Manovra economica: i danni a lungo termine della destra

di Carlo Clericetti /
1 Dicembre 2022 /

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Le decisioni di bilancio sono state generalmente definite “prudenti”, o addirittura “draghiane”. Non poteva essere altrimenti: oltre al fiato sul collo dei partner europei, il recente disastro inglese ha costretto a più miti consigli rispetto alle promesse elettorali. Ma anche così, già si vedono i guasti che aumenteranno col tempo.

Come il famoso orologio rotto che almeno una volta al giorno segna l’ora giusta, per una volta dobbiamo ringraziare che esistano il vincolo esterno e le “stupide” regole europee, che, per quanto ancora sospese, non possono essere del tutto ignorate, sia perché tra un annetto torneranno in vigore (modificate nei meccanismi, ma non nella sostanza), sia perché una plateale deviazione provocherebbe una reazione che non sta nelle regole ma nei fatti: ci sarebbe certamente un cambio di atteggiamento della Banca centrale europea, dalla quale ancora oggi dipende il fatto che i tassi sul nostro debito non vadano alle stelle.


Certo, qualche peso deve averlo avuto anche la vicenda del Regno Unito, dove la ricetta ultra-thatcheriana fuori tempo della premier Liz Truss (taglio delle tasse in deficit per i ricchi) ha provocato una reazione dei mercati che hanno portato il paese sull’orlo del default, cosa che si sarebbe probabilmente verificata senza le dimissioni dell’incauta leader e un svolta a 180 gradi del nuovo premier Rishi Sunak.


Senza queste condizioni oggi saremmo probabilmente a discutere di flat tax generalizzata e subito dopo di fuga dei risparmi all’estero per cercare riparo dall’imminente e inevitabile catastrofe finanziaria. Invece tutti hanno parlato di una legge finanziaria “prudente”, addirittura “draghiana”. C’è poco da stupirsi, dovendo fare i conti con le spade di Damocle di cui si è detto.


Durante la crisi il deficit 2020 aveva toccato il 9,6% e Draghi nel 2021 lo aveva mantenuto alto, al 7,2%. Per inciso: il rapporto debito/Pil invece è sceso, dal 155,3 del 2020 al 150,3 l’anno dopo e quest’anno dovrebbe arrivare al 144,6, a riprova che nelle fasi di crisi fare deficit per dare uno stimolo fiscale fa crescere il denominatore (cioè il Pil) e quindi fa diminuire il rapporto. Con l’“austerità”, invece, la crescita frena e il rapporto sale, come è avvenuto dopo il 2009.
Ma torniamo ai conti. Il deficit di quest’anno dovrebbe fermarsi al 5,9%, mentre per il prossimo la Nadef (la nota di aggiornamento al bilancio stilata ancora da Draghi) lo collocava al 3,4 e la revisione di inizio novembre al 3,6. Mentre scriviamo, però, dalla manovra annunciata mancano una dozzina di miliardi di coperture per arrivare a quel risultato. In realtà avremmo bisogno di più deficit, visto che andiamo verso un arresto della crescita. Se però questo maggior deficit viene usato per far pagare meno tasse a chi potrebbe permettersele, davvero non ci siamo.


L’innalzamento della tassa al 15% per chi guadagna fino a 85.000 euro è sicuramente la misura più scandalosa. Un autorevole economista ha commentato con una battuta acida: “Sembra pensata da qualche commercialista per i commercialisti”, nel senso che – a guardare le denunce dei redditi – nel trattamento di favore (con un’aliquota marginale che è meno di un terzo rispetto a chi non potrà godere di quel trattamento) rientra la quasi totalità dei professionisti. invece, a chi ha una pensione da 1.700 euro netti in su verrà tagliato l’adeguamento all’inflazione, con una perdita media, secondo lo Spi-Cgil, di 1.200 euro l’anno. Ecco trovati due miliardi e mezzo per gentile concessione dei pensionati.

C’è poi il provvedimento sul reddito di cittadinanza, con la decisione di mantenerlo per soli altri 8 mesi per coloro che sono ritenuti idonei a lavorare. In questo periodo dovranno frequentare corsi di formazione, poi il beneficio finirà. Attendiamo con curiosità di sapere come saranno organizzati questi corsi per 660.000 persone in tutta Italia, se “formeranno” a un solo tipo di lavoro e nel caso quale (o quali). E soprattutto se alla fine questo lavoro sarà loro offerto (e da chi) oppure se si considererà così concluso il compito di assistenza a chi è in povertà. Peraltro una parte non indifferente di questi 660.000 sta già lavorando, ma guadagna così poco che il reddito funge da integrazione per farli arrivare a un livello di sussistenza. Anche per loro saranno valide le stesse regole?

A parte il rinnovo degli sgravi per il caro-energia varati dal governo Draghi, che sono 21 miliardi, tutto il resto è frattaglia. Ma non innocua: sono segnali che fanno capire come il governo della destra farà danni nel lungo termine. Prendi i condoni fiscali, per esempio. Dicono che sono per cifre piccole e in gran parte non riscuotibili, e sarà pure vero: ma ci sono ben 10 fattispecie. Persino un turboliberista come Alessandro De Nicola ha scritto un articolo scandalizzato su Repubblica.
Poi c’è l’innalzamento a 3.000 euro del cosiddetto “welfare aziendale”. “E’ come una mensilità in più”, ha detto il presidente Meloni. In realtà è un enorme pasticcio in più. Prima di tutto non è affatto garantito: potranno usufruirne i dipendenti di quelle aziende che graziosamente decidono di concederlo, in tutto o in parte. Quante saranno, in una fase critica come questa? Essendo un premio, poi, non va sulle altre voci della retribuzione, come contributi previdenziali e Tfr. E se oggi c’è, domani chi lo sa.
Questa della detassazione del welfare aziendale – che non ha inventato Meloni, ha già una lunga storia e anche il Pd ci ha messo di suo – è veramente un’idea perversa. L’azienda ti paga l’asilo del figlioletto? Eh no, lo stai pagando tu con un piccolo aiuto dello Stato, perché quelli potevano essere soldi in busta paga. Ma è soprattutto nel campo sanitario che fa danni: non è altro che un’ulteriore passo nella privatizzazione di quello che dovrebbe essere il sistema universale. E c’è un altro aspetto da considerare. Quelli che hanno la fortuna di lavorare in un’azienda che va bene e quindi userà quello strumento, non solo avranno probabilmente già stipendi migliori, ma pagheranno meno tasse rispetto a chi quei bonus non li prende. Tra flat tax per gli autonomi e detassazioni per una parte dei dipendenti, ognuno avrà un trattamento fiscale diverso. Commenta amaramente un economista: “Questi vogliono sfasciare il sistema”.

Questo articolo è stato pubblicato su Micro Mega il 26 novembre 2022

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