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Berta Cáceres, un crimine politico

di Ignacio Ramonet [*], traduzione di Pierluigi Sullo
Si chiamava Berta. Berta Cáceres. Lo scorso 4 marzo stava per compiere 43 anni. Alla vigilia, l’hanno uccisa. In Honduras. Perché era ambientalista. Perché non era sottomessa. Perché difendeva la natura. Perché si opponeva alle multinazionali minerarie. Perché reclamava i diritti ancestrali dei Lencas, il suo popolo indigeno.
All’età di vent’anni, studente universitaria, Berta aveva fondato il Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (Copinh), che oggi raggruppa circa duecento comunità native ed è diventato il movimento ecologista più attivo. Il regime dell’Honduras, nato da un colpo di stato, ha ceduto il 30 per cento del territorio nazionale alle multinazionali minerarie e idroelettriche. Ci sono decine di mega-dighe in costruzione e più di trecento imprese minerarie che saccheggiano il territorio grazie alla corruzione del governo. Ma il Copinh è riuscito a fermare la costruzione di invasi artificiali, a paralizzare progetti di deforestazione, a congelare sfruttamenti minerari, ad evitare la distruzione di luoghi sacri e a ottenere la restituzione di terre sottratte alle comunità indigene.
E per questo che all’alba del 3 marzo, mentre dormiva, due sicari degli squadroni della morte di sono introdotti in casa sua, nella città di La Esperanza, e hanno assassinato Berta Cáceres.

Si tratta di un crimine politico. Da quando, nel giugno del 2009, il presidente costituzionale dell’Honduras, Manuel Zelaya, fu destituito da un colpo di stato – contro il quale Berta protestò con incredibile coraggio, capeggiando le manifestazioni contro i golpisti – il paese si è trasformato in uno dei più violenti del pianeta e in un paradiso per le grandi multinazionali predatrici e per le organizzazioni criminali. In questo contesto, il regime di Juan Orlando Hernández e l’oligarchia honduregna continuano ad assassinare impunemente chi si oppone ai loro piani.
Negli ultimi sette anni, decine di dirigenti contadini, leader sindacali, militanti dei movimenti sociali, difensori dei diritti umani, giornalisti ribelli, educatori e ambientalisti sono stati sterminati. Con una totale impunità. Non si investiga su nulla, nulla viene chiarito. Nessuno viene punito. E i media dominanti internazionali (tanto pronti a gridare al cielo di fronte al minimo scivolone che possa accadere in Venezuela) menzionano appena questo orrore e questa barbarie.
Lo stesso giorno in cui Berta Cáceres fu uccisa, la Ong Social Witness, di Londra, denunciò che l’Honduras è “il paese più pericoloso del mondo per gli attivisti dell’ambiente”. Dei 116 assassinii di ecologisti che ci sono stati nel pianeta nel 2015, quasi i tre quarti si sono verificati in America latina, e la maggioranza di questi in Honduras, uno dei paesi più impoveriti dell’America latina.
Nel 2015, Berta Cáceres ha ottenuto il più prestigioso riconoscimento internazionale ecologista, il Premio Goldman, il “Nobel verde”, per la sua lotta contro la costruzione di un mega-invaso idroelettrico che minaccia di espellere dalla loro terra migliaia di indigeni. Con la sua audace lotta, Berta ha ottenuto che l’impresa statale cinese Sinohydro, maggiore costruttrice di bacini idroelettrici del mondo, e un organismo legato alla Banca mondiale facessero marcia inditro e ritirassero la loro partecipazione alla costruzione del lago artificiale di Agua Zarca, sul fiume Gualcarque, fiume sacro dei Lencas nella montagna di Puca Opalaca. Mobilitate da Berta e dalla Copinh, le comunità indigene hanno bloccato l’accesso alle opere per più di un anno… E hanno ottenuto che alcuni degli interessi imprenditoriali e finanziari più potenti del mondo rinunciassero a partecipare al progetto. Questa vittoria è stata la causa più diretta dell’assassinio di Berta.
La costruzione del mega-bacino di Agua Zarca iniziò nel 2010, su iniziativa dell’impresa honduregna Desa (Desarrollos Energéticos Sociedad Anónima) con il sostegno finanziario del Banco Ficohsa (Financiera Comercial Hondureña Sa) che aveva ricevuto fondi dalla Banca mondiale. Il progetto conta sull’appoggio finanziario della Banca centroamericana di investimenti e di due istituzioni finanziarie europee: la Banca olandese di sviluppo e il Fondo finlandese per la cooperazione industriale. È coinvolta anche l’impresa tedesca Voith Hydro Holding GmbH & Co. Kg, sotto contratto per la costruzione delle turbine. Tutte queste imprese hanno una responsabilità nell’assassinio di Berta Cáceres. Non possono lavarsene le mani.
Perché sia gli ambientalisti che il popolo Lenca difendono un diritto. Denunciano la violazione dell’Accordo 169 “sui popoli indigeni e tribali” dell’Organizzazione mondiale del lavoro, firmato dall’Honduras nel 1995, dato che non è esistita una “Consultazione preliminare libera e informata” delle persone colpite dal mega-invaso, come esige anche la Dichiarazione delle Nazioni unite sui Diritti dei Popoli Indigeni (2007).
Berta sapeva di essere nella lista della morte. Era stata minacciata in numerose occasioni. Era nel mirino degli squadroni della morte, sicari dei padroni dell’Honduras. Però era solita dire: “Hanno paura di noi perché non abbiamo paura”. Quando ricevette il Premio Goldman le chiesero se il riconoscimento poteva essere uno scudo protettivo, lei rispose: “Il governo cerca di spiegare gli assassinii di difensori dell’ambiente con la violenza comune, ma ci sono sufficienti elementi per dimostrare che esiste una politica pianificata e finanziata per criminalizzare la lotta dei movimenti sociali. Spero di sbagliarmi, ma credo che, invece di diminuire, la persecuzione contro le e gli attivisti avrà una recrudescenza”. Non si è sbagliata.
La diga di Agua Zarca continua ad essere costruita. E quelli che si oppongono continuano ad essere assassinati senza sosta, come è appena accaduto – dieci giorni dopo l’assassinio di Berta – al leader ambientalista Nelson García.
Gli stessi che hanno ucciso Gandhi, Martin Luther King e Monsignor Romero hanno tagliato la vita di Berta, meraviglioso fiore nei campi dell’Honduras. Ma non hanno ridotto al silenzio la sua lotta. Come dice Pablo Neruda: “Potranno recidere tutti i fiori, ma non potranno fermare la primavera”.
[*] Direttore dell’edizione spagnola di Le Monde diplomatique. Il suo ultimo libro tradotto in italiano è “L’esplosione del giornalismo” (Intramoenia, 2012).
Nota del traduttore. Nel sito del ministero degli esteri italiano dedicato agli investimenti all’estero di imprese italiane, a proposito dell’Honduras, in una nota dell’ambasciata italiana si legge: ” La presenza di grandi imprese italiane in Honduras si riduce all’Acea (principale azionista della società Agua de San Pedro), Astaldi ed il recente ingresso nel settore minerario del gruppo italiano Colacem, operativo in Honduras con due società: Eurocantera che sfrutta una miniera di ossido di ferro ed esporta 130.000 tonnellate mensili di minerale in Cina e Goldlake, con sede in Gran Bretagna e Gubbio,  primo gruppo minerario italiano ad investire in Honduras”. Chi voglia approfondire può leggere l’articolo di Guglielmo Ragozzino a questo indirizzo.

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