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Ernesto Galli della Loggia: chiudere alcune decine di università in Italia?

Università - Foto di Ciocci
Università - Foto di Ciocci
di Maurizio Matteuzzi, università di Bologna
L’editoriale del Corriere del 28 giugno, a firma Galli della Loggia, fa esplicito riferimento al mondo dell’istruzione, della scuola, della cultura, come purtroppo raramente accade. A prescindere da alcune tesi assai discutibili e in certa misura bizzarre, come l’assimilazione di Renzi e Berlusconi, “sia pure con contenuti diversissimi”, il messaggio forte che il pezzo porge nel suo complesso è netto: ci vuole più cultura. L’Italia “ha bisogno di più scuola, di diventare più istruita”.
Come non rallegrarsene? Da operatori del mondo dell’istruzione non dovremmo far altro che gridare “evviva!” E tuttavia… Saltando l’amletica domanda che l’opinionista si pone, e cioè se Renzi “capirà che perché muti il futuro deve mutare il passato”, non per altro, ma perché la troviamo del tutto incomprensibile, persino Dio avrebbe qualche problema a cambiare il passato, troviamo poi un encomiabile rinforzo della tesi principale.
Come Renzi otterrà tutto ciò, ovvero più istruzione, più cultura? “Per prima cosa approntando gli strumenti nuovi e insieme rinvigorendo tutte le occasioni, le istituzioni, le sedi, nelle quali possano crescere gli studi, prendere forma o diffondersi i nuovi saperi del mondo e sul mondo; moltiplicando i luoghi ecc.”.

Che cosa capisce l’incauto lettore? Che si devono aprire scuole, università, centri di ricerca. Che si devono incentivare i docenti, aumentare il numero delle borse di studio, cose così, no? Anche per riequilibrare la situazione, ben documentabile, che l’Italia è maglia nera dell’Europa e dei Paesi OCSE su diversi di questi parametri.
Ma ecco il traumatico passaggio dalla teoria alla prassi. Leggiamo poco oltre che il Ministero “non rivendica neppure il potere, chessò, di chiudere qualcuna delle svariate decine di università in eccesso, di livello mediocrissimo, disseminate nella Penisola, le quali assorbono risorse molto meglio utilizzabili altrove”.
Ecco dunque la ricetta salvifica: siccome c’è poca istruzione, allora chiudiamo “alcune decine” di università. La consecutio si commenta da sé. Fa il paio con quanto sostenuto poco prima, che “la rovina dell’istruzione superiore è provocata dall’autonomia degli atenei”; che senso ha?
Le università in Italia, per chi non lo sapesse, sono 76. Non sono le millanta che il mantra governativo sosteneva essere, a rinforzo dell’allora DDL 1905, poi tramutatosi ahinoi nella 240/10, o “legge Gelmini”. Ve li ricordate i berluscones, in aula, compitare a memoria tutti lo stesso slogan, la stessa falsità, che “in Italia ci sono troppe università”? Tutti in fila, uno dopo l’altro, a ripetere la stessa menzogna, dettata dalle esigenze di colui a cui erano al soldo. Qualcuno arrivò ad azzardare i numeri: 286 se non ricordiamo male. Invece no: sono 76, basta contarle. Ne dobbiamo chiudere, dice l’illustre opinionista, “qualche decina”. Capperi, quante ce ne lasciate? Almeno due o tre vogliamo tenerle?
La mania ossessiva di chiudere qualche università, di cui da sempre è affetto, per sua esplicita ammissione, il presidente del consiglio, evidentemente è contagiosa. E’ il costrutto di una logica ineccepibile. C’è poca cultura? Bene, il rimedio è presto detto: chiudiamo le università, mica una che ha demeritato, ma “a decine”. “Forse tu non pensavi ch’io loico fossi!”; così dice il diavolo al grande Poeta (Inferno, XXVII, 122-123
Qui, al paziente lettore che è arrivato fino a questo punto, ci corre l’obbligo di spiegare che cosa sono gli OFA. Premettiamo, per non creare allarmismi, che non sono una nuova tassa, come di solito avviene per le nuove sigle. Gli OFA sono “obblighi formativi aggiuntivi”. Da qualche anno sono in uso, presso molte delle nostre “mediocrissime” università. Si tratta di individuare le lacune, di solito di logica e di Italiano, dei neoiscritti. Chi non supera le prove OFA si ritrova ad avere debiti aggiuntivi, cioè a dovere seguire corsi di recupero, e sostenerne poi le prove finali; altrimenti, almeno così funziona in molti corsi di studio, non può accedere agli esami degli anni successivi al primo.
Bene, il “ragionamento” di cui sopra, sicuramente procurerebbe degli OFA di logica a un nostro studente. E sorge il dubbio che anche l’uso disinvolto di “mediocrissimo” procurerebbe rischi di altri OFA, di Italiano questa volta, in molte di quelle università che sono, appunto, “mediocrissime”.
Questo articolo è stato pubblicato su Inchiesta online il 1 luglio 2014

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