Palestina: storie di ordinaria violenza

13 Gennaio 2016 /

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di Silvia R. Lolli
Solo da pochi giorni siamo tornati da viaggio di conoscenza e solidarietà in Israele e Palestina con l’associazione AssopacePalestina e, prima ancora di metabolizzare ciò che abbiamo visto, ascoltato e meditato, ci arrivano quotidianamente resoconti che confermano le violenze contro le persone. I militari continuano a compierle sotto la tutela di organismi internazionali sempre più disarmati ed incapaci di affrontare la legge del più forte, piuttosto che imporre una mediazione politica e giuridica chiamata diritti umani.
Mentre il Brasile rifiuta l’ambasciatore israeliano, perché colono, e il relatore speciale ONU sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati, l’indonesiano Makarim Wibisono, darà formalmente le dimissioni presentando il suo ultimo rapporto nella trentunesima sessione del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a marzo 2016, continuano i soprusi e le crudeltà contro la popolazione.
Incapacità evidente dunque per un intervento a favore di una popolazione sempre più assediata sulle sue terre da un paese che sta dimenticando i principi universali di dialogo fra i popoli, a causa di una paura collettiva creata dalla stessa volontà di dominio che la sua politica sta imponendo al mondo. In questa complessa e difficilissima situazione, che è mondiale, stanno poi le storie delle singole persone, delle famiglie, e dei lavoratori palestinesi.

Sono per esempio storie di lavoro sotto pagato e molto costoso per un popolo senza più un’economia solida che quindi, per sopravvivere, deve spesso recarsi fuori dai villaggi, nei settlements, cioè nelle colonie israeliane più ricche. In queste storie di ordinario sfruttamento, visti i bassi emolumenti destinati ai palestinesi, si mantengono quelle di ordinaria violenza.
Due giorni fa in un check point, definito da tempo “killer”, quello di Hamra, sono morti due lavoratori palestinesi mentre cercavano di raggiungere il lavoro nell’insediamento di Tubas. Ora i sindacati palestinesi e il comitato palestinese della Valle del Giordano stanno cercando di capire come organizzare un’alternativa economica per i lavoratori di Tubas: pagare con la vita un misero lavoro che, oltre allo sfruttamento, è sottoposto alla crudeltà di doversi sottomettere quotidianamente ad uno spostamento di pochi kilometri ma di molte ore a causa delle lunghe file ai check point o sulle strade semi interrotte o su strade improvvisamente chiuse al passaggio dei palestinesi, confinati così improvvisamente nei loro villaggi anche per giorni.
Lavoratori regolari dunque che non sanno, al momento della partenza all’alba, se e quanto tempo potranno lavorare e quando torneranno; devono appunto fare i conti con tutte le forme di controllo, più o meno violente, degli israeliani. Tra i lavoratori in Israele ci sono pure gli irregolari, cioè coloro che continuano a rischiare la vita scavalcando ogni notte il muro per cercare un qualsiasi lavoro anche a Gerusalemme Est; quante scarpe si sono viste appese al filo spinato.
In una situazione disperata, ogni ricerca di soluzione si prova. Storie di ordinaria violenza gli ormai settimanali attacchi, con lacrimogeni e skunk water, al piccolo villaggio di Nabi Saleh fra Ramallah e Nablus nel West Bank. Qui i 600 abitanti, ormai quasi tutti già imprigionati, manifestano ogni venerdì perché dal 2009 hanno avuto la confisca dei loro terreni e della loro fonte di acqua da parte dell’insediamento israeliano Halamish.
Ora la loro acqua deve essere acquistata a caro prezzo e, come in molti villaggi palestinesi, è disponibile soltanto per poche ore alla settimana. Sul sito dell’associazione AssoPacePalestina.org si può conoscere che dal 2 dicembre c’è anche l’ACEA italiana ad avere connessioni con questa situazione, visto il memorandum per l’accordo aziendale con la Mekorot.
Per capire il problema di questo popolo espropriato anche dal bene acqua basta leggere non solo Vandana Shiva “Le guerre dell’acqua” pubblicato qualche anno fa, ma anche altri studi fatti in modo indipendente su internet, per esempio qui.
Anche questa è violenza, è usurpazione dei diritti, come pure il non poter essere liberi di spostarsi su strade e in luoghi controllati dagli israeliani e chiusi al passaggio dei palestinesi come la strada 60 o le nuove strade costruite da poco e che hanno deformato il paesaggio collinare precedente.
Dopo aver avuto venerdì il solito attacco al villaggio di Nabi Saleh durante la manifestazione pacifica, Luisa – infaticabile persona che da oltre trent’anni è impegnata a portare solidarietà ed amicizia ai popoli oppressi nel mondo – con le amiche Manah e Boshra di Nabi Saleh e Reema di Gerusalemme, sabato mattina non hanno potuto raggiungere Tubas per solidarizzare con i lavoratori; si sono dovute fermare nel deserto, fra le palme di Gerico. Può essere stato un meritato riposo per loro, ma il divieto a raggiungere una zona diventata calda ci racconta una prepotenza nei loro confronti; è pur sempre un divieto alla libera circolazione di persone che non hanno commesso nessun reato. Ma questo è un modo di veder le cose per chi abita in un paese libero.
Emerge poi il racconto di un’altra violenza, un esempio fra migliaia di simili. È quella vissuta da Boshra che non ha potuto vedere il figlio Hanan, imprigionato da 8 mesi. Formalmente le era stato dato un permesso, però quando è giunta nel Negev le hanno negato, nonostante il permesso, la visita per problemi di sicurezza. La crudeltà è ancora più forte se pensiamo alle difficoltà di spostamento che hanno i palestinesi. Lo è ancora di più conoscendo la situazione degli altri famigliari: il marito Najji è stato in carcere quindi gli è vietata qualsiasi visita al figlio; non avranno il permesso neppure la figlia e il figlio più piccolo.
Del resto in questo piccolo villaggio di Nabi Saleh, sulle carte ONU c’è il nome An Nabi Salih (ricordiamo che le colonie usano spesso un nome simile a quello palestinese ed è anche questa un’evidente forma di violenza verso la cultura di un popolo, ma è in sintonia con l’idea stessa di annientamento. Forse anche per questo villaggio sta avvenendo ciò?), che ha davanti alle case il ricordo dei tanti venerdì di attacchi militari, non si può dimenticare che al momento sono in carcere 17 persone.
Non si possono neppure dimenticare le storie dei bambini presi, picchiati e spesso imprigionati dai soldati solo per farli poi firmare carte, in ebraico, con la falsa promessa della sola liberazione ed invece con la realtà di aver firmato l’accusa per un adulto, normalmente un famigliare. Sensi di colpa per i bambini ai quali fortunatamente rimane la volontà di adulti, soprattutto madri, che continuano a comportarsi in modo non violento.
Grande ci è apparsa l’educazione e dignità di un popolo allo stremo. E non dimentichiamo che è una dignità riconosciuta anche dagli stessi ebrei israeliani quelli che solidarizzano, dall’interno di Israele, con il popolo palestinese riconoscendo la violenza dell’attuale stato israeliano. Allora rimane sempre un grido nell’aria: diritti umani, cercasi, in Israele.

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