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Coronavirus, l’inquinamento ne è un pericoloso complice. Che aspettiamo a cambiare?

di Sergio Caserta
 
Siamo entrati nella seconda fase della lotta alla pandemia e ci apprestiamo a riprendere una parziale normalità di comportamenti: le attività produttive, quelle industriali in particolare, hanno ricominciato pressoché in toto, anche quelle commerciali con limitazioni stanno riaprendo, mancano sostanzialmente ancora bar e ristoranti (che pure possono effettuare l’asporto), ma soprattutto mancano tutte le attività che comportano raggruppamenti di persone in luoghi chiusi: scuole, università, cinema, teatri, incontri dibattiti, attività sportive di gruppo.
Sono quelle che implicano il più stretto contatto sociale e quindi le più pericolose per il contagio. È da attendere ancora a lungo prima che potranno riprendere queste ultime, chissà a settembre. Nel frattempo però riprenderanno pressoché per intero tutte le attività che comportano emissioni di CO2, soprattutto quelle industriali e quelle trasportistiche che producono inquinamento da polveri sottili e di particolato.
La Sima, Società italiana di medicina ambientale, sta conducendo da alcuni mesi uno studio (autofinanziato) che ha confermato, mediante la pubblicazione di un position paper, la presenza dell’Rna del Sars- Cov 2 nel particolato. Lo studio sta ora proseguendo sulla trasportabilità del virus attraverso le polveri sottili.
Nello stesso tempo i ricercatori dell’Università di Harvard TD Chan School of Public Health di Boston, hanno scoperto che livelli più elevati di particelle pm 2.5 sono associate a tassi di mortalità più elevati causati dalla malattia.
La dottoressa Fiorella Belpoggi, direttrice del prestigioso istituto di ricerca Ramazzini di Bologna, nel corso di un’audizione in consiglio comunale, presentando un appello ha affermato: “Non è determinante sapere se il virus viene trasportato dal particolato, noi sappiamo già che le polveri sottili danneggiano gravemente l’apparato respiratorio, lo sappiamo dal 1982 quando illustravamo nell’occasione del referendum per la chiusura del centro storico che il benzene prodotto dalla combustione dei carburanti provoca gravi danni al midollo osseo e quindi al nostro sistema immunitario. Ora che queste cose le conosciamo dovremmo prendere le contromisure cambiando politiche energetiche e di trasporto, nel senso come si dice oggi del Green new Deal ma concretamente”.
Tutti questi studi, ricerche e appelli considerano il fattore inquinamento come elemento fondamentale dell’aggravarsi della pandemia e di tutte le malattie che costituiscono il corollario della sua letalità. Malattie che sono fondamentalmente derivanti dallo stato dell’aria, dell’acqua e del suolo richiederebbero un cambiamento radicale, certo non istantaneo, ma progressivo e deciso verso una società che non si fonda più sulla distruzione delle risorse naturali, che non usa combustibili fossili, che non consuma più suolo agricolo ed aree verdi per edificare, che non punta su uno sviluppo quantitativo bensì che s’instradi verso un’economia del risparmio energetico, della riduzione nell’uso di materie prime, nella qualità e durata dei prodotti, sul riciclo, sul riuso, in quell’economia circolare diventata ormai letteratura e patrimonio di intere generazioni di ricercatori, ma anche di tanti settori economici e attività produttive innovative finalizzate a questo obiettivo.
L’economia circolare si fonda su tre principi molto chiari e semplici da comprendere anche per una mediocre classe politica: contenere rifiuti e inquinamento, mantenere in uso prodotti, rigenerare i sistemi naturali.
Il punto è che le classi dirigenti, nella loro quasi totalità da quest’orecchio proprio non vogliono sentirci e quindi non fanno altro che chiudere la comunicazione sull’argomento per proseguire nelle consuete logiche del far finta di nulla. Cosicché qualsiasi scelta che comporti riduzione di crescita quantitativa, in particolare nei settori edilizi e stradali, viene avversata come la peste. Anche quando è chiaramente evidente che potrebbero esserci altre soluzioni.
È venuto il momento di smetterla di sopportare questa situazione di conservatorismo deteriore, ne va della salvaguardia della salute collettiva, occorre cambiare decisamente registro. Il governo Conte deve dar prova di saper indirizzare le politiche pubbliche nella direzione del cambiamento mettendo al primo posto la tutela ambientale e un nuovo modello economico finalizzato a questo obiettivo preminente.
Nei territori come l’Emilia Romagna, una delle regioni più colpite dalla pandemia e contemporaneamente più asfissiata dall’inquinamento da smog, sono da riconsiderare e modificare sia il piano mobilità e trasporti Prit, sia la legge urbanistica regionale, sia i piani urbanistici dei comuni che devono fondarsi su presupposti diversi da prima. È il vero banco di prova per la nuova giunta Bonaccini.
Questo articolo è stato pubblicato su Il Fatto quotidiano il 7 maggio 2020

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