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2 agosto 1980: la strage alla stazione di Bologna è una storia da conoscere, in attesa dei mandanti

di Riccardo Lenzi, presidente associazione Piantiamolamemoria
Giornali e tv amano indugiare frequentemente sull’ignoranza dei giovani. Meno sulle responsabilità degli adulti, che non hanno fatto granché per trasmettere loro la memoria di eventi che hanno influenzato profondamente il presente in cui viviamo. Trentaquattro anni fa Bologna fu teatro della più devastante tra le stragi neofasciste avvenute in Europa nel dopoguerra. Il 4 agosto saranno invece trascorsi 40 anni dalla strage sul treno Italicus, forse la più dimenticata in assoluto insieme a quella del Rapido 904 (23 dicembre 1984). Tre stragi avvenute, nello spazio di dieci anni, lungo i binari di quella ferrovia “Direttissima” Bologna-Firenze che lo scorso aprile ha compiuto 80 anni.
Questo 2 agosto potrebbe essere meno triste di altri: forse, entro sabato, la Camera approverà la proposta di legge di Paolo Bolognesi, che introdurrebbe il reato di depistaggio nel codice penale. Meglio tardi che mai; anche se molti sono i buoi (e le iene) ormai scappati dalla stalla. L’altra buona notizia ce l’ha portata don Luigi Ciotti: il 21 marzo 2015 la Giornata della memoria e dell’impegno promossa da Libera si svolgerà a Bologna e, per la prima volta, saranno letti anche i nomi delle vittime del terrorismo, oltre a quelle delle mafie. Ci sono tanti modi per ricordare.
Il network associativo PrendiParte-Piantiamolamemoria-Diecieventicinque (di cui fanno parte anch alcuni studenti dell’Università di Bologna) ha lanciato l’iniziativa “Reti di Memorie” – 2 agosto 1980-2014: sabato 2 agosto, davanti alla stazione di Bologna, le persone potranno appendere oggetti e pensieri a una grande rete mettallica, simile a quella che 34 anni fa delimitava il luogo dell’esplosione da quello che ancora oggi è il piazzale dei taxi.

Purtroppo, come è noto, ancora oggi i programmi scolastici arrivano sì e no alla seconda guerra mondiale. E’ anche a partire da questa consapevolezza che, da anni, varie associazioni (in particolare quelle tra i familiari delle vittime) promuovono progetti di formazione che coinvolgono migliaia di studenti. Suggerisco a chi è abituato a denigrare i giovani di ascoltare questa trasmissione radio realizzata quest’anno dagli studenti della 3^ AM dell’Itis Belluzzi di Bologna (sotto il player per ascoltarla direttamente sul questo sito). Oppure questo video dei ragazzi del Centro culturale giovanile Pianoro Factory, premiati a Montecitorio lo scorso 9 maggio, in occasione del Giorno della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi.


Trent’anni fa la relazione finale della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2, presieduta da Tina Anselmi, fu consegnata al Parlamento, che l’approvò due anni dopo certificando la natura delinquenziale ed eversiva di quella loggia massonica segreta. Un’organizzazione il cui obiettivo era colpire «con indiscriminata e perversa efficacia, non parti del sistema, ma il sistema stesso nella sua più intima ragione di esistere: la sovranità dei cittadini, ultima e definitiva sede del potere che governa la Repubblica».
Andrebbe letta e studiata quella relazione. Al di là di alcuni segreti e di molti (troppi) mandanti impuniti, gran parte della storia di queste vicende è nota da tempo, per chi volesse conoscerla. Per esempio, dal 2005 è corretto, oltre che legittimo, affermare che gli ordinovisti veneti Franco Freda e Giovanni Ventura sono responsabili della strage di Piazza Fontana: riconosciuti colpevoli da una sentenza definitiva, non è stato possibile condannarli solo perché precedentemente assolti per lo stesso reato.
Se vogliamo aiutare i giovani a costruirsi un futuro più roseo di quello che oggi gli si prospetta, oltre a nuove opportunità di lavoro, le Istituzioni devono impegnarsi a garantire loro una seria trasmissione di conoscenze storiche, indispensabili per comprendere da dove vengono e dove vogliono andare. Se molti giovani non sanno cosa sia accaduto il 2 agosto 1980, la colpa non è sicuramente loro. E nemmeno della magistratura. Che anzi, nonostante depistaggi, giudici “ammazzasentenze” e imputati-legislatori, ha spesso dato un contributo fondamentale alla ricerca della verità.

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