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La tecnica da sola è inadeguata se non è preceduta dalla politica

di Marco Liberatore – Gruppo Ippolita
Facebook censura? Buongiorno. Quello a cui abbiamo assistito in questi giorni non è tanto un’azione di censura, è il sovrano che esercita il suo potere assoluto. Per quanto deprecabile sia tappare la bocca a chi fa informazione – e lo è – se non si inquadra la questione in questi termini si rischia di mancare il bersaglio.
Facebook è uno strumento per il governo dei viventi, non un sito di informazione. Pur comprensibili, finiscono per essere risibili le richieste di democratizzarlo o statalizzarlo. Su questo, la profondità di sguardo di alcune pensatrici, nonostante il tempo trascorso, è di grande attualità.
Simone Weil sosteneva che «la totale subordinazione dell’operaio all’impresa e a coloro che la dirigono poggia sulla struttura della fabbrica e non sul regime della proprietà». Ancora più incisiva, Audre Lorde «Gli strumenti del padrone non demoliranno mai la casa del padrone».
Parlando di Facebook non è diverso, perché è la forma del social network commerciale a essere un problema, la sua struttura, la sua interfaccia e solo per ultimo il suo algoritmo. Stiamo parlando di uno strumento nato per estrarre valore dalle relazioni tra persone, sfruttandone tempo e attenzione, che di fatto sono così «al servizio dei proprietari del servizio». E continuerà a farlo anche se dovesse cambiare proprietà.
Come sempre, quando Facebook indigna, si sollevano le voci di coloro che coraggiosamente portano avanti e promuovono l’uso di social alternativi o «etici». Vogliamo dirlo in modo chiaro: saremo sempre dalla parte di chi sperimenta modi di esistenza altri e trasformativi. Ma se vogliamo entrare nel merito allora occorre essere altrettanto schietti: non ci siamo.
È da alcuni anni che si susseguono tentativi di costruzione di social network non-commerciali, decentralizzati, federati. L’ultimo su cui si stanno investendo non poche energie è Mastodon, uno strumento che riprende Twitter, migliorandone alcuni aspetti dell’interfaccia. Non è creato da compagn*, non è autogestito ma è autogestibile e federato. Alcune istanze, per esempio, sono popolate dai nazisti dell’Illinois. Oltre al problema dei fascisti, Mastodon non risolve, perché non è un progetto originale, la gamificazione. Perché dovrebbe riprogettare il sistema senza il suo cuore pulsante: la delega delle fonti di piacere alla piattaforma.
Federare non basta. Occorre ripensare dalle basi tutta l’infrastruttura a partire dal piacere e dall’immaginario. La risposta tecnica da sola è del tutto inadeguata se non è preceduta da quella politica, pena replicare il determinismo tecnico che non è e non può essere mai liberante. Relazione, informazione, organizzazione, propaganda, oggi queste funzioni sono compresse e mischiate dentro i social ma se si auspica un’utilità degli strumenti digitali per i movimenti, il significato di queste operazioni va chiarito ulteriormente cominciando da ciò che può essere efficace per una trasformazione positiva del vivere insieme.
La funzione organizzativa è schiacciata su quella comunicativa – il luogo per organizzarsi non può essere quello in cui si fa propaganda. La struttura dei social è pensata per l’infotainment – intrattenimento basato su informazione, battute, polemiche, meme, gattini, tutto frullato insieme – e in questo senso è funzionale sia la gamificazione delle interfacce sia l’affastellamento di contenuti diversi, sia la rimozione della memoria, considerata la sostanziale impossibilità di navigare tra i contenuti più antichi di qualche settimana. Eliminare stelline e cuoricini non elimina la competizione, l’infantilizzazione e l’appiattimento dell’esperienza. Infine, si dice che i social aiuterebbero le soggettività invisibilizzate a guadagnare un po’ di visibilità. Niente di più illusorio, purtroppo.
Quella veicolata dai social è un tipo di visibilità-trappola che non porta trasformazione, sulla piattaforma si può produrre tutta l’identità che si vuole, ma non è provato che questo abbia una qualche ricaduta per le strade. Il social è soprattutto uno spazio dell’esibizione e della performatività, mentre le città continuano ad essere spazi di decorosa omologazione.
Poiché le tecnologie del dominio ci hanno azzerato proponendo uno stile di vita senza conflitto e privo di attrito guardiamo con interesse i gruppi attivi dietro esperimenti come lapunta.org e gancio.cisti.org. Ripartire dal calendario condiviso, nella sua disarmante nudità, può essere un’idea se ci riporta negli spazi pubblici e ci fa incontrare nelle strade e nelle città.
Questo articolo è stato pubblicato da quotidiano Il manifesto il 23 ottobre 2019

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