Stefano Cucchi: nove anni per avere giustizia sono troppi

13 Ottobre 2018 /

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di Marcello Adriano Mazzola
Il caso Cucchi ci deve fare riflettere anche sui tempi irragionevoli della giustizia. A prescindere dalle responsabilità o meno anche di qualche magistrato. Perché sono trascorsi almeno 9 anni e passerà ancora del tempo prima di accertare con una sentenza (e forse anche definitiva) la responsabilità dei rei. Dei quali già oggi si sanno i nomi.
Ora è certamente il tempo del tributo a una grande e ostinata donna come Ilaria Cucchi, che contro ogni resistenza, ogni indicibile ostacolo, ogni spregevole omertà in divisa, ha insistito, ha sofferto. Ha destinato una parte importante della sua vita verso il traguardo della giustizia, della verità, della dignità di suo fratello.
Ora è certamente il tempo di riflettere sulla responsabilità di uno Stato incapace di individuare subito e in modo chiaro gravi responsabilità al proprio interno (di casi Cucchi ne abbiamo centinaia, alcuni noti come quello Uva e altri rimasti ignoti e di cui non si saprà nulla e in svariati campi; basti solo accennare al caso della contaminazione da pallottole all’uranio impoverito che ha coinvolto moltissimi soldati).
Ora è certamente il tempo della coscienza collettiva, di metabolizzare il fatto nella sua enorme gravità, di guardarsi dentro (quanti hanno taciuto o continuano a tacere, anche se non in divisa, dinanzi a fatti gravi, così rendendosi complici di episodi orribili o spregevoli?, quanti si voltano dall’altra parte perché è un problema che non li riguarda?) e di cogliere l’occasione per mutare con i fatti questa società.

Ora è certamente il tempo della bonifica di settori della pubblica amministrazione corrotti, malati, inefficienti poiché il caso Cucchi ha svelato comunque che in una parte dell’Arma (almeno 4 i carabinieri coinvolti) sono stati compiuti gravi reati. Dunque l’Arma non può semplicemente chiamarsi fuori. Tutt’altro.
Ma è anche il tempo di riflettere sui tempi della giustizia in Italia e sulle conseguenze devastanti dei suoi tempi inadeguati sull’esistenza delle persone, sul nostro benessere, sul sistema Paese, sulla tutela dei diritti fondamentali.
L’efficienza della giustizia è centrale nella vita di noi tutti. Direttamente o indirettamente. Ogni tanto lo si ripete come un mantra, ma poi cade là, come se di fatto fosse irrealizzabile. Eppure in moltissimi Paesi europei e non solo funziona benissimo. La risposta altrove è efficiente, celere, adeguata, proporzionata, certa. Da noi esattamente l’opposto. Non è un caso che da noi ricorrano le seguenti frasi, anche arroganti: “fammi pure causa!”; “lo arrestiamo ma tanto esce subito!”; “è inutile denunciarlo!”; “tanto i soldi non li recupero più!”, etc. Frasi che svelano una radicale sfiducia verso la giustizia e un fatalismo nell’accettazione dei suoi mali.
Ancora qualche giorno fa il guardasigilli Bonafede (al Congresso Forense tenutosi a Catania) ha proferito ottime intenzioni riformiste: “la riforma della giustizia non è né di destra, né di sinistra ma un bene per tutti”; “riformeremo il processo civile perché non è possibile dedicare più tempo al rito e meno al merito”. In realtà anche il bravo precedente guardasigilli (appassionato, competente e dialogante) aveva manifestato un piglio riformista, però poi tradotto in flebili iniziative.
Se si vuole migliorare la giustizia (almeno civile), lo scrivo da anni, occorre intervenire su alcuni punti nevralgici, anche subito senza necessariamente dover legiferare:

  • 1. Organizzare bene tutti i Tribunali (oggi abbiamo tribunali eccellenti e tribunali mediocri, il che è inaccettabile);
  • 2. Garantire un giusto processo adoperando gli strumenti già oggi a disposizione nei giudizi civili (conciliazione, calendario del processo, discussione orale, decidere subito sulle eccezioni dirimenti etc.);
  • 3. Adoperare al meglio gli strumenti di condanna alle spese e di responsabilità aggravata;
  • 4. Garantire per ciascun giudice un maggior numero di udienze (oggi mediamente è di 2 giorni alla settimana, raramente 3);
  • 5. Premiare i giudici più virtuosi;
  • 6. Valorizzare e rispettare il ruolo della magistratura onoraria, consentendo l’accesso solo ai più meritevoli ma senza poi sfruttarli in modo indecoroso;
  • 7. Consentire un proficuo scambio di esperienze tra magistratura e avvocatura, al fine di ottenere una maggiore collaborazione;
  • 8. Cessare di valutare in modo diseguale privati e pubblica amministrazione dinanzi al giudice.

Tutto ciò consentirebbe di avere subito e a costo zero, processi più veloci. E questo significherebbe garantire a tutti il rispetto dei diritti, dare fiducia agli investitori stranieri, ridurre i costi (per lo Stato, per i cittadini, per le imprese). In pratica fare un balzo in avanti pure nel Pil. Perché il Pil si nutre di fiducia nel sistema.
Questo articolo è stato pubblicato dal FattoQuotidiano.it il 12 ottobre 2018

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