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La diaspora: dov'è oggi la sinistra italiana?

La diaspora: dov'è oggi la sinistra italiana
La diaspora: dov'è oggi la sinistra italiana
di Rudi Ghedini
Parliamo di un libro, La diaspora. Dov’è oggi la sinistra italiana, scritto da Alessandro Gilioli (Imprimatur, 2014). Giornalista dell’Espresso e autore del blog Piovono rane, Gilioli pone una domanda radicale: la sinistra è sparita, si è polverizzata (fra spezzoni “radicali” e Cinque stelle) o sta vincendo, grazie a Renzi? Facile dare una risposta emotiva (la mia è la numero uno). Arduo motivare la risposta con dati di fatto e analisi meno impressionistiche. Rischiando di pervenire a conclusioni urticanti. Mi riconosco in quel che dice Maurizio Landini, Fiom, e cioè che “la parola sinistra ha un suo significato e un suo valore solo se dietro c’è un progetto di società”. E oggi questo progetto manca.
Diviso in tre parti – Ieri, Oggi, Domani – il libro comincia con una ricostruzione dell’ultima fase politica (punto di partenza il 2007), passa a descrivere la situazione attuale e si conclude con qualche ipotesi su ciò che potrebbe maturare. Purtroppo – e non è colpa di Gilioli – la parte più interessante è la prima e quella che lascia un retrogusto amaro è l’ultima, per l’evidente “carenza di identità progettuale, di buone pratiche e dunque di fiducia” che caratterizza i brandelli della “sinistra che verrà”.
Il primo merito di Gilioli è quello di ricapitolare gli eventi politici recenti con ammirevole sintesi. Ne deriva una sensazione disorientante: si fatica a credere che siano successe tante cose, che si siano accavallati tanti errori, tante incoerenze, tanti opportunismi. Che tanti progetti siano nati e falliti, per consegnarci il panorama che sta davanti ai nostri occhi.

Sembra lontanissimo il Popolo Viola: ma il 5 dicembre 2009, il No B. Day di piazza San Giovanni, Roma, mostra in modo impressionante come l’antiberlusconismo sia stato un formidabile cemento, in grado di unire persone che nemmeno cinque anni dopo si trovano su barricate opposte, e quasi si odiano.
Gilioli sa di non poter regalare conclusioni inutilmente speranzose, ma esprime la convinzione che la linea di frattura fra destra e sinistra continui a passare dal concetto di uguaglianza (la parola-chiave di Bobbio). E che lo scontro non è, come a qualcuno piace rappresentarlo, fra innovatori e conservatori, ma fra due diverse idee di cambiamento (spesso gli innovatori non sono altro che restauratori). Va altresì evitata la trappola della sinistra di testimonianza, che si limita a dire quel che sarebbe giusto fare ma non è in grado di farlo, precipitando nella sinistra delle compatibilità, che sa fare solo compromessi al ribasso.
A volerla vedere, una pietra miliare può essere questa: “Cambiamento per la sinistra italiana però vuol dire anche interpretare un autentico conflitto rispetto all’establishment, alla struttura delle élite e alla loro rete di potere: quelle che per vent’anni ha invece cercato di legittimarsi e di mescolarsi, dalla grossa imprenditoria ai media, fino alle banche”. Fino al punto di trovarsi nei “salotti buoni” e non fra le persone che dovrebbe rappresentare.

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