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Il manifesto e i ricordi

di Alessandra Serafini

Quelle pagine giallastre, una copertina striata di colori tra bordeaux e panna, qualche risata adulta, immagini poco distinte di molte persone scherzose, alcune incazzose, la maggior parte a parlare di un sacco di discorsi complicati, forse incomprensibili vista l’età, ma altrettanto affascinanti dal farmi decidere di comparsare interrompendo e invertendo il ruolo dei partecipanti… riuscendo così ad avere anch’io il mio posto!

D’altronde, quando mia madre mi raccontava della scelta dei nomi mio e di mio fratello, venivano fuori nomi come Karl Marx e Aleksandra Kollontaj,… ricordando che alcuni dei nomi venivano proposti in assemblee di occupazione di qualche facoltà (direi che c’è andata alla stragrande quindi) perciò, l’importanza di un ruolo, come dire, era pressoché necessaria, almeno per capire qual era la nostra idea a tal proposito.

Mostrare qualche mio disegno, gioco, quaderno di quando iniziai a scrivere…

Parliamo dei generosi anni ’70, Roma, più precisamente da settembre del 1975 a settembre del 1981.

Le pagine alle quali facevo cenno inizialmente sono quelle del Giornale “il Manifesto”, quelle pagine enormi nelle quali mi ci sedevo, fingevo di darmi quella consapevolezza da lettrice esperta, emulavo la figura di mio padre che ricordo tenere sotto il braccio molti giornali…ma quelle copie rilegate scatenano nella mia mente una serie di ricordi che proverò a descrivere così come mi vengono. 

Il primo tra tutti: un motorino tipo bicicletta con un cuscino legato da un elastico come quelli che si utilizzavano per fermare le valigie sopra il tetto della macchina… perché una volta era normale vedere sopra le auto che transitavano, specie di ceste metalliche contenenti dal mobilio ad alcuni elettrodomestici! Il vano portabagagli non era così capiente… Ma torniamo al motorino: il modello era il Mosquito e il cuscino serviva per attutire le buche che incontravamo nella la strada io e mio padre verso scuola, al Pdup, alla redazione del Manifesto…

Ecco qui, il nome che ritorna: Il Manifesto. Ricordo scale interminabili, un ascensore che non prendevamo spesso ma di cui ho il ricordo del rumore e la visione dei fili che oscillavano (chissà se era lì), grandi sale dove spesso correvo con qualche gioco in mano, visi di persone, la maggior parte a scrivere, parlare, fumando continuamente, ma uno dei visi che ricordo più nitidi all’interno del suo ufficio, è quello di Valentino Parlato che con gentilezza, ma a mio sentire austerità, mi faceva qualche domanda, tenendo una sigaretta perennemente tra le dita un po’ ingiallite come i fumatori più insistenti e poi tornava a parlare con mio padre.

Correvo lungo questi corridoi dove alle pareti incontravo manifesti che a me parevano giganteschi, le persone sembravano simpatiche, si chiedevano spesso a voce alta: ”Ma chi è, la figlia di Massimo? impressionante la somiglianza!”  Dopo un po’ entravi a far parte dei visi conosciuti, perciò era come uno dei tanti ambienti dove era normale entrare, nel quale scovavo posti segreti, angoli in cui ispezionare, persone da ascoltare…Mi sedevo di fronte a qualche postazione in quel momento non occupata, forse perché il o la giornalista era fuori per qualche intervista, visionavo oggetti, quantità di fogli accatastati, simboli e naturalmente iniziavo a disegnare, una caratteristica e predisposizione arrivata prima della parola, almeno così pare da alcuni racconti di mia madre…

I disegni sono sempre stati il mio regalo più grande a qualcuno/a che incontravo in queste interminabili giornate… Mi spiace non averne testimonianza, non sapere se sono da qualche parte, ma chissà, in qualche posto magari sono imbucati… (ora che sono madre di due figli ho il buon vizio di tenere ogni tratto eseguito da Jacopo e Filippo, con data e luogo).

Le mattine in cui forse a scuola scioperavano e allora c’era questo susseguirsi frenetico di riunioni, incontri, voci che in modo concitato parlavano di massimi sistemi, battute a macchina. Ricordo questo scalpitio di tastiere manuali, non ricordo monitor di computer o forse si, qualcosa color bianco sporco, tavoli lunghi, sala stampa, portaceneri stracolmi ovunque.

Ricordo quando mi capitava di vedere Luciana Castellina e Lucio Magri, ai quali ero abituata a pensare come una coppia di stupendi individui, belli erano belli, non vi era alcun dubbio, ma il mio pensiero di bambina non comprendeva quella consapevolezza, lo sapevo perché lo sentivo, piuttosto ascoltavo, senza capirci la benché minima pippa, ciò che dicevano… e mi sembravano diversi da come spesso ero abituata a vederli, in contesti più familiari, più rilassati… dove li consideravo più alla mia portata, era come se lì, in quei momenti, fossero più alti! Anche a loro credo di aver regalato davvero molti disegni e raccontato chissà quali discorsi, fantasie e curiosità che affliggevano la mia giornata durante le ore in redazione… Ma che poi negli anni mi hanno restituito attraverso racconti incredibili di vita.

Avevo con me, bambole, penso di avere lasciato lì una serie infinita di cicciobelli – naturalmente neri, difficilmente mi regalavano quelli biondi con gli occhi azzurri – lupi e giochi di ogni genere.

Due, tre, quattro, cinque, sei, sette, i compleanni festeggiati a Roma, quei ventisette ottobre!

La fine dell’asilo/materna e i primi due anni di elementari…

Il campetto, dove giocavamo io e Carlo, dove mi abbuffavo, seduta sulle scale fuori dalla chiesa, da un sacco gigante di Ostia naturalmente non benedetta, essendo non battezzata, ma che Don Plinio si divertiva a darmi… forse nella speranza mi avvicinassi alla religione, ma ciò non è mai avvenuto, anche se ho rispetto per chi crede e le curiosità sono apparse gli anni successivi.

Ricordo che erano felici perché raccontavano che nel 1975 finì la guerra in Vietnam, anche se si susseguirono guerre in giro per il mondo con il golpe in Cile e Argentina (forse partì lì il mio amore per Isabelle Allende)…. Beh, fu nominata prima donna Ministra della Repubblica Tina Anselmi e nel 1979 Nilde Iotti Presidente della Camera dei Deputati (mi raccontò poi mio padre di essere stato ripreso e allontanato dalla camera per non aver indossato la cravatta e che aveva poi rimediato con un calzino… mi pare di ricordare ma quelli furono gli anni successivi al nostro vivere a Roma).

Ricordo distintamente quando ci fu il rapimento nel 1978 di Aldo Moro perché non si parlava di altro in casa e in redazione e di quanto dissentissero, come se ci fosse stata una nuova consapevolezza dell’aver superato un limite inaccettabile pur pensandola in modo opposto!

Ricordo lo sparo a Papa Giovanni Paolo nel 1981 e le successive immagini di quando in carcere lo stesso incontrò Mehmet Ali Agca per chiedergli le motivazioni di quel gesto. 

Alfredino Rampi, il bambino caduto nel pozzo nel giugno del 1981 e l’Italia sospesa in una storia di coraggio e timore, ricordo il viso di Pertini e il grande dolore del paese quando poi non si riuscì a salvarlo perché non si raggiunse il corpo.

Tanti 8 marzo passati con mia madre a Piazza Navona, un cappello a tesa larga con un piccolo ramo di mimosa incastrato, molte donne dai capelli lunghi, con gonne coloratissime, collane e orecchini di perline che cantavano e dichiaravano fiere al megafono qualcosa del tipo: ”Uomini a casa a lavorare, donne in piazza a manifestare”… e io divertita ma inconsapevole del significato, forse ripetevo.

Quelli per me erano momenti molto felici, mia madre rientrava solo nel fine settimana perché aveva assunto la cattedra come insegnante alle 150 ore a Bologna, a detta sua la più bella esperienza come insegnante, perciò durante la settimana vivevamo con nostro padre e le prime ragazze alla pari di quegli anni, tra le tante, ne transitarono davvero molte a casa, ricordo Dionisia e il suo fidanzato Calogero… che tipi incredibili! (spariti nel nulla…s’ipotizzano molte storie, tra cui quella di appartenenza a Lotta continua o chissà quale altro mistero) fatto sta che da lì, per me, fu molto complesso accettare altre persone, alcune credo addirittura di averle volontariamente fatte scappare!

Il lungo Tevere dove mi capitava di andare a trovare Clara, la maestra per me buona tra le due della scuola elementare.

La mia amica Margherita.

Giorgia e sua madre Lù, partigiana, un ricordo di storie incredibili, appassionanti e avvincenti, anche se scoprii in seguito, un po’ sofferenti per mia madre.

I gatti che raccoglievo quotidianamente nella via vicino a casa e che mio padre regolarmente rimetteva fuori, visto che ne avevamo uno in casa, Baldo, un siamese abbastanza stronzo, così almeno ricordo e che quindi volevo rimpiazzare.

Villa Panphili, Porta Portese, la pizza bianca… che avevano sostituito per quegli anni, i Giardini Margherita, La Piazzola/Montagnola e la burella!

Ma ora mi fermo qui, riprenderò i miei ricordi un po’ alla volta, non è semplice farlo così… al prossimo racconto, non prima di collegare un altro ricordo al Manifesto:

Il racconto di vita di mia madre da giovanissima che suonò il campanello di casa di Lucio Dalla per chiedergli una sottoscrizione al giornale… erano gli anni in cui tutto era incentrato su temi fondamentali, i giovani erano in piena rivolta, mio padre da lì a poco fu arrestato per la seconda volta, per gli scontri con la polizia di fronte alla fabbrica Longo, quella dei pennarelli. Mi cercò di spiegare che stava cercando di diffondere tra i lavoratori la consapevolezza di quelli che erano i loro diritti…e la polizia caricò.

Racconto predominante di mio padre a me per tutta la vita, difendere i diritti dei più deboli o ignari, consapevolezza e curiosità dovrebbero essere una costante delle persone, altruismo e rispetto per gli altri.

La casa in via Fondazza dove anni dopo arrivai anch’io, dove passarono da Adriano Sofri a Renato Curcio, da Bifo Berardi a Claudio Sabatini da Garibaldo a Alessandro Gamberini e chissà quanti altri e altre di cui non ricordo i nomi.

Insomma, era normale diffondere e ricercare consensi e aggregazione, giusto, mi raccontava…comunque, Lucio,  ascoltò il racconto e progetto collettivo avvincente e sottoscrisse!

L’ultimo pezzo di questi ricordi, come un cerchio che continua a tracciare la sua linea circolare, è collegato al progetto di Oltre a Noi con il Manifesto di Bologna, mio padre e Luciana Castellina che mi ha dedicato la prefazione del libro didascalico scritto lo scorso anno a testimonianza e raccolta delle esperienze laboratoriali di pittura con bambini e bambine della scuola materna e primaria, avvicinandomi ad Arci (lei n’è Presidente Onoraria) che poi ha riconosciuto e patrocinato il progetto attraverso una mostra insieme all’Assessorato alla Scuola di Ravenna e messo a disposizione la sede del Dock61, circolo Arci, che ha ospitato i laboratori del secondo anno del progetto.

Il senso di appartenenza al Manifesto insomma, mi concede di sentirlo come una parte fondamentale della vita che ho vissuto, testimone attiva di questa storia in cui mio padre e mia madre ne hanno preso parte, in un primo periodo assieme, dopo la loro separazione, più mio padre e spesso, contribuendone a scrivere il progredirsi.

La nuova iniziativa alla quale ho pensato in questo momento di grave situazione è:”Lettera al Mondo”, l’ho inviata a Sergio Caserta, giornalista del Manifesto di Bologna…. testata on line che aveva già ospitato l’esperienza di Oltre a Noi lo scorso anno, facendomi partecipare attivamente attraverso il coordinamento di un laboratorio alla propria festa editoriale svoltasi come ogni anno a giugno, realizzando così la tela: ”Cielo-Luna nel mondo dei bambini”, concentrandoci su temi riferiti all’ambiente, viaggiando da Iris Grace a Greta Thumberg, arrivando a quanto le nostre azioni quotidiane possano favorire e contribuire al cambieranno nel futuro del nostro pianeta! 

 

 

Sergio, ha trovato l’iniziativa interessante, proponendomi oltre la pubblicazione dell’articolo, la nascita di una rubrica on line…. La gioia e la gratitudine sono state immense! 

È così che il 27 marzo 2020, dopo qualche settimana di perfezionamento è nata la rubrica di Oltre a Noi che ospita l’iniziativa di Lettera al Mondo, con l’augurio si possano diffondere e riempire di lettere le cassette postali, una volta che potremo uscire nuovamente e ufficialmente di casa!

Ma soprattutto che i disegni inseriti nella lettera colorino la parte finale del secondo libro di Oltre a Noi!

P.S. Quei giornali rilegati di cui ho fatto cenno, relativi alle prime pubblicazioni del Manifesto, mia madre, ha deciso ad un certo punto della sua vita, pur le avessi chiesto di poterle conservare come memoria, di donarle alla collettività, alla biblioteca comunale dell’Archiginnasio di Bologna…

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