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Santarcangelo chiude in purezza e bellezza

Si susseguono festival e rassegne teatrali, di vario livello e portata su e giù per il rovente stivale, accomunati direi, da una volontà di scambio, di reciprocità, di metissage che sembra perfettamente calata nello spirito di tempi tormentati, in cui fasi di chiusura, di arretramento si scontrano e incalzano con esigenze resistenti e resilienti di apertura e ed empatia verso l’alterità in generale.

Mentre sto scrivendo si apre un festival di frontiera per eccellenza quale Mitfest, che ci riguarda da vicino geopoliticamente.

A Volterra, Armando Punzo con la sua compagnia della Fortezza riesce ad incantarci con la forza trascinante dell’Utopia, da troppo tempo parola assunta a termine di diminuzione, calcolato cinismo, imbelle impotenza. Per documentarvi su questo vi invito a leggere le bellissime riflessioni di Massimo Marino su Doppio Zero, come pure i tipi della Falena per la cura di Lorenzo Donati, sapranno darvi preziose indicazioni su quello che gira intorno e merita più di una vacanza, passando per Dro, Biennale danza e teatro di Venezia e in attesa di Short, a Roma per settembre, cosi come di Gender Bender e Premio Scenario.

Intanto, tornando sul luogo del delitto, mi sento in dovere, riferendovi su alcuni spettacoli e azioni teatrali significativi di questa edizione santarcangiolese, di ripartire dalla voce del suo stesso direttore per tentare almeno un primo parziale bilancio.

Sicuramente nella ricchezza e varietà delle proposte, una immagine si pone come emblematica ed è quella della tavola lignea di piazza Ganganelli, pronta ad essere smontata e ricomposta a più riprese in giornata ed atta ad ospitare vorticose performance a mo di piccola arena: per esempio, reading poetici, cene benefit, semplici stazionamenti, momenti di sosta, picnic autogestiti di giovani e appassionati. Sappiamo che l’idea di questa tavola era in qualche modo ispirata a pratiche politiche concertate di discussione e dibattito adottate in Polonia per realizzare una transizione il più possibile indolore dal regime comunista a l sistema a modello occidentale. In qualche modo questa immagine, sin dall’inaugurazione con prosecchino e cestino di patatine per tutti, baci e abbracci tra cittadinanza, autorità e addetti ai lavori, con la sua aurea di accoglienza ma insieme di semplicità e sobrietà lontane dagli eccessi di visionarietà, di lustrini e colpi di teatro a portata di struscio, che in parte sono sempre un po’ stati la cifra di questo Festival nato anche come celebrazione del teatro di strada, ha impresso un indirizzo di compattezza, di minor dispersione di luoghi e filoni, di concentrazione, ma insieme di sapiente mixaggio, come una sorta di dj set ben calibrato, tra cura della sedimentazione e della continuità dell’esperienza della scoperta e novità assoluta. Diverse sono le questioni toccate e svolte con parziale successo da questa edizione, a mio avviso, ma prioritariamente si staglia un’idea forte che il nostro brillante curatore doveva avere in testa, ovvero che non si pratica nuovismo ma radicalità di pensiero e coerentemente di azione. Intorno ad un focus centrale che mette gloriosomente i corpi nella posizione di essere dirimenti politicamente, nella convinzione che un pensiero trasversale scaturito dalla affermazione delle differenze rinnovi anche il panorama artistico e risolva quasi taumaturgicamente l’annosa quaestio della partecipazione dello spettatore alla creazione artistica si rivela la profondità di senso di questo festival, opinabile o meno che sia.

Come tutte le situazioni che ambiscano ad essere contemporaneamente sperimentali e, insieme, dimostrative di qualcosa, binomio non sempre gestibile se non percorrendo sentieri impervi e limitrofi tra loro, ma in ogni caso, distinti, il festival tutto,si presta quindi a valutazioni sfaccettate

Sono uscite diverse e più che interessanti riflessioni sui limiti portati da questa forma di rinnovato teatro militante, in parte condivisibili, volte in gran parte a sottolineare una omogeneità di orientamento combinata con una estrema frammentazione di proposte e un numero moltiplicatorio delle medesime anche rispetto alla distribuzione delle location. Tuttavia in realtà, le proposte a chi scrive sono parse omogenee nello spirito di fondo, o meglio nell’orientamento costitutivo e l’edizione mi è risultata meno dispersiva di altre. Sobrio è risultato con una certa coerenza data dalla forte presenza femminile e queer, con conseguente esposizione anche fantasiosa dei corpi, il gioco d’incastro con la parte più ludica dei concerti e di Imbosco:del resto, come il Direttore e i libretti di programma ci ribadiscono, il tema di fondo era l’ascolto, che passa attraverso l’esserci, più che il vedere. Un esercizio collettivo di ascolto che ciascuno indirizza prioritariamente a se stesso, cercando il proprio timbro interiore, cosi difficile da rintracciare nello sferragliare del mondo globalizzato delle merci in transito, che privilegia, anzi, l’accoglienza programmatica di queste, a scapito della attenzione delle persone ferite e sradicate. Questo discorso della brutalità, che talvolta connota il nostro odierno nomadismo a tutti i livelli, anche di artisti, anche di bianchi privilegiati, mi è parso uno statement molto forte all’interno delle cose viste, a partire da Marina Otero, che con il suo corpo ha voluto mostrarci il vuoto, la somma zero, che in certi casi produce l’accumulo di esperienze, se vissute come casuali. Questo corpo dunque esposto, esibito, centrale in certi spettacoli al posto di scenografia e costumi, riaffermato con forza dopo gli ultimi anni di nascondimento, viene ridiscusso in cerca di nuovi codici interpretativi e sicuramente di una nuova forma di morale che non scaturisca da rigidi assetti sociali ormai calcificati.

Non tutte le intenzionalità sono arrivate con forza e chiarezza, come molti colleghi hanno acutamente osservato nei loro articoli, ma certo bisogna pur ammettere che esprimere per esempio il nuovo nomadismo femminile, troppo spesso, non comunitario, ma fatto di me da molteplici individualità, sia operazione che travalica i codici del logos patriarcale corrente. In questa operazione logico vengano meno gli stratagemmi comunicativi di identificazione e la logica del personaggio.

La nudità, che si porta dietro in questi casi, non vergogna, ma splendore, sacralità, soprattutto mitezza e viene assunta come basica condizione di uguaglianza, assume un valore anche rivendicativo se gettata, scagliata nell’agone sociale di un habitat mix di naturale e artificioso, in cui il travestimento è palesemente il nostro, di spettatori.

Ovvio che rispetto a questa linea di assetto molto incisiva, i lavori, come certi magistrali assoli di danza, qua e là disseminati nelle messe in scena in qualche modo corali, anche quando agite da singoli, sottraendosi in parte a questa funzione di testimonianza, risultavano soprattutto, come dei bilanciamenti rispetto a questo “sistema manifesto”. Questa sottintesa logica di impegno, di necessità quasi storica, con conseguente anche intensa partecipazione istituzionale agli spettacoli ha allontanato morbose futili polemiche che spesso hanno accompagnato la storia del Festival, cosi come i numerosi avvertimenti per la visione da parte di un pubblico adulto. Complessivamente il pubblico è stato folto, attento, mediamente esperto e orientato, soprattutto realmente cosmopolita e poco incline sia ad impressionarsi che a facili scontati entusiasmi. Sono state molto partecipate nonostante alcuni orari più tardi o scomodi e le temperature non proprio invitanti all’interno dello spazio, tutte le performance più strettamente legate alla attualità politica di guerra e oppressione ospitate presso la casa della poesia. Complessivamente possiamo dire ci sia stato un certo rispecchiamento tra una gran parte della audience e la sensibilità situazionista o di aspetti di poesia visiva e sonora che molti lavori hanno messo in campo.

Naturale che un festival in fase di riassestamento per molteplici motivi interni ed esogeni ed anche per la scelta di indicare una priorità, non possa avere l’ambizione di offrire uno spaccato attendibile di ciò che si muova in ambito teatrale tout court e anche dei tanti modi della declinazione del termine impegno tornato in auge con qualche ragione e non è detto ciò sia male. Ovvio questo comporti sempre un margine di rischio di compiacimento nei confronti del ceto sociopolitico di riferimento.

A ben vedere in realtà, dovremmo anche riflettere sul fatto che ormai la scena artistica abbia assunto l’indebito ruolo di cercare e trovare forme e parole di istanza sociale e politica che non riescono ad elaborarsi nei luoghi deputati a questo. Nel mondo della politica non ci sono parole, ma solo vuoti bla bla bla nel mondo della politica per comunicare la crisi ormai irreversibile dell’ambiente e del vivere comune. Mentre si inanellano negli occhi da spettatrice storie di ordinaria oppressione, non posso esimermi dal ripensare ai termini religiosi in cui Pasolini poneva la questione dello scandalo, forse in senso proprio lontano da questi lidi e rinvenuto solo dalle pruriginose censure fotografiche dei signori del web. Pasolini dice che nessun intellettuale o artista può effettivamente essere libero in nessun paese al mondo stante la sua condizione di assoluta alterità al potere. Su questo, oggi che abbiamo più delusioni che illusioni al nostro attivo dovremmo riflettere di più come anche pensare molto più flebile la spinta dei movimenti di base che erano in qualche modo humus naturale di una produzione artistica, foss’anche ingenua, ma tuttavia speranzosa di possibili sovvertimenti non solo sul piano del simbolico.

Passando ad esaminare alcuni spettacoli, lo spettacolo portoghese: Ensaio para uma cartografia di Monica Calle e Casa Conveniente, divide abbastanza il pubblico di addetti e non, riguardo la sua funzione comunicativa. Probabilmente uno spettacolo sul tema della comunità di Donne, delle dinamiche di gruppo, un po’ genere Prova d’Orchestra, più che un lavoro dallo spessore di ricerca antropologica in progress come pretenderebbe di essere. Tuttavia ipnotico e suggestivo, di sicuro effetto, alla vista di dodici donne completamente nude che si sforzano di muoversi come un solo organismo sulle note cadenzate e ossessive del Bolero di Ravel, mentre in sottofondo voci stizzo se e capricciose di direttori d’orchestra ovviamente maschi si piccano di sospendere e poi far riprendere l’azione a loro piacimento. Probabilmente maggiormente godibile se ci si affida all’aspetto di abbandono e trance indotta.

Lisergico come un sogno di mezza estate, liberato dai suoi aspetti buffoneschi è La notte è il mio giorno preferito di Anna Maria Ajmone, una danza da folletti particolarmente ispirata che ci introduce a questa dimensione di alterità sostenibile che è un po’ la cifra escapista di alcuni lavori.

Con intenti e modalità in parte diversi, suggestiona, ammalia, ma scuote anche le coscienze, il sorprendente Altamira di Gabriela Carneiro,, che escogita un modo nuovo di fare storia, memoria, cronaca documentaria e partecipazione, muovendosi tra poesia e tecnologia, nel ruolo potente di una testimone sciamana, individuando nella exploitation delle regioni amazzoniche, un tema di sicuro impatto globale e dunque fuori dalle logiche del semplice colonialismo o del folclore locale.

In verità sarebbe doveroso anche riferirsi alle opere italiane e a tanto di più, come ad esempio il jumpcore techno in chiave queer arditamente agito in piazza Ganganelli da uno degli artisti polacchi portati in dote dal novello direttore.

Ha fatto molto discutere il lavoro Go go Othello, godibilissimo nella deliziosa cornice un po’ burlesque per l’occasione del teatro Petrella di Longiano, in cui la performer femminista che non la mette giù dura, come la definisco io, forse memore del teatro della riconciliazione proprio della sua tradizione recente, ovvero la sudafricana Ntando Cele, agisce diverse retoriche letture del corpo femminile nero oggettivato e spettacolarizzato, con accattivante maestria e grande capacità di intrattenimento. Si è molto discettato sul fatto che fossero un poco i temi agiti con molta profondità di sguardo dalla trilogia Bugie bianche targata Alessandro Berti, davvero un lavoro importante di cui abbiamo anche parlato piuttosto recentemente, ma forse non confrontabile con questo che mette in gioco più che la percezione culturale e antropologica diffusa, la questione di come la performer stessa, lei si nera davvero, possa sentirsi autorizzata ad essere duttile sul palco, recitando la sensualità, o un ruolo maschile appunto come Otello. A proposito di sensualità fa discutere, diverte, ma non scandalizza Calixto Neto, che sarà ospite anche del prossimo Gender Bender, che gioca con la retorica del corpo nero e brasiliano in scena, osando diversi full frontal, come si chiamano tecnicamente issati su stivali tacco 12, abbandonando però un immaginario facile da meretricio, per migrare verso un immaginario naturale, arboreo e animale fantastico di grande leggiadria.

Ma più di tutto desidero parlarvi dell’ultimo lavoro visto, in chiusura festival, che è persino difficile ascrivere alla forma teatro, perché potrebbe essere una lezione, una dimostrazione, una esperienza, sospeso com’è tra realtà del qui e ora, verità simbolica e situazionismo performativo. Mi sto riferendo naturalmente allo spettacolo a mio avviso in assoluto più spiazzante, questo Scores that shaped our friendship di Lucy Wilke e Pawel Dudus, con la attiva collaborazione della musicista elettronica Kim Twiddle, davvero una nuova frontiera dell’immaginario erotico in generale, uno sdoganamento dell’amicizia amorosa e delle varianti e variabili del triangolo, che tanto impensierisce i cantanti nostrani, ma che diventa una storia soffice, divertita e condivisibile, una possibile strada che ci porta fuori dalle restrizioni e dalle convenzioni. Ovviamente tutto questo discorso riesce per una volta ad essere più che funzionale, ritornando ai temi concettuali iniziali, davvero efficace perché incastonato in una situazione di disabilità, neurodivergenza e diversità dal punto di vista dell’identificazione di genere. Naturalmente l’aspetto del godimento non solo dei corpi, ma anche spettacolare, l’aspetto della perizia performativa, quasi circense in certi momenti, non mancano in questo lavoro che alla fine scioglie l’imbarazzo iniziale degli spettatori, che si trovano innanzi una disabile grave decisamente sexy, un maschio atletico dalla sessualità fluida e una musicista amichevole e compiacente nel gioco della sensualità.

Per la cronaca, il festival si è chiuso con un ottimo colpo di teatro in senso proprio, ovvero l’annuncio da parte di Tomek, come familiarmente si definisce il Direttore contraendo nome e cognome, della creazione di un fondo per artisti delle Arti performative, in capo ad una vasta rete di realtà molto variegate della scena italiana, probabilmente una mossa che poteva riuscire solo a chi fosse in qualche modo esterno al sistema. evidentemente imparare ad ascoltare e percepire la propria voce interiore non conduce necessariamente al solipsismo, ma anche ad una più fattuale dimensione comunitaria.

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