Skip to content

La mia indignazione per ciò che accade nella sanità: l'ultimo intervento di Vincenzo Tradardi


di Vincenzo Tradardi
Intervento tenuto il 23 settembre 2016 alla “Festa della Costituzione”, Parco Bizzozzero, Parma, 23-24 settembre 2016. È stato l’ultimo intervento pubblico di Vincenzo Tradardi, scomparso lo scorso 19 ottobre.
Oggi sono venuto perché volevo urlare la mia indignazione per quello che sta succedendo nel campo della Sanità. Mi avete presentato come ex-presidente dell’Unità Sanitaria Locale n. 4 di Parma, e stiamo parlando del 1980, cioè gli anni di applicazione della grande riforma sanitaria. La legge 833 fu approvata nel dicembre 1978, un anno durissimo, l’anno dell’assassinio di Aldo Moro. Eppure alla fine di quell’anno tragico le forze politiche a grandissima maggioranza approvarono questa grande riforma sanitaria.
Pensare che la riforma sanitaria sia stata il frutto del lavoro parlamentare è non dire la verità. La riforma sanitaria fu prima di tutto vissuta nel tessuto concreto delle lotte, e non solo dei lavoratori della Sanità, ad esempio nei nostri ospedali. Io mi ricordo quante manifestazioni abbiamo fatto, non solo quindi lotte degli addetti alla Sanità, ma io penso quanto il tema della Sanità vide da protagonisti i lavoratori. I lavoratori con i sindacati compresero il valore della tutela della salute in fabbrica e quindi della prevenzione, e a Parma come altrove ci furono lotte di straordinario valore. Quindi la riforma sanitaria non fu un atto di commissioni parlamentari se non nella parte finale.

Fu un grande, grandissimo movimento di massa in tutto il paese che segnava un cambiamento radicale. Perché dico radicale, forse unico? Perché, e l’ha sottolineato oggi Cristina Quintavalla, era basato su due valori fondamentali della nostra Costituzione, la solidarietà e l’uguaglianza. I più giovani non se lo ricordano, ma prima dell’approvazione della Legge della riforma sanitaria c’erano le così dette mutue, la mutua era un modo per garantire a ogni categoria sociale la salute in base alle proprie disponibilità, e qualche categoria sociale addirittura non aveva alcuna assicurazione, quindi c’era una diversità di diritti enorme.
Ovviamente l’articolo 32 della Costituzione, frutto dei padri e delle madri costituenti, stabilì una cosa molto particolare: come ci ha ricordato la professoressa Carlassare, fra i tanti diritti che la Costituzione assicura ai cittadini, fu attribuito al diritto alla salute una caratteristica particolare, e gli fu dato un aggettivo, il diritto alla salute è un diritto fondamentale. Perché è fondamentale il diritto alla salute? Perché una discriminazione dal punto di vista della salute è inaccettabile in quanto mette in discussione qualcosa di esistenziale per il cittadino. Quindi affermare il diritto alla salute era un diritto fondamentale, questo stabilirono i padri e le madri costituenti.
Ovviamente, scritta la Costituzione e approvata a grandissima maggioranza, ci vollero molti anni per realizzare questo diritto, ma questo ovviamente era nelle cose; i padri costituenti non stavano elaborando un Decreto Legge che da un giorno all’altro poteva mettere in moto e attuare un diritto, quel principio doveva trovare forme di lotta ed elaborazioni pratiche nel concreto della vita politica della nazione. Questo avvenne con la Legge 833 del 1978 che affermava una cosa straordinaria: superava le mutue e quindi i differenti trattamenti dei cittadini e stabiliva un principio estremamente innovativo, socialista potrei dire, perché diceva che tutti secondo le proprie disponibilità devono contribuire per la Legge di riforma sanitaria.
I contributi da dare per sostenere il Servizio sanitario sono proporzionali al reddito. Chi ha più deve contribuire in modo maggiore, chi non ha nulla non deve dare nulla. È un principio di straordinario valore civile, per cui tutti devono contribuire. Se poi alcuni avranno la fortuna di non utilizzarlo non è che potranno pretendere di prendere indietro i soldi che hanno dato, ma a tutti deve essere data la stessa opportunità di tutela della salute. È un principio di straordinario valore perché fonda il principio della solidarietà fra i cittadini. Tutti partecipiamo e sosteniamo il Servizio sanitario, e se avremo bisogno di questi Servizi sanitari dovremo avere lo stesso trattamento in qualsiasi momento e in qualsiasi parte del paese. Era un principio di valore enorme. Ovviamente fu messo subito in discussione da un Ministro che doveva attuare questa grande riforma e che era un liberale.
La manutenzione della riforma è stata molto problematica. Molti diranno: “Ma chi è questo Tradardi, ex-presidente di una USL, non esiste più il termine USL, oggi esistono le AUSL, le Aziende di Unità Sanitaria Locale”. Cambiano nome e la gente non capisce più nulla, non si ricorda di questa storia straordinaria, pensa che siano tutti aspetti burocratici, ma non sono aspetti burocratici perché nel 1991 il Presidente del Consiglio Amato ha fatto un primo atto di grande controriforma che è quella della aziendalizzazione: la Sanità diventa una azienda che lavora in termini di prodotto, di prodotto sanitario, ma soprattutto – e questo è sempre stato dimenticato – concentrando tutti i poteri che prima erano delegati al territorio, perché le Unità Sanitarie Locali erano espressione del territorio delle municipalità.
Con il 1981 tutto fu trasferito alle regioni in uno stato veramente di eccezione perché le regioni dal 1981 legiferano, amministrano, e quindi a catena discendente nominano tutti e controllano. Credo che non esista nessun esempio in cui tutti i poteri siano stati concentrati nello stesso soggetto politico.
Arrivo sùbito al Titolo V della Costituzione, che mi interessa perché adesso si dice che le Regioni d’Italia – aventi sistemi sanitari diversi, e questo in parte è vero – hanno creato differenze profonde da Regione a Regione.
Quindi cosa dobbiamo fare, si dice che per ovviare a questo problema dei venti sistemi sanitari diversi dobbiamo restituire allo Stato nazionale i poteri della Sanità. È una di quelle mascalzonate infinite. Primo, perché lo Stato oggi ha poteri enormi di intervento sulla Sanità e lo vediamo tutti i giorni. Decidendo le risorse e si prendono beffa della Conferenza Stato-Regioni, si riuniscono e decidono qual è l’entità del fondo sanitario nazionale, dopo qualche giorno il governo decide di cambiare quella pattuizione che c’è stata fra le Regioni, cosa che succede sistematicamente.
Allora perché dico che il trasferimento allo Stato del potere della Sanità è una presa in giro ed è un po’ la favola di Cappuccetto Rosso? Perché restituendo allo Stato tutti i poteri nel campo della Sanità, prima di tutto bisognerebbe dimostrare come fa lo Stato a questo punto a garantire a tutte le realtà nazionali una pari qualità e dignità ai Servizi sanitari. Non credo sarebbe una operazione così facile. Ma in realtà stiamo consegnando allo Stato quello che sta progettando, una distruzione del Servizio sanitario nazionale. Stiamo proprio consegnando all’orco i poteri fondanti per decidere. Se fino a oggi hanno deciso con qualche fatica, nel momento in cui lo Stato, gli enti, ecc. avranno tutti i poteri del capo aziendale, la strada per distruggere il Servizio sanitario nazionale sarà enormemente potenziata. Altro che eguale qualità e dignità! Quindi questo è un trucco malvagio, che bisogna denunciare. Si arriverà a un processo di distruzione della Sanità.
Come viene distrutta la Sanità in Italia? Viene distrutta attraverso le convenzioni con i privati. Pensate alla Sanità della Lombardia, della Liguria, del Lazio, in cui le convenzioni venivano date a man bassa ai privati. Il meccanismo che sta prendendo piede e si sta insinuando è tutto diverso. Sta facendo passi enormi in avanti l’idea che occorre costruire un altro bilancio della Sanità perché la Sanità pubblica non ce la fa. Si sta insinuando l’idea che accanto al bilancio della Sanità pubblica bisogna creare il secondo pilastro, quello delle assicurazioni. Noi abbiamo assistito anche recentemente a casi come quello di Federmeccanica, che ha deciso di non offrire alcun aumento salariale ai dipendenti e di offrire invece polizze assicurative sanitarie. Sembra una cosa incredibile. Come mai i datori di lavoro sono interessati a sostituire aumenti salariali con polizze assicurative? Ma perché sanno benissimo che:

  • Primo, per queste polizze assicurative loro ne avranno dei benefici dal punto di vista fiscale, non lo dicono ma è così.
  • Secondo, fidelizzano i dipendenti: io ti faccio questa assicurazione quindi tu sei fidelizzato.
  • Terzo, rompono la solidarietà dell’universalismo della riforma sanitaria perché, se la riforma sanitaria arriva a tutti, la stessa prestazione sanitaria avviene nello stesso modo, ma se a una categoria o a una azienda si può permettere una assicurazione sanitaria migliore – e anche il sindacato sembra stia accettando questa assicurazione integrativa – si rompe la solidarietà perché questo meccanismo significa che chi può difendersi con una assicurazione integrativa forse si può anche difendere, ma non possono farlo i disoccupati e chi non si può permettere una assicurazione integrativa. Crolla tutto quel meccanismo che faceva della riforma sanitaria un fattore di integrazione del Paese, di unità del Paese. Una cosa gravissima. Stanno passando l’idea che i pacchetti assicurativi sono la modernità. I pacchetti assicurativi li conosciamo benissimo, è la storia degli Stati Uniti d’America, dove hanno creato disastri enormi. Quando le assicurazioni mettono le loro mani su questi pacchetti è difficile tornare indietro. Il pacchetto sanitario fa l’interesse di chi vuole speculare, perché il pacchetto Sanità è di 115 miliardi di euro pubblici cui si vanno ad aggiungere 34 miliardi di spesa out of pocket che il cittadino affronta senza aspettare il servizio pubblico perché ha fretta o per altri motivi. Stanno mettendo le mani su questo enorme bancomat di 130-140 miliardi di euro, e per questo gli speculatori oggi stanno pensando alla Sanità avendo già ottenuto sul sociale tutto quello che avevano chiesto, perché il sociale è quasi completamente privatizzato, e sappiamo come è stato privatizzato il sociale a Parma come altrove.

Ma adesso il pacchetto è la Sanità, e allora occorre difendersi da questo inaudito attacco. Difendiamoci dal fatto che alcune settimane fa la dottoressa Gibertoni, la Direttrice della Azienda Ospedaliera di Bologna, ha fatto una conferenza stampa per esaltare una convenzione in cui i soci di UniSalute, che è una branca di Unipol, fanno una convenzione con l’AUSL che garantisce attraverso l’attività dei medici intra-moenia un canale privilegiato per accedere alle prestazioni ambulatoriali ma anche a prestazioni chirurgiche, e mettono addirittura a disposizione i posti letto ai medici, così si lisciano anche i medici affinché svolgano la loro attività in alternativa al Servizio pubblico. Cioè si esalta un meccanismo che sta dividendo i lavoratori tra quelli che hanno un canale privilegiato, siccome sono soci di UniSalute, e quelli che invece non ce l’hanno. Ma stiamo arrivando a questi livelli di aberrazione in cui le aziende pubbliche si fanno promotrici degli interessi e delle attività private. Questa è una cosa odiosa.
Ma noi siamo nella Regione Emilia-Romagna, direte, e quindi siamo ben protetti perché noi della regione Emilia-Romagna combatteremo contro queste aberrazioni. No signori, la regione Emilia-Romagna, proprio la Regione Emilia-Romagna, è alla testa di questo processo, è tanto innamorata di questa esigenza di entrare come secondo polo della Sanità, quello privatistico, quello delle polizze assicurative, che ce l’ha messa tutta e ha fatto anche una prova d’anticipo: infatti nel 2009 il signor Errani, che non è la brava persona di cui si parla, ha fatto una convenzione per garantire i propri 2.700 dipendenti, e questo con i soldi nostri perché la Regione versa una cifra di denaro per questa convenzione, 170 euro per ogni dipendente che viene così assicurato.
Pensate a che punto siamo arrivati: la Regione Emilia-Romagna, che gestisce il Servizio sanitario nazionale, promuove questa assicurazione.
Io posso capire Federmeccanica che, almeno per ora, non gestisce il Servizio sanitario nazionale. Ma qui siamo in anticipo sugli eventi. Nel 2009 la Regione Emilia-Romagna di Vasco Errani, e poi quella di Bonacini ovviamente perché c’è una continuità totale, fanno convenzioni per garantire non a tutti i cittadini dell’Emilia-Romagna ma ai propri dipendenti, con soldi anche nostri, una assicurazione integrativa che è in contrasto con gli interessi della stessa Regione che gestisce il Servizio sanitario nazionale: è quindi in competizione! Ma ci si rende conto che con i nostri soldi promuovono la distruzione del Servizio sanitario nazionale e regionale? E che questo è il modello che sta andando avanti. Sembra che non ci sia via d’uscita di fronte a questa barbarie che sta avvenendo che porterà alla distruzione del Servizio sanitario nazionale universalistico e solidaristico. Ci possiamo difendere? Chi ci sta difendendo?
Sono rimasto sorpreso dal fatto che gli unici che hanno preso posizione sono alcune organizzazioni sindacali mediche, considerate corporative, le quali sono scese nella fase di lotta e recentissimamente hanno elaborato un documento di straordinaria lucidità. Questo documento è intitolato “Le scelte di politica sanitaria in Emilia-Romagna (documento di dissenso)”, quindi in questo documento prendono le distanze dalla Regione Emilia-Romagna, e vi sono anche i medici della Funzione pubblica della CGIL. I medici con questo documento sono gli unici che si stanno muovendo, elencano le cose più turpi che avvengono, «nella inadempienza della parte pubblica degli impegni sottoscritti, l’assenza di corrette e proficue relazioni sindacali oggi trasformate in “comunicazioni bilaterali”.
Ciò premesso, si prevede – state attenti – significativi e radicali cambiamenti nelle scelte politiche: una Sanità nel prossimo futuro che relega l’ospedale di prossimità, e non il territorio intero, a un luogo sempre meno significativo ed efficiente tale da favorire l’unica soluzione di una privatizzazione gestita dalle grandi compagnie assicurative». I medici riescono a vedere bene queste cose, e cioè «la fine del Servizio sanitario pubblico universalistico e solidaristico e il ritorno alla salute variabile per censo e possibilità economiche». Lo scrivono i sindacati medici, alcuni considerati corporativi.
Speriamo che tengano botta, ma io so certamente una cosa: la lotta pur generosa di questi sindacati sarà perdente se lasceremo soli questi operatori della Sanità, che sono tartassati in ogni modo, bisogna dirlo, da sette anni vi è il blocco del contratto, con il turn over bloccato. Questi operatori della Sanità insomma sono stati bastonati in modo indegno, e sono stati presentati spesso come dei fannulloni. Nei Servizi pubblici sono state introdotte delle figure professionali precarie. Il precariato ha fatto il suo ingresso nella Sanità.
Recentemente ho avuto una esperienza in ospedale e mi ha colpito: parlando con alcune infermiere molto brave, giovani infermiere e anche infermieri, ho scoperto casualmente, nella confidenza che si stabilisce nel corso di vari giorni di ricovero, che erano stati assunti in numero di sessanta attraverso una agenzia interinale.
Ma vi rendete conto che cosa significa inserire il precariato in un Servizio pubblico come l’ospedale, in cui la continuità terapeutica e la formazione della équipe sono fondamentali? Il precariato! Come se la Sanità fosse un insieme di prestazioni da mettere insieme. Ma vi rendete conto che danno?
Eppure oggi il precariato fa parte dell’orizzonte aziendale. In Italia nel Servizio sanitario nazionale lavorano 650.000 dipendenti, che a causa dei tagli alla Sanità negli ultimi cinque anni si sono ridotti di 26.000. Ebbene questi 650.000 dipendenti (circa 60.000 in Emilia Romagna) non potranno vincere questa battaglia se accanto a loro non si schiereranno i cittadini.
I cittadini, utenti che oggi vengono presi per il naso e beffeggiati con questa proposta di un’assicurazione: ma tu stai già pagando un’assicurazione, il tuo Servizio sanitario nazionale lo stai già pagando, non devi pagarlo una seconda volta, eppure assistiamo a questi processi che vedono come protagoniste alcune grandi lobby. E in Emilia Romagna le grandi lobby sono le cooperative e in particolare Unipol, perché Unipol ha grandissimi interessi nel settore delle assicurazioni: è la seconda grande compagnia assicurativa in Italia, e oggi ha creato anche la branca sanitaria UniSalute che promuove la salute, promuove le prestazioni sanitarie come merce che si può vendere nei supermercati così come si vendono tutte le altre merci.
Se allora non facciamo un’opera di grande iniziativa per far capire a quale drammatica distruzione siamo di fronte, non possiamo immaginare che questa ondata reazionaria di trent’anni o forse più possa essere fermata. Da qui nasce la mia indignazione: la riforma sanitaria era stata una grande conquista per la quale avevamo lottato in tanti, giovani e meno giovani, e oggi la si vuole smantellare.

Aiutaci a diffondere il giornalismo libero e indipendente.

Articoli correlati

La scienza e la politica
di Gavino Maciocco /
Per una produzione pubblica internazionale dei vaccini
di Lidia Demontis e Roberto Faure /