In Ungheria Orbán usa l’emergenza Coronavirus per affossare la democrazia

10 Aprile 2020 /

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di Alessandro Pilo

 

L’Ungheria è la prima democrazia europea a capitolare davanti al Covid-19, anche se incolpare il virus sarebbe miope. È dal 2010 che il primo ministro ungherese mette a punto indisturbato il suo modello di democrazia illiberale

 

Noti studiosi dei populismi come Cas Mudde avevano messo in guardia sul rischio che la pandemia di Covid-19 potesse essere sfruttata da alcuni governi per svolte autoritarie. Un rischio che si è appena materializzato nell’Ungheria del premier Viktor Orbán, da anni osservata speciale dell’Unione europea per via delle sue politiche liberticide. Il 30 marzo Orbán si è fatto attribuire dal Parlamento ungherese i pieni poteri senza limiti temporali: potrà abrogare leggi già votate in precedenza mentre non potranno tenersi elezioni finché queste misure resteranno in vigore.

Il governo aveva già dichiarato a metà marzo uno stato d’emergenza che richiedeva una proroga da parte dell’Országház (il Parlamento ungherese) ogni 15 giorni. Con un gesto di responsabilità politica l’opposizione ungherese si era detta disposta ad approvare un decreto che avesse durata di 90 giorni, prorogabile fino a quando la pandemia non fosse terminata. Ma forte della sua maggioranza assoluta, Orbán non ha messo da parte il suo atteggiamento belligerante e ha rifiutato soluzioni bipartisan: dopo aver incassato il 23 marzo il “no” della Camera a una prima votazione in cui era necessaria una maggioranza dei quattro quinti, il 30 marzo la legge d’emergenza è passata a una seconda tornata, in cui era sufficiente la maggioranza dei due terzi, con 137 voti favorevoli e 53 contrari. Davanti a chi lo accusa della deriva dittatoriale, Orbán ha risposto cinicamente che i pieni poteri possono essere ritirati dall’Országház in qualsiasi momento. Ma controllato com’è dal suo partito Fidesz, nessuno si illude che il Parlamento eserciterà mai questa prerogativa. La ministra per la giustizia Judit Varga ha rassicurato che “sarà evidente per tutti quando in Europa la pandemia sarà conclusa”, ma c’è chi teme che in un modo o nell’altro si giustificheranno a oltranza le misure d’emergenza: a distanza di quattro anni sono ancora in vigore quelle prese nel 2016 durante la crisi migratoria.

Amnesty International e Human Rights Watch hanno lanciato l’allarme anche per un’altra legge presente nel pacchetto: detenzione da uno a cinque anni per chi diffonde notizie false od ostacola gli sforzi delle autorità nel controllare la pandemia. Il governo ha giustificato queste misure riferendosi a una fake news che il 13 febbraio scorso preannunciava l’imminente creazione a Budapest di una zona rossa, spargendo il panico. Ma la formula vaga permette di applicare questa legge arbitrariamente: secondo la stampa ungherese indipendente, potrebbe diventare reato scrivere delle inefficienze del sistema sanitario o criticare la gestione della pandemia. Anche le istituzioni europee hanno espresso i loro timori: “È della massima importanza che le misure d’emergenza non vadano a scapito dei nostri valori fondamentali. La democrazia non può funzionare senza media liberi”, ha affermato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.

Durante i flussi migratori del 2015, Orbán aveva già dimostrato di sapere cavalcare una “crisi” internazionale con opportunismo. Ora, con le istituzioni europee prese da altri problemi e senza il rischio di proteste di piazza, il primo ministro ungherese prova a capitalizzare politicamente l’emergenza Covid-19 e a risollevare le sue fortune: alle ultime elezioni comunali dell’ottobre 2019, quattro delle cinque principali città ungheresi erano passate all’opposizione.

Apparentemente la situazione Coronavirus in Ungheria non è grave: al 31 marzo il Paese contava 492 casi ufficiali e 16 morti, anche se l’aumento giornaliero dei contagiati si aggira intorno al 20%. Ma la situazione potrebbe presto sfuggire di mano per via di un sistema sanitario al collasso: l’Ungheria figura al penultimo posto del ranking dell’Euro Health Consumer Index, l’indice che misura il livello di qualità della sanità in Europa. Vari medici hanno denunciato di essersi trovati a curare dei pazienti infetti senza l’adeguato materiale protettivo, mentre alcune persone sono state messe in quarantena in camerate ospedaliere con altri pazienti potenzialmente positivi. Per questo il premier ungherese gioca d’anticipo: grazie alla retorica del “siamo in guerra col nemico”, sta provando a convincere gli ungheresi che mettere in evidenza le difficoltà del sistema sanitario è un atteggiamento antipatriottico. È ancora presto per capire se gli ungheresi crederanno alla propaganda del governo o se lo riterranno responsabile per aver trascurato la sanità pubblica durante tutti questi anni, nel caso la pandemia dovesse diffondersi in modo incontrollato.

L’unica cosa certa è che attualmente l’Ungheria è la prima democrazia europea a capitolare davanti al Covid-19, anche se incolpare il virus sarebbe miope. È dal 2010 che il primo ministro ungherese mette a punto indisturbato il suo modello di democrazia illiberale. Nel 2010 è stata approvata una legge che minava la libertà di stampa e metteva le basi per una televisione pubblica asservita al governo. Nel 2011 sono state riscritte le regole del sistema elettorale, che in modo sottile offrivano dei vantaggi al partito Fidesz, e nel 2013 una riforma costituzionale ha ridotto i poteri della Corte costituzionale. Ironicamente la strategia del premier sovranista sembra una versione contemporanea della celebre tattica del salame, teorizzata dal leader stalinista ungherese Mátyás Rákosi: ottenere il potere assoluto eliminando gli ostacoli gradualmente, fetta dopo fetta.

Questo articolo è stato pubblicato da Altreconomia il 2 aprile 2020

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