Il business dei campi rom a Roma: 24 milioni di euro per segregare i "nomadi"

23 Giugno 2014 /

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di Davide Falcioni
Li chiamano “villaggi della solidarietà”: sono aree che il Comune di Roma destina alla segregazione e all’esclusione dei rom della capitale e per i quali, nel solo 2013, sono stati spesi ben 24 milioni di euro. Denaro della collettività che è stato destinato all’esclusione sociale su base etnica dei cosiddetti “nomadi”, che nomadi non sarebbero più se periodicamente non venissero costretti a “migrare” da un ghetto all’altro, in seguito agli sgomberi forzati decisi dall’amministrazione con il pretesto di tutelare sicurezza e legalità. In realtà, come ha rivelato un dossier dell’Associazione 21 luglio intitolato “Campi Nomadi Spa”, il sistema campi a Roma rappresenta un vero e proprio business. Costruire ex novo campi rom (ribattezzati, per l’appunto, “villaggi della solidarietà”) ha costi elevatissimi: una torta che, nel 2013, è stata di 24 milioni di euro (fonte, Comune di Roma) e grazie alla quale 35 enti pubblici e privati hanno lavorato, impiegando oltre 400 individui. Si tratta di organizzazioni e ditte che usufruiscono dei finanziamenti stanziati dal comune per lo più attraverso affidamento diretto e non tramite bandi pubblici. Segregare i rom – dunque – “conviene” a queste ditte, ma non ai cittadini, costretti a sborsare milioni di euro. Neppure un centesimo, va precisato, finisce in tasca a un rom.

Cosa sono i villaggi della solidarietà
Il nome è certamente affascinante e cambia a seconda del colore politico dell’amministrazione comunale. Ai tempi di Alemanno si chiamavano “villaggi attrezzati”, ma oggi con Marino hanno acquisito una connotazione più solidaristica. Il succo, però, è lo stesso: si tratta di aree che il Comune di Roma destina a rom e sinti, accollandosi i costi di costruzione e gestione. A roma i “villaggi” sono otto: Lombroso, Candoni, Gordiani, Cesarina, Camping River, castel Romano, Salone e La Barbuta. I campi sono provvisti spesso di un sistema di videosorveglianza, di una recinzione e di un registro di “ingressi e uscite”. Le abitazioni sono per lo più container con una o due stanze, spesso senza servizi igienici né cucina. I “villaggi della solidarietà” distano mediamente 2 chilometri dalla prima fermata di autobus e 3 dal mercato più vicino. Al loro interno sono carenti o completamente assenti gli spazi destinati ai bambini e la vicinanza tra le unità abitative non consente un’adeguata privacy. Molto spesso tra un container e l’altro ci sono poco più di 3 metri.
L'”Ufficio Nomadi”, cabina di regia delle operazioni
In seno al dipartimento Politiche Sociali, Sussidiarità e Salute del Comune di Roma opera l’Ufficio Nomadi, il cui compito è quello di coordinare le attività degli otto villaggi e dei tre “centri di raccolta rom”. L’ufficio, come riporta il sito del Comune, “gestisce gli ingressi e/o dimissioni nei villaggi della solidarietà, effettua interventi socio assistenziali e gestione dei procedimenti amministrativi necessari al miglioramento della qualità della vita della popolazione nomade, inoltre interviene per la salvaguardia e il ripristino di normali condizioni igienico sanitarie nei campi nomadi eliminando i rischi per la sanità e la sicurezza pubblica”. A gestire l’ufficio sono un funzionario e un assistente sociale, coadiuvati dall’Unità di Strada, assegnata – attraverso “affidamento diretto” – alla Cooperativa San Saturnino per 140.299 euro.
Segregare costa 24 milioni di euro all’anno
Il dossier dell’Associazione 21 luglio, che ha spulciato i dati ufficiali del Comune di Roma, rivela come un fiume di denaro pubblico confluisca nel “sistema campi”. Le comunità non ne traggono alcun beneficio in termini di inclusione sociale, ma intanto vengono percepite come “succhia denaro”. I numeri parlano chiaro: dei 24.108.406 euro che il Comune ha stanziato nel 2013 l’86,4% è andato alla gestione, vigilanza e sicurezza dei campi; il 13,2% è stato rivolto a interventi di scolarizzazione (dai risultati a dir poco dubbi); soltanto lo 0,4% è stato destinato all’inclusione dei rom.
Ma andiamo con ordine: il villaggio di Lombroso è costato 344.616 euro. Il denaro, nel 72,8% dei casi tramite affidamento diretto, è andato a 6 soggetti. A Candoni la spesa è stata di 2.393.699 euro (87,7% affidamento diretto); A Gordiani il Comune ha sborsato 691.121 euro (89,4% affidamento diretto); al villaggio della Cesarina 607.605 euro (88,5% affidamento diretto). A camping River sono stati spesi 2.204.363 euro. Per Castel Romano i cittadini hanno sborsato 5.354.788 euro, nel 93,5% dei casi assegnati tramite affidamento diretto a 16 soggetti coinvolti. Il campo è sorto nel 2005 e da allora per ogni famiglia sono stati spesi oltre 270mila euro: una cifra esorbitante per la vita in un piccolo container. Ma ancora: al campo di Salone sono stati spesi 2.891.198 euro, l’88% dei quali assegnati con affidamento diretto. L’ultimo nato è la Barbuta: il villaggio è stato inaugurato nel 2012 nel 2013 il Comune ci ha speso 1.717.004 euro: anche qui, quasi tutti dati in affidamento diretto.
Ai villaggi vanno aggiunti i “centri di raccolta rom”: sono tre e – come per il resto – vi sono stati spesi da un minimo di 1.259.639 euro a un massimo di 2.680.758 euro. I beneficiari, come spiegato, sono 35 soggetti che danno lavoro a oltre 400 persone. I due che hanno beneficiato, per lo più tramite affidamento diretto, dei finanziamenti pubblici sono il Consorzio Casa della Solidarietà (4.242.028 euro) e la Spa Risorse per Roma (3.757.050 euro).
Neppure un euro è finito in tasca a un rom, sulla cui pelle – evidentemente – non pochi soggetti hanno continuato a guadagnare.
Questo articolo è stato pubblicato su Fanpage.it il 13 giugno 2014

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