica anche per tutelare addetti e profitti. Brunetta denuncia la possibilità di intervenire con risorse pubbliche in maniera sostitutiva, finendo per scivolare anch’egli nello slogan della «sovietizzazione» o della «strategia predatoria» dello Stato, oppure afferma che le risorse pubbliche potrebbero essere addizionali per consentire alle imprese di tornare a operare «secondo una logica di mercato».
Qui c’è una grande rimozione. Il mercato, inteso sia sul piano produttivo sia, soprattutto, finanziario, non ha ancora finito di essere sostenuto dall’intervento dello Stato, i cui bilanci risentono ancora dei salvataggi post-2008, mentre le politiche monetarie ultra-espansive (tassi d’interesse intorno allo zero e acquisti di titoli pubblici e privati da parte delle banche centrali) erano ripartite, dopo una timida e non generalizzata sospensione, ben prima della crisi sanitaria. Insomma, lo Stato sta salvando il mercato da parecchio tempo e il neoliberismo stesso non ha certamente significato assenza di intervento statale. Ma lo spettro della sovietizzazione è largamente in uso nel fronte che riduce lo Stato a semplice donatore, fornendo le proporzioni di un dibattito ormai slegato da qualsivoglia serio riferimento analitico. A quella che sembra un’isteria aderisce anche il nuovo presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, evidenziando il ripiegamento di tanta parte dell’industria in Italia, intimorita dallo Stato piuttosto che preoccupata da quelle debolezze endogene che rendono necessario l’intervento dello Stato. Drenare il massimo delle risorse dalla sfera pubblica, e poi? Una visione di corto respiro che conferma la tendenziale inadeguatezza dell’impresa italiana.

Il mercato e l’impresa non bastano

Sul fronte opposto degli interventisti a più ampio raggio ci sono Romano Prodi, alla guida dell’Iri – l’Istituto per la ricostruzione industriale – al momento della privatizzazione negli anni Novanta, che chiede «un piano dello Stato per far ripartire le imprese», ma anche il ministro dell’economia Roberto Gualtieri che però tiene a rassicurare come l’intervento sul capitale non significhi la gestione degli assetti produttivi. Mariana Mazzucato, da poco nominata consigliera economica della Presidenza del consiglio per far fronte agli effetti della crisi, sul Sole 24 Ore del 30 aprile chiede investimenti che diano «una direzionalità strategica a livello sistemico» recuperando una missione pubblica per fornire «una intelligente e consapevole logica programmatrice». Oppure l’ex manager Mario Lupo sottolinea che in Italia c’è «una gran voglia di Iri, perché si avverte il bisogno di quella sua funzione di supporto e supplenza all’imprenditoria privata».
Qui emerge, sebbene in dosi differenti, il sospetto che l’impresa privata italiana non sia stata e, soprattutto, non sarà capace di reggere la navigazione in mare aperto. Un dubbio che ha una lunga storia e che, come si diceva all’inizio, ha trovato nuova forza nella coincidenza temporale tra declino industriale e ritirata della sfera pubblica. Allargando lo sguardo alle dinamiche internazionali, si riescono a collocare le debolezze italiche in un mondo dove significativi processi di deglobalizzazione si sommano a un ritorno dell’intervento statale in sfere sempre più ampie dell’economia. L’affermazione del modello cinese e i balbettii, teorici e pratici, del liberismo occidentale stanno rimescolando le carte profondamente. Anche solo in chiave difensiva gli Usa puntano a rilocalizzare una parte della propria industria, mentre la Germania interviene al proprio interno per tutelare le aziende considerate strategiche dagli acquisti cinesi, attraverso un ritorno dell’intervento diretto di capitale pubblico. Complessivamente questo processo si afferma sui limiti della globalizzazione dando vita a quello che viene definito «capitalismo politico».
La stessa crisi sanitaria in senso stretto ha messo in evidenza come vi sia la necessità di un recupero di forza del ruolo statuale. Gli economisti statunitensi Roman Frydman e Edmund S. Phelps hanno parlato di un intervento pubblico per riconvertire parte delle produzioni per essere in grado di fronteggiare una nuova pandemia. Sulla scorta di tale esempio, nonostante le produzioni a stelle e strisce non siano vetuste, i due economisti hanno chiesto di superare misure frammentarie cercando di fornire «un’azione orientativa e riorganizzativa nei confronti del settore privato da parte dello Stato» così da intervenire su vasta scala «su come le nostre economie producono e distribuiscono beni e servizi».

Materialità di un cambiamento di equilibrio

Andando oltre il dibattito tra i favorevoli e i contrari al ritorno di uno Stato imprenditore, si tratta di leggere quel che sta avvenendo. La competizione tra paesi è cresciuta, nonostante tanta parte delle produzioni a maggior valore aggiunto mantengano tutt’ora una dislocazione su scala sovranazionale. La crisi del 2008-2011 ha rimesso al centro dosi crescenti di interventi di politica fiscale e monetaria. Ben prima dell’esplosione della crisi da Covid-19 le banche centrali avevano ripreso politiche monetarie ultra-espansive, indice che il sistema non aveva retto la loro breve sospensione. Le politiche monetarie non convenzionali stanno diventando sempre più convenzionali, i debiti pubblici e privati continuano a espandersi.
La crisi sanitaria ha reso l’eccezione ancor più norma, rendendo tutti gli attori economici sempre più dipendenti da moneta e politica. Come afferma Leon Cooperman, amministratore delegato della Omega Advisers, «stiamo attraversando un passaggio d’epoca. Il capitalismo che conosciamo muterà per sempre. Quando chiediamo a governi e politica di aiutarci durante la caduta, diamo loro il potere di creare ogni regola per la risalita». Ecco la novità. Le regole resteranno quelle del mercato, i soggetti privati non scompariranno certo, ma indubbiamente il protagonismo statuale aumenterà il proprio peso specifico. La politica acquisterà maggiore ruolo, lo Stato tornerà anche a gestire parte dell’economia produttiva. Una sorta di eterogenesi dei fini che riporterebbe al centro soggetti in carne e ossa tesi da un lato a proteggere e salvare i principali meccanismi economici e dall’altro a riprogrammare ruolo, confini e agibilità propri dell’azione pubblica.
Questo processo può avere delle analogie con il passato. Sebbene vi siano profonde differenze con la crisi del 1929 e il contesto affermatosi successivamente, nel New Deal statunitense possiamo cogliere alcune similitudini che possono aiutarci a ragionare.
Come ha sottolineato lo storico Kiran Klaus Patel il New Deal non si è caratterizzato per un progetto omogeneo e definito. Il suo procedere è stato all’insegna della sperimentazione e del pragmatismo, di contraddittorie accelerazioni e battute d’arresto, anzi «nel suo complesso fu un intrico di tendenze divergenti capace di abbeverarsi alle fonti intellettuali più diverse». Il rapporto tra John Maynard Keynes e Franklin Delano Roosevelt andrebbe ricondotto alle tensioni reali, alle accuse di timidezza nell’azione pubblica in deficit che l’economista inglese rimproverava al presidente democratico. La retorica sulla pianificazione e la centralità statuale si concretizzò con modalità contraddittorie, quel che è certo è che l’argine alla crisi economica fu realizzato attraverso l’intervento dello Stato. La stessa simbologia a sfondo sociale si tradusse in definitiva nella tutela dell’impresa privata. A ciò si aggiunga un crescente clima di impronta nazionalista che favorì l’irrigimentazione sia dell’economia sia della società. Nel complesso Patel mette in evidenza che «lo sperimentalismo del New Deal si limitò ai mezzi e fu solo raramente esteso ai fini».
Ciononostante, il profilo economico e politico di quei tempi subì una svolta che lasciò il segno. I punti di contatto con la realtà attuale sono molteplici. Dalla necessità di un intervento statale per salvare imprese e mercato, fino al recupero di una retorica diffusamente nazionalista, accentuata nella fase di lockdown. A ciò si aggiunga che questa fase sembra governata da un pragmatismo privo di una vera e propria bussola politico-economica. Tutte somiglianze che non vanno né semplificate né banalizzate, ma possono favorire la comprensione del presente. Quell’esperimento negli Usa diede vita a un nuovo protagonismo statuale, ponendo le basi per importanti trasformazioni nel secondo dopoguerra. Sì, perché fu la guerra a trasformare quell’intervento «parziale» in un intervento statale senza precedenti che chiuse definitivamente l’epoca della grande depressione aprendo il ciclo dei «Trenta gloriosi», come viene chiamato il periodo economico tra il 1945 e il 1975. Dopo il New Deal e la guerra mondiale, si affermò il «compromesso keynesiano» che diede vita a una lunga fase di espansione, poi al ripiegamento, fino alla crisi politica ed economica del modello stesso.
Qui non ci sfuggono le differenze. L’assenza della guerra e di un’alternativa politica capace di generare pressione sul contesto capitalistico – che rappresentava all’epoca l’Unione sovietica – rendono impensabile immaginare un ritorno a uno schema e un modello che, per giunta, nel passato si è già esaurito. Dovremmo avere chiaro che un’operazione di copia e incolla da modelli passati non è all’ordine del giorno e nemmeno è auspicabile. Non si tratta di acclamare il nuovo ruolo dello Stato, ma semmai di comprenderne i limiti e le contraddizioni, di avere chiara l’impossibilità di riesumare tout court l’Iri che fu. Insomma lo sforzo di immaginazione per guardare avanti non può essere fatto rivolgendo lo sguardo indietro. L’obiettivo dovrebbe essere quello di ipotizzare una rifondazione della sfera pubblica su basi inedite, avendo chiaro che la partita si gioca su un terreno che sta mutando rapidamente. Il presente ha in comune con il New Deal il pragmatismo interventista, la retorica patriottica, una certa sfiducia nel mercato, ma anche l’assenza di una prospettiva strategica. Discutiamo di questo.
Questo articolo è stato pubblicato su Jacobin il 26 maggio 2020
 
 

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