Esther Duflo: «In economia ancora troppe teorie prive di fondamento»

10 Aprile 2020 /

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di Andrea Barolini 

 

«Oggi le diseguaglianze esplodono. Siamo minacciati ovunque da disastri politici e da catastrofi ambientali. E non abbiamo nulla da opporre a tutto ciò, se non delle banalità». Il libro Economie utile pour des temps difficiles” (“Economia utile per tempi difficili”, nelle librerie in Francia da metà marzo) dei coniugi premi Nobel per l’Economia Esther Duflo e Abhijit Banerjee ricalca in tutto e per tutto il loro approccio scientifico. Concreto, semplice, chiaro, privo di fronzoli. Cinquecento pagine ricche di esempi, di storie. Di soluzioni.

Una narrazione dell’economia incardinata dunque sulla realtà. Fin dalla prefazione, nella quale i due autori spiegano le ragioni che li hanno spinti a divulgare le loro idee al grande pubblico. «Non ne potevamo più – scrivono – di vedere il dibattito sulle grandi questioni economiche (l’immigrazione, il libero scambio, la crescita o il clima) incanalato su cattive strade. Soprattutto, ci siamo resi conto che i problemi delle nazioni ricche assomigliano sempre più a quelli dei paesi in via di sviluppo in cui lavoriamo normalmente. Persone abbandonate, diseguaglianze galoppanti, totale assenza di fiducia nel governo, società e Stati divisi».

Di qui la scelta di Duflo e Banerjee di tentare di divulgare le loro idee anche al di fuori dell’ambito accademico. Anche per contrastare quello che definiscono un pensiero unico: «Non esistono dei “portavoce” della professione di economista e nessuno può rappresentarla in tutta la sua complessità. Eppure, a spiccare sui media di tutto il mondo sono soprattutto gli studiosi di stampo liberale». Un problema, poiché in realtà i ricercatori nelle università «non hanno una visione uniforme dell’economia, ovvero l’ideologia pro-mercato, della Scuola di Chicago».

 

Il pragmatismo eterodosso di Esther Duflo

Di certo non è “ortodosso” l’approccio dei due premi Nobel, che rifiutano i modelli creati a tavolino, puntando sul pragmatismo: «Il nostro metodo non consiste nel consigliare ad un ministro delle Finanze in che modo ridurre le spese. Ciò che facciamo è studiare i programmi che un governo punta ad adottare. Per aiutarlo a trovare il modo più efficace per riuscirci. La nostra è perciò un’attività strettamente legata alla sperimentazione: adottiamo un approccio scientifico e rigoroso per ottenere risposte pratiche».

Una pratica sul terreno che si traduce anche nel lavoro teorico. A cominciare dallo sfatare i miti esistenti nelle scienze economiche. «Una delle idee diffuse tra le più false – spiega Duflo in un’intervista concessa al quotidiano francese Libération – è quella secondo cui gli individui sarebbero “reattivi” agli stimoli economici. Se le imposte crescono, smetteranno di lavorare. Se i sussidi sono più alti, i più poveri preferiranno rimanere a casa. Se le condizioni economiche migliorano nel nostro Paese, tutto il mondo sbarcherà da noi. E così via. Non è vero nulla: non sono questi i “motori” che muovono le persone. Il che significa che possiamo pagare più tasse, progressive, senza che ciò comporti alcuna catastrofe economica. E possiamo concepire politiche sociali senza farci troppi problemi».

 

Lo studio che sconfessa l’utilità del “conditional cash transfer”

Esther Duflo propone anche in questo senso un esempio concreto: «Prendiamo quello che in inglese si chiama “conditional cash transfer” (sistemi di lotta alla povertà che prevedono sussidi in cambio di specifici impegni da parte dei beneficiari, ndr). In Messico hanno avuto ottimi risultati e dunque altri Paesi si sono mossi in tal senso».

Duflo ha così condotto uno studio ad hoc in Marocco. Prevedendo due iniziative distinte: in un caso, ai genitori di figli in età scolare è stato detto che potevano ricevere il denaro a condizione di inviare i loro figli a scuola. In un secondo, sono state semplicemente versate le somme, sottolineando che si trattava di un aiuto per l’istruzione dei figli. «Ebbene – spiega la premio Nobel – in entrambi i casi abbiano riscontrato lo stesso risultato: la scolarizzazione è aumentata». Un vantaggio considerevole, «sapendo che costa molto caro far rispettare le regole imposte». E che, inoltre, i paletti «rischiano di scoraggiare chi pensa di non poterli rispettare, che per questo si autocensura».

 

«Non ci siamo mai liberati da una visione punitiva della protezione sociale»

Ad intervenire, infatti, sono spesso spinte psicologiche. Più forti di quelle meramente monetarie. «Alcuni studi che abbiamo condotto in India ci indicano risultato opposti a ciò che spesso si crede. Non è vero che, una volta raggiunto uno standard minimo di vita, si ha meno voglia di lavorare. Dall’Inghilterra vittoriana in poi, non ci siamo mai completamente liberati da una visione punitiva della protezione sociale. Come se dovessimo “proteggere” il resto della società dai poveri. Poiché potenzialmente pericolosi».

Tutte questioni di cui si dovrebbe poter dibattere. A condizione però di cambiare il nostro modo di porci: «Ciò che oggi rende la situazione particolarmente inquietante è il fatto che lo spazio per il confronto sembra ridursi ogni giorno di più. Assistiamo a una “tribalizzazione” delle opinioni. Non soltanto nel mondo della politica. Anche in ciò che riguarda i principali problemi della società e le soluzioni che occorrerebbe adottare».

 

«Redditi e povertà contano molto più del Pil per giudicare un’economia»

Per comprendere l’economia, dunque, secondo Duflo non è necessario inventare nuovi strumenti o indicatori. Quelli esistenti, assieme alle esperienze concrete e alla ricerca sul campo, sono già ampiamente sufficienti: «Prendiamo gli Stati Uniti. Sono una potenza economica eppure hanno grandissimi problemi di povertà. Non hanno sussidi di disoccupazione, per cui nessuno ha interesse a dichiararsi senza lavoro».

«La realtà – conclude la premio Nobel per l’economia – è che il Pil o la Borsa non riflettono la vita quotidiana degli americani. I redditi dell’1% più ricco sono aumentati enormemente, mentre quello medio è completamente piatto da decenni. Se ci abituassimo ad utilizzare questi indicatori, anziché il Pil procapite, comprenderemmo meglio la scontentezza delle popolazioni».

 

Questo articolo è stato pubblicato da Valori il 31 marzo 2020

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