Dossier 25 aprile 1945-2015: l'antifascismo come fondamento della democrazia

25 Aprile 2015 /

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a cura di Michele Fumagallo
So che anche l’Associazione il Manifesto in rete festeggerà i 70 anni della Resistenza e della Liberazione dal fascismo. Perciò mi preme dare il mio contributo a questa data e a questa festa con tre post: il primo, qui sotto, in parte riscrittura di un altro pezzo scritto anni fa su un altro blog; il secondo e il terzo entrambi dedicati a un partigiano del tutto particolare, Giaime Pintor, su cui mi piace soffermarmi con la riproposizione, con un mio piccolo commento, della lettera (un documento per me sempre eccezionale e attualissimo) al fratello Luigi, vero e proprio lascito di un giovane di allora ai giovani di oggi, e un reportage scritto il 15 maggio 2011 per il quotidiano Il Manifesto dal Molise dove Giame cadde il 1 dicembre del 1943.
Resistenza: 70 anni fa la conclusione di una lotta gloriosa
Senza l’Antifascismo nulla è possibile. È uno spartiacque, un principio, cioè la cosa da cui tutto è nato. Senza la rivalutazione di quel principio siamo perduti (tutti: i democratici di qualsiasi linea, la sinistra, noi comunisti). Qualcosa forse è mutato dai fasti berlusconiani di poco tempo fa, in cui l’antifascismo era del tutto decorativo quando non vilipeso e umiliato. Ma le cose sono cambiate solo formalmente, sostanzialmente continuano come prima. Sono quindi tra quelli incazzati per la mistificazione che domina da anni nel nostro paese. Quella di nascondere le origini della nostra democrazia, da tempo malata anche per questo. Non è inutile quindi ripetere alcuni concetti elementari su cui si fonda (si dovrebbe fondare) la cornice istituzionale e politica di questo nostro paese.

Il 25 aprile è la festa della cacciata del regime fascista che governò l’Italia per lunghi anni. È la festa della cacciata dell’oppressione straniera nazista, alleata del nostro regime. Un’accoppiata, quella nazi-fascista, che portò noi e il mondo alla sciagura della guerra.
Da quella Liberazione nacque la Costituzione del nostro paese, scritta quindi non con la penna ma con la violenza difensiva e nobile di persone libere, chiamate Partigiani. Una parola che si è cercato di non far pronunciare più, nella furia revisionista, nei fatti cripto-fascista, che ha attraversato per anni l’Italia berlusconiana, ma che ancora perdura nonostante il dominio Pd e lo sfaldamento del centro destra.
Invece la parola Partigiani va riscritta con orgoglio, va portata con fierezza dentro di noi, va urlata ai quattro venti: noi siamo gli eredi di “quelli lì”. Quelli che iniziarono, soprattutto nel Nord e nel Centro del paese ma con pagine nobili anche nel nostro Sud, una lotta autonoma contro la dittatura coniugandola con intelligenza alla guerra che Stati Uniti-Unione Sovietica-Inghilterra stavano muovendo al blocco nazifascista.
Questi concetti dovrebbero essere pane quotidiano di tutti in Italia. Ma non è stato così nel “regime berlusconiano” testé defunto e non è ancora così nel “regime democratico” in auge. Ma è perfettamente illusorio se non inutile pensare che le “vecchie forze democratiche” (tutte o quasi), il “vecchio mondo” possano invertire questa deriva. Balbettano, accennano a qualcosa, ma con grande timidezza e soprattutto, in molti, con l’introiezione del virus dell’avversario, quel revisionismo che non è la libera ricerca storica ma una vera e propria ideologia dell’annientamento di una memoria e di una storia.
Certo, i 70 anni sono un anniversario forte e magari assisteremo a nobili e altisonanti proclami, ma non si cada nella trappola del “giorno festivo” e poi tutti a nanna. Noi non avremo nessun rinnovamento della democrazia, nessun rinnovamento della sinistra senza tornare a quel “principio primo” fondativo.
Ma quel principio (l’Antifascismo), guai a farsi illusioni, sarà ripreso e rivitalizzato come occorre soltanto con una mobilitazione di massa, la ribellione di una nuova generazione che finalmente decida di “uccidere” (metaforicamente, si spera) i padri, tutti i padri, sia quelli che vogliono liquidare una memoria nobile che quelli che per viltà e per calcolo politico contingente si accodano al conformismo di maniera e a un antifascismo di propaganda o facciata.
Una nuova generazione che oggi può ritrovare dentro la vita, il coraggio e la nobiltà d’animo di altri giovani di 70 anni fa, la strada per crescere, per diventare donne e uomini maturi, per imparare a difendersi e ad attaccare, per ritrovare alcune origini della democrazia autentica (diretta) nel nostro paese, per imparare a costruire politica e istituzioni nuove. Una ragione di vita insomma, di più: un’arte del vivere civile complessivo.

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