Per far vivere la cultura non basta un fondo nazionale

29 Aprile 2020 /

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di Maria Pia Guermandi e Rita Paris

 

Mentre si dilatano i tempi imposti dalla pandemia che sconvolgerà le nostre modalità di vita associata – e di vita tout court – su un orizzonte temporale che sembra prefigurarsi ormai ben superiore all’anno in corso, già da qualche settimana si rincorrono appelli e proposte per la ripresa che con l’ottimismo della volontà vorremmo prossima.

In tutti gli ambiti, compreso, naturalmente, quello dei beni culturali. Inevitabilmente, pesantissime saranno le ricadute sul turismo culturale che costituisce una notevole percentuale, da alcuni anni in continua crescita, dell’indotto turistico nel suo complesso.

Il tracollo cui la pandemia ha ridotto la prima industria a livello mondiale, quella turistica, ha inevitabilmente riflessi su tutta la filiera delle attività culturali che oggi sta vivendo una fase di criticità senza precedenti, con il serio rischio che molte realtà non possano riprendere le proprie attività, anche quando la fase acuta della crisi sanitaria sarà alle spalle.

Parliamo di ciò che si muove attorno al mondo di mostre, festival ed eventi culturali di vario genere, così come per l’intero comparto dello spettacolo dal vivo, come pure del cinema e del suo vasto indotto.

Ma parlare di “industria culturale” significa anche – e soprattutto – parlare delle migliaia di lavoratori ad alta, altissima specializzazione che ne sono il motore e l’anima: dalle guide turistiche professioniste ad attori, ballerini, musicisti che animano i mille eventi di città e paesi in programma ormai nell’intero arco dell’anno; dagli archeologi dei cantieri di archeologia preventiva, ancora al lavoro per giorni prima del lock down in condizioni precarie di sicurezza, senza protezioni, ai bibliotecari delle tantissime cooperative esterne cui i nostri entri pubblici affidano ormai tutti i servizi, dalla catalogazione ai più complessi servizi di informazione e formazione al pubblico, quali il debunking, appaltati attraverso gare al ribasso, sempre più umilianti.

Un esercito di lavoratori che dopo decenni di studio affronta altri decenni di precariato quasi sempre sottopagato e spesso in condizioni di vero e proprio sfruttamento professionale, o di contrazione dei diritti e mortificazione professionale, quale è, ad esempio, la mancata possibilità di progressi di carriera minimamente riconoscibili.

Molto, in queste ultime settimane si è parlato di aiuti – pubblici – per il mondo delle imprese private del settore culturale: appelli sono stati lanciati da tutti i principali attori del settore, da Confcultura a Federculture, alle società che organizzano mostre ed eventi, così come da esponenti del settore a diverso livello.

Più volte rimbalzata sui media è poi l’idea di un Fondo Nazionale per la Cultura, devoluto a prescindere, cioè non sulla base di un qualsivoglia progetto complessivo e garantito, attraverso un meccanismo capzioso di azioni, anch’esso dal patrimonio dello Stato.

Se le richieste di sussidi e aiuti di varia natura si aggiungono e si sovrappongono a quelle di altri settori merceologici, altre caratterizzano specificamente questo ambito: a partire da quella relativa ad una defiscalizzazione fino al 90% (sic!) delle erogazioni liberali, che significa stornate di un bel po’ di denari dalla fiscalità generale, quella con la quale si finanziano ospedali e presidi sanitari, per intenderci.

Nei documenti e appelli che riportano le proposte poco si parla del problema occupazionale: ai lavoratori, al più si riservano provvedimenti tampone, quali l’assegno di 600 euro mensili.

Eppure le imprese che operano nel campo della cultura, così come le Fondazioni, si reggono, per le loro attività, su contratti a progetto, così detti atipici e comunque in larghissima maggioranza a tempo determinato, in sostanza sul lavoro troppo spesso precario di centinaia, migliaia di lavoratori.

Assai indicativo, in uno di questi appelli fotocopia è un passaggio che poco ha a che fare con questioni prettamente economiche, laddove si richiede che lo Stato, fra gli altri favori di cui è richiesto, provveda anche a definire “regole trasparenti e al passo coi tempi in materia di autorizzazioni al prestito delle opere”. Che tradotto significa: mani libere su prestiti di opere d’arte di ogni tipo e in ogni condizione.

Insomma, parliamo di un settore, quello delle mostre, della decina dei musei e siti blockbusters e dei mille eventi culturali, che si regge su di un oligopolio costituito da pochissime imprese che si spartiscono la grandissima parte della “torta” costruita a partire dal patrimonio culturale pubblico. In quasi un trentennio, tali imprese hanno usato il patrimonio di tutti con zero rischi e forse ancor meno innovazione, in cambio di una produzione – quella delle mostre in particolare – tanto ipertrofica quanto culturalmente debole, ove non dannosa per la salvaguardia dei beni esposti.

Dalle riforme del Mibact, a partire dal 2014, questo meccanismo è stato portato alle estreme conseguenze attraverso la creazione dei musei autonomi, ad oggi quaranta.

Come è stato più volte sottolineato il sistema, architettato per attuare le diverse fasi della riforma, risulta costoso e complesso per la creazione di un numero elevato di nuovi Istituti dotati di autonomia speciale, la cui direzione è stata assegnata a direttori, in gran parte esterni all’amministrazione, con una distribuzione del personale assolutamente incoerente rispetto alle esigenze complessive degli uffici periferici e in particolare delle Soprintendenze, e una conseguente moltiplicazione dei servizi relativi al funzionamento, alle attrezzature, agli spazi: parliamo di laboratori, depositi, archivi documentali e fotografici prima dello smembramento comuni e ora costretti a complessi, costosi e spesso dannosi smembramenti.

La grave crisi economica che ci si prospetta impone, oggi, una revisione anche in questo settore, verso misure indirizzate al risparmio, possibili senza sminuire la visibilità conquistata, se si avrà il coraggio di puntare al patrimonio consolidato, come noto a tutto il mondo, di ineguagliabile valore e ricchezza e su di esso far convergere tutte le risorse, comprese quelle delle società che operano nel settore e di eventuali “mecenati”: un nuovo piano la cui regia non può che essere pubblica. È giunto il momento di orientare l’intero sistema verso un regime economico di sobrietà e di equilibrio finanziario che tenga conto di entrate e costi dei singoli Istituti autonomi e dei luoghi della cultura.

Ciò che non è più possibile mantenere, è, insomma, un sistema “drogato” per ragioni di marketing politico. Per fare un esempio, nella maggior parte dei casi, una vera autonomia, da parte di moltissimi musei e luoghi della cultura, non c’è mai stata: basta pensare al caso di Roma, in cui i fondi per la valorizzazione di tutto il patrimonio (musei, siti, monumenti) derivano sempre ed esclusivamente dagli introiti del Colosseo, concessi agli altri Istituti che, diversamente, non avrebbero strumenti per svolgere tali funzioni. Tutte le risorse, quelle dei bilanci precedenti e quelle che si auspica possano tornare ad esserci, dovranno essere indirizzate alla migliore valorizzazione dei musei, monumenti, siti, in particolare quelli meno frequentati rispetto alle mostre e agli eventi occasionali.

Non si tratta di azzerare tutte le attività, e nello specifico le mostre, ma siamo convinte che l’intero settore – compreso il complesso indotto di trasporti, allestimenti, ecc. – potrebbe reggersi più stabilmente se orientato ad un minor numero di progetti, ma frutto di una reale programmazione culturale, meglio organizzata sul piano territoriale e temporale.

Occorre prendere atto che la situazione attuale non è più sostenibile. E non è solo una insostenibilità in termini politici e sociali, ma anche economici e culturali nel senso pieno del termine.

Sul piano culturale il progresso reale in termini di fruizione del patrimonio è alquanto irrilevante, soprattutto al confronto con quanto prodotto per il settore educativo e la ricerca scientifica da una sempre più ampia platea di musei internazionali e come dimostrato, ad esempio, da molte delle deboli e spesso raccogliticce produzioni digitali nostrane de la #culturanonsiferma (che spreco rispetto alla ricchezza semantica e iconologica del nostro patrimonio!), nonostante l’impegno di chi vi ha lavorato, pur senza mezzi adeguati dal punto di vista delle tecnologie digitali e cinematografiche.

Sul piano economico, infine, ciò che si è prodotto in questi anni si regge sull’assioma così caro al capitalismo italico di “privatizzare i benefici nei tempi di vacche grasse e socializzare le perdite in tempi difficili”. Come sono gli attuali.

I centri storici pressoché desertificati di Venezia, Firenze, Roma e di tutte le nostre città, testimoniano, in modo quasi struggente, il fallimento di un’economia votata alla monocoltura turistica che ha trasformato il cuore delle nostre città in parchi a tema, da cui sono stati espulsi cittadini, a partire da quelli più fragili, e che sono ora diventati scenari spettrali dall’incerto futuro.

Ben prima dell’attuale collasso pandemico, insomma, il settore dell’imprenditoria culturale italiana necessitava di una revisione radicale, in grado di rimettere al centro il patrimonio come strumento di progresso civile e sociale e non di solo sfruttamento turistico e come fonte di lavoro equamente riconosciuto sul piano economico e delle tutele professionali.

È tempo di ridiscutere rendite di posizione pluridecennali e già da troppi anni al limite della legittimità e ridistribuire spazi d’azione e risorse alle associazioni di giovani e (ormai) non più giovani professionisti del settore, consentendo lo sviluppo di una imprenditoria finalmente capace di riallineare le pratiche di accesso al patrimonio alle più aggiornate sperimentazioni: è ciò che si merita il nostro patrimonio e chi ci lavora da decenni, quotidianamente, troppo spesso con strumenti spuntati.

Questo articolo è stato pubblicato su Left  il 17 aprile 2020

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