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Il progetto "Je reviens": un viaggio fotografico di migranti

di Noemi Pulvirenti
Giovanni Cobianchi è un giovane fotografo di Verona, lo abbiamo intervistato per farci raccontare del suo progetto “Je reviens”. Tra il 2012 e 2013 ha lavorato con una Associazione che in Italia si occupa di ospitare ragazzi minorenni africani che arrivano sulle nostre coste da soli, senza genitori. In questi incontri i ragazzi africani raccontavano della traversata nel deserto, delle morti, delle carcerazioni nelle prigioni libiche, della paura vissuta nel mar mediterraneo per arrivare in Italia.
Quando nasce la tua passione per la fotografia?
La mia passione per la fotografia nasce durante gli studi universitari di storia dell’arte. Nel 2003 trasferitomi in Spagna per l’erasmus frequento un corso annuale di tecnica fotografica e lavoro come stampatore per un fotografo, da li la fotografia ha continuato ad essere parte integrante della mia vita.
Parlaci del tuo progetto “Je reviens”.
Je reviens è un progetto nato da un amicizia con un gruppo di ragazzi centrafricani. Dopo aver ascoltato per mesi le loro storie, i racconti del viaggio che dal Mali e dalla Costa d’Avorio li ha portati ad arrivare via terra in Italia, ho proposto loro di realizzare un libro di testimonianze. L’idea però non è stata accolta positivamente poiché il continuo ricordare quell’esperienza cosi dura faceva riaffiorare loro, i ricordi più scuri, le torture, le morti degli amici. Ho deciso allora di intraprendere un viaggio che mi portasse dall’Italia fino nelle loro case, passando per Libia e Niger, i luoghi da dove ancora oggi migliaia di migranti passano per cercare di capire qualcosa sulla mia pelle e poi tornare per lavorare ad un libro fatto da loro e da me, assieme, che sia costruito con due storie di viaggio opposte ma nate da un incontro, un’amicizia.

Il viaggio comincia proprio dall’Italia, cioè a Lampedusa. In questo percorso a ritroso che ti porterà in Africa, cosa speri di trovare?
L’idea era quella di ripercorrere fisicamente i luoghi attraversati da questi due amici ma poi durante il cammino il progetto è mutato molto e sono stati gli incontri casuali ad essere il corpo del progetto, attraverso i quali ho raccontato storie sul tema dell’immigrazione. Non ho sperato o pensato nulla di predefinito, ho voluto viaggiare con l’intento di incontrare persone, ascoltarle e raccogliere le loro storie per riportarle a casa e mostrarle ad altri.
Oltre che fotografo sei anche un educatore, nella tua esperienza qual è l’immagine che hanno questi ragazzini dell’Italia?
Questi ragazzi, nonostante molto giovani e provenienti da luoghi e culture lontani a noi, hanno molta consapevolezza rispetto al luogo in cui oggi si trovano. Oltre a questo sono ragazzi abituati al sacrificio e al mettersi in gioco, ragazzi che avendo rischiato la vita per essere qui, oggi stanno approfittando della possibilità di costruirsi una nuova vita qui, con serietà e impegno profondo. Credo che la loro visione dell’Italia prima di arrivarvi fosse in parte distorta, fosse una visione idilliaca e poco vicina alla realtà, come sempre accade a chiunque è in procinto di partire per un luogo lontano e l’unica cosa che può fare è solo immaginare come quel luogo sarà e quali incontri si faranno. Ora la loro visione, da ragazzi integrati in questo paese è ovviamente più oggettiva e consapevole della realtà italiana, sociale e culturale che li accoglie.
A tuo avviso, riusciremo a eliminare i pregiudizi razziali dalla nostra cultura?
Certo. Ma credo che questo dipenda anche dall’epoca sociale in cui stiamo vivendo. L’uomo per natura ha pregiudizi, ma fino al momento dell’incontro. Poi la conoscenza dell’altro porta sempre ad una condivisione, più o meno lunga nel suo nascere ma sempre concreta. Oggi nell’epoca della grande sottomissione umana ai mezzi di informazione di massa, in un mondo assuefatto dal web, i mass-media hanno una grande responsabilità sulla nascita e la morte dei pregiudizi. Ciò che ascoltiamo o vediamo su uno schermo è la verità per l’immaginario collettivo, cosa sbagliatissima poiché solo con l’incontro reale e umano possiamo conoscere la vera storia di un uomo e capirne la vita, vincendo così pregiudizi partoriti da storie spesso troppo filtrate e distorte. Poi quest’epoca fatta di consumismo sfrenato e individualismo, ci ha allontanati da quell’abitudine sociale di essere uomini non soli ma che condividono. La crisi di cui si parla tanto può essere un mezzo per rimettere in discussione un modello sociale che stiamo abbracciando da più di vent’anni e che si è mostrato un rande fallimento. L’uomo da solo non può nulla e la libertà che perseguiamo tanto per noi stessi fino a che priverà altri di libertà continuerà ad essere un gioco sbagliato che prima o poi dovremmo abbandonare. In quel momento avremmo vinto i nostri pregiudizi razziali.
Potete seguire il progetto sul blog dell’autore http://jereviens.org.

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