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Trame che narrano la Resistenza

di Francesco De Nicola

 

Sono passati settantacinque anni dal 25 aprile 1945: in Italia la seconda guerra mondiale era finalmente finita. Da allora tutto è cambiato e proprio adesso stiamo vivendo un’altra terribile guerra, questa volta contro un nemico senza divisa e invisibile, e quando sarà finita si moltiplicheranno le testimonianze e le rappresentazioni che vorranno spiegarla e raccontarla. Lo stesso era accaduto dopo il 25 aprile; e che cosa rimane oggi di quelle parole? Fu avvertita subito l’esigenza di dare a quelle vicende una veste letteraria: sulla prima pagina dell’Unità di Genova, con le notizie di cronaca comparve la poesia Insorgete! e due giorni dopo un’altra col titolo Canto, lo stesso di una terza apparsa il primo maggio sul Corriere alleato. C’era dunque fame di poesia, forse nel ricordo dei versi strazianti scritti nel 1944 (pubblicati sui giornali clandestini e affissi sui muri delle città) da Alfonso Gatto Per i martiri di piazzale Loreto: «Ed era l’alba, poi tutto fu fermo/la città, il cielo, il fiato del giorno./Rimasero i carnefici soltanto/vivi davanti ai morti». Ma in seguito la più diffusa rappresentazione della lotta partigiana non sarà affidata, tranne rare eccezioni, alle parole alte della poesia bensì inizialmente alle numerose pagine memorialistiche volte a far conoscere ciò che era realmente accaduto e che la censura militare aveva soffocato.

SU UN PIANO LETTERARIO invece si era diffuso il racconto breve che compariva con sempre maggiore frequenza sui giornali tornati nelle edicole e che, quando cominciarono ad avere due fogli, ospitavano una terza pagina dove scrittori affermati o sconosciuti raccontavano la guerra e soprattutto la Resistenza. E ancor più questi racconti trovarono spazio sui periodici che dall’estate del 1945 iniziarono a proliferare e tra questi un ruolo decisivo ebbe Il Politecnico, ideato e diretto da Elio Vittorini per dar voce a una nuova cultura che, facendo proprio il principio dell’impegno diffuso dal neorealismo, non più si limitasse a consolare dalle sventure ma servisse a prevenirle.

SULLE PAGINE del Politecnico furono così decine i giovani scrittori che si fecero conoscere e alcuni entreranno di diritto nella grande storia della nostra letteratura come Italo Calvino, Marcello Venturi e Giorgio Caproni, dei quali oggi possiamo rileggere i racconti partigiani nelle rispettive raccolte Ultimo viene il corvo, Cinque minuti di tempo e Racconti scritti per forza.
La fortuna di questo genere narrativo era dovuta sia alla sua facile reperibilità sulle pagine di giornali e periodici, sia alla sua struttura agile, quasi documentaria e priva della costruzione a tavolino propria dei romanzi. Questi racconti però correvano il rischio di essere ripetitivi, tanto che Calvino all’inizio del 1947 affermò, a proposito di un suo racconto: «Andato al comando ha avuto un successo strepitoso, è stato la mia fortuna, ma è anche stato la mia rovina perché ho continuato a scrivere Andato al comando cinque o sei volte»; e così passerà al romanzo con il Sentiero dei nidi di ragno.

LA STRADA DEL ROMANZO in realtà era stata già tentata all’inizio dell’estate del 1945 da Vittorini con Uomini e no, storia della Resistenza ambientata a Milano, che però non ebbe successo (ne furono vendute solo 8.000 copie nell’anno della pubblicazione) e se ebbe una buona accoglienza sull’Unità di Genova, su quella di Milano fu stroncato al punto che Togliatti riconobbe gli eccessi del recensore scusandosi con lo scrittore siciliano. Il romanzo in realtà è piuttosto cerebrale e Vittorini, per evitare un tono troppo militare, accanto al tema resistenziale aveva inserito una tormentata storia sentimentale. E tuttavia vi leggiamo una frase che racchiude il profondo significato della Resistenza: «Noi lavoriamo perché gli uomini siano felici. Che senso avrebbe il nostro lavoro, i nostri maledetti giorni clandestini se gli uomini non potessero essere felici?».
Esaurita la stagione del racconto, furono dunque le narrazioni lunghe a dare la rappresentazione delle vicende che avrebbero portato alla Liberazione e poiché furono assai diverse tra loro se ne offre qui una rapida e diversificata rassegna attraverso testi tutt’oggi reperibili, a cominciare da due sconvolgenti libri ispirati dall’olocausto, entrambi usciti in prima edizione e non senza difficoltà nel 1947: Se questo è un uomo di Primo Levi e Il fumo di Birkenau di Liana Millu.

LA RESISTENZA come opposizione spontanea alla gratuita violenza è stata raccontata da Renata Viganò in L’Agnese va a morire (1948), la guerra subita dai nostri soldati lontano dall’Italia si legge nel Deserto della Libia (1952) di Mario Tobino e in Bandiera bianca a Cefalonia (1963) di Marcello Venturi, la Resistenza sulle colline toscane e sulle montagne delle Dolomiti rispettivamente in Fausto e Anna (1962) di Carlo Cassola e nei Giorni veri (1963) di Giovanna Zangrandi. E sulla Resistenza, scriverà Calvino nel 1964, «fu il più solitario di tutti che riuscì a fare il romanzo che tutti avevano sognato quando nessuno più se l’aspettava, Beppe Fenoglio», alludendo a Una questione privata, uscito postumo nel 1963 e ambientato su quelle colline delle Langhe sfondo di tutta la narrativa resistenziale di questo scrittore che senza enfasi ma con asciuttezza epica ha raccontato, anche nel Partigiano Johnny (1968) le storie di tanti giovani che, sorretti da profondo senso etico e civile, vollero compiere quelle scelte coraggiose che il 25 aprile 1945 condussero l’Italia alla Liberazione.

Questo articolo è stato pubblicato su Il manifesto il 21 aprile 2020

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