Quali propositi per il bene comune dell'"infosfera"

24 Marzo 2018 /

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di Vincenzo Vita
Tanto i media vecchi e nuovi sono oggetto di conversazione e di chiacchiera, quanto vaghe risultano le proposte politiche che toccano la società dell’informazione. In vista della formazione del governo, sarebbe utile se non doveroso esplicitare le intenzioni. Dei due protagonisti del voto del 4 marzo l’uno – la Lega di Salvini – dice poco al riguardo, l’altro – il Mov5Stelle – ne parla per “editti” piuttosto che per propositi concreti. Limitiamoci ai vincitori. Dei limiti del Partito democratico e delle sinistre si è scritto fin troppo, con ben magri esiti.
Se si vuole davvero aprire un’altra stagione è fondamentale cominciare dalla rete, ovvero il fulcro dell’infosfera, utilizzando la felice terminologia di Luciano Floridi. Ora più che mai è inevitabile sancire con una norma chiara e netta alcuni principi essenziali per declinare la categoria generale di «bene comune» così come descritta da Stefano Rodotà. Il primo è quello della «neutralità della rete», vale a dire l’eguaglianza nelle opportunità di accesso; il secondo tocca il punto chiave della banda larga e di Internet, da intendere come diritti di cittadinanza e non luoghi di mera accumulazione di mercato. Sullo sfondo l’ancoraggio degli Over The Top alla trasparenza dei loro algoritmi. Facebook racconti la verità, per cominciare.
Inoltre il tema è di stretta attualità, essendo in discussione le modalità di copertura dell’Italia, dalle fibre ottiche alle tecniche 5G. Lo stesso ritorno di fiamma dello scorporo della rete di Tim-Telecom (accidenti, vent’anni dopo e senza mai un’autocritica) impone una visione strategica. Che oggi non esiste, a parte il Risiko societario tra Bolloré e il fondo americano Elliott in cui non è chiaro chi sia la padella e chi la brace.

E poi. È finalmente tempo di abrogazioni. Chissà se Luigi Di Maio tra le 400 leggi da eliminare subito ha considerato il Testo unico della radiodiffusione del 2005, la (contro)riforma della Rai del dicembre del 2015 e la presunta disciplina sul conflitto di interessi del 2004 dell’allora ministro Frattini. Il decreto legislativo n.177 fu il bignamino voluto dall’ex ministro Gasparri a compendio delle varie disposizioni in campo radiotelevisivo, a partire dalla nefasta legge a sua firma dell’anno precedente che santificò l’impero berlusconiano. Lo strapotere di Mediaset, figlio anche delle incongruenze del centrosinistra al governo, ha pesato molto nel limitare lo sviluppo. Anzi. Il surreale «spezzatino» tra le regioni nel passaggio dall’analogico al digitale imposto dal successore Romani ha accentuato il ritardo italiano e si è rivelato una gogna per l’emittenza locale.
L’intero quadro va ridisegnato con coraggio e fantasia, proprio con il criterio del «bene comune» e dei vincoli antitrust. Si richiedono principi saldi e regolamenti di rapido aggiornamento a cura delle autorità di settore, che a loro volta meritano un “tagliando” di verifica.
La leggina sulla Rai, peraltro di dubbia costituzionalità, è stato un vero scandalo, figlio di un’accecante bramosia di potere. Fu attribuito tutto il comando a un uomo solo, sbagliando pure la persona. Il servizio pubblico merita sul serio un rilancio, come luogo di riferimento – un software intelligente – dell’intero universo comunicativo, togliendo di mezzo la subalternità al governo e rendendo possibile una reale indipendenza.
Un bel ritocco, infine, per la legge sull’editoria dell’ottobre del 2016, colpevole per le omissioni (futuro delle testate e delle professioni), più che per un articolato così contingente. E, magari, una legge per la radio. Al lavoro e alla lotta. Ma con chi?
Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano Il manifesto il 21 marzo 2018

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