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Movimenti e crisi della rappresentanza politica: la consapevolezza del possibile

di Sandro Medici
Forse ci siamo. Forse le condizioni per avventurarci in un nuovo cammino si stanno infine depositando. Sono qui, davanti al nostro sguardo: solo i ciechi e gli ignari non le vedono; solo i rassegnati e gli impauriti guardano altrove. Ma da sole, queste felici condizioni, non bastano. Necessarie certo, insufficienti tuttavia. C’è bisogno di qualcos’altro. C’è bisogno di noi, di noi tutti: di quell’impeto generoso che, se vogliamo, sappiamo dispiegare. C’è bisogno delle nostre soggettività, di quell’insieme di pratiche ed esperienze, culture e sensibilità che in quest’ultimo scorcio, nel passaggio da un secolo all’altro, ha costruito pensiero politico e forme di movimento, e che purtroppo sembra stentare nel riprendere vigore e slancio.
Tra i tanti meriti da attribuire ai nostri fratelli greci, forse il più importante è averci restituito la consapevolezza del possibile, la stessa che avevamo smarrito o comunque disperso. Ripiegati come siamo stati, e come ancora siamo, nei nostri nobili ridotti, più o meno convinti a ritenerci gli unici depositari, ognun per sé, della verità politica. E solo di rado, oppure costretti, a ritrovarci insieme, in una riluttante contiguità. Distinti e a volte distanti. A causa certo delle ripetute sconfitte e delusioni, che hanno affievolito le nostre voci e ispessito la nostra pelle. Ma anche per quell’irresistibile, primitiva fascinazione della dominanza, quel potente godimento che poi la modernità ha più elegantemente chiamato egemonia.
Non che non ci siano state circostanze ed episodi in cui convintamente ci siamo tenuti uniti e solidali. Nel suo piccolo, l’esperienza di Repubblica romana, restituisce un’allegra positività. E mi piace pensare che non sia certo io, l’unico a ritenerla un lodevole tentativo di buona e nuova politica, pur se forse acerbo e ingenuamente avventato, oltreché ferocemente contrastato, sia dall’artiglieria pesante che dalle incursioni dei guastatori. E anche lo slancio primaverile dell’Altra Europa, nel suo comporsi come area larga, inclusiva e contagiosa, è stato un discreto modello di compartecipazione politica, sebbene gradualmente scivolato in un immobilismo “diplomatico”, che tuttora alimenta diffidenze, attriti e perfino paranoie.

È che malgrado i nostri limiti, la potenzialità di un progetto politico alternativo nel nostro paese resta alla portata. Se non altro per effetto dei danni, del dolore che le scelte dominanti producono nel tessuto sociale: per l’attacco ai diritti del lavoro, per le manovre autoritarie in corso, per la dilagante corruzione del sistema politico, per la regressione culturale che attraversa le periferie urbane. Ma il penoso squilibrio tra una domanda politica che cresce e un’offerta manchevole, se non proprio assente, è la crudele rappresentazione della nostra attuale inadeguatezza.
È forse ora di finirla di ritenere superflua la presenza politica di una forza in grado di agire quantomeno da contrappeso e, ancor di più, ambire a rovesciare i rapporti di forza. Lo stesso conflitto sociale, che si manifesta in vertenze, scioperi, manifestazioni, battaglie territoriali, resistenze d’ogni tipo, che siano d’impronta sindacale o d’insorgenza movimentista, ha assoluta necessità di una sponda, un riferimento, un sostegno, un approdo. E’ davvero illusorio (peggio: ingannevole) attestarsi su una presunta autosufficienza delle lotte sociali.
Siamo all’inizio di una nuova stagione politica, alle soglie di un ciclo per molti versi inedito. E non possiamo continuare a recitare la parte degli esclusi. Esclusi finora perché sconfitti: e anche perché inchiavardati dalle nostre remore politiche, dalle nostre riserve intellettuali, dall’attardarsi in dinamiche relazionali dispettose e rancorose. Tutta roba che non si supera con stucchevoli volontarismi, o invocando un’armonia speciosa e forse impossibile. Ma che certo non possiamo più subire come fosse una condizione “naturale”. Onestà intellettuale e consapevolezza politica dovrebbero indurci a scelte finalmente libere, a scrostarci di dosso ruggine e cartilagini, a liberarci da quelle catene immaginarie con cui ci siamo reciprocamente imprigionati.
“Si muore un po’ per poter vivere”, dice il poeta.
C’è un’urgenza assoluta di promuovere e organizzare una politica alternativa, nei contenuti e nelle forme. E per riuscirci dovremmo per prima cosa cambiare noi stessi, disancorarci dalle sovrastrutture che si sono stratificate e innervate nel tempo. Oggi è un altro tempo e richiede un altro modo, un’altra misura, un altro sentire e un altro pensare. Una sinistra nuova si costruisce con una politica nuova. E una politica nuova è quella che già vive nelle mille esperienze, nelle mille realtà, nelle mille pratiche, nelle mille relazioni che si sviluppano in quell’esteso pulviscolo sociale e culturale che si auto-organizza e auto-riproduce. Una presenza indispensabile, un contributo fondamentale per avviare una nuova prospettiva.
E allora, cosa vogliamo fare? Restiamo come siamo e dove siamo, oppure proviamo a partecipare, a offrire un contributo, a svolgere un ruolo, a essere protagonisti?
Sullo slancio delle (nuove) sinistre europee, anche qui da noi sta maturando un (nuovo) processo politico. La cui aspirazione è rappresentare i bisogni negati e i diritti inevasi, e lottare contro la povertà, la paura, la solitudine. Non so bene se, quanto e come riusciremo in questa difficile impresa. Ma so per certo che senza l’intelligenza, l’entusiasmo, la generosità di tutti quei globuli rossi che nelle città e nei territori vivono la politica come pratica sociale e tensione democratica, quest’impresa avrà il respiro corto del politicismo e la sbiadita impronta delle nomenclature riciclate.
Ps. Ringrazio tantissimo Dinamopress per aver ospitato queste mie impulsive considerazioni, e mi scuso se ho qua e là seminato pedanterie e paternalismi. E’ che davvero mi piacerebbe che tutti insieme ritrovassimo le ragioni e i sentimenti per tornare “a riveder le stelle”.
Questa lettera è stata pubblicata su Dinamopress il 29 gennaio 2015

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