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Sinistra, un nuovo inizio oltre le sconfitte

di Marco Revelli
Negli infi­niti incon­tri «di chiu­sura» di que­sta cam­pa­gna elet­to­rale, c’era sem­pre un momento in cui l’applauso scat­tava imme­diato, istin­tivo, con­vinto. Ed era quando si diceva che «non ter­mi­ne­remo il 25 mag­gio». Che l’appuntamento è già il 26, per con­ti­nuare il per­corso insieme. Per­ché sarebbe folle disper­dere il «bene comune» accu­mu­lato in que­sti due mesi di fatica e di pas­sione dalla mol­ti­tu­dine di donne e di uomini che ne hanno con­di­viso l’impegno.
Non so per gli altri. Ma nelle mie espe­rienze di ter­ri­to­rio, da un palco su una piazza o da un ban­chetto a un angolo di strada, in un tea­tro o in un sot­to­scala, l’immagine che mi porto die­tro è quella di una sini­stra che sco­pre, quasi con sor­presa, ciò che potrebbe essere, se solo riu­scisse ad andare oltre il pro­prio pas­sato pros­simo di fram­men­ta­zione, chiu­sure men­tali e ger­gali, scon­fitte. Una sorta di respiro ampio, nel senso comune delle per­sone più che nei riflessi d’organizzazione.
Uno stato d’animo più che un pro­getto con­sa­pe­vole, ma forte: la sen­sa­zione di poter tor­nare a par­lare al di fuori di sé, dei pro­pri stec­cati, e di poter tro­vare ascolto, se solo la parola rie­sce a forare il muro di silen­zio media­tico, la cin­tura sani­ta­ria osses­siva e oppres­siva che ci è stata stretta intorno. E l’orgoglio di poterlo fare con in testa idee forti, cre­di­bili, ade­guate all’altezza delle sfide, gra­zie alle quali ritro­vare il rap­porto, sto­rico, che lega la sini­stra alla schiera non pic­cola dei demo­cra­tici con­se­guenti pre­oc­cu­pati per que­sta notte della democrazia.

Non sono man­cati – sarebbe sciocco negarlo – errori, inge­nuità, inef­fi­cienze, riserve men­tali e ritardi orga­niz­za­tivi. Ma non pos­siamo nascon­derci i tratti di nobiltà che hanno carat­te­riz­zato l’impresa nel suo complesso.
In primo luogo il fatto che L’altra Europa con Tsi­pras è l’unica lista che si è misu­rata nelle ele­zioni euro­pee con un discorso sull’Europa e per l’Europa. Non ha pro­iet­tato su scala con­ti­nen­tale le liti da pol­laio del cor­tile di casa, come hanno fatto le tre forze poli­ti­che – anzi i tre istrioni – a cui un sistema media­tico malato e pigro ha riser­vato la tota­lità dello spa­zio infor­ma­tivo, ma ha fatto della tra­sfor­ma­zione radi­cale delle poli­ti­che euro­pee l’asse por­tante della pro­pria pro­po­sta. Non per­ché siamo più colti, o raf­fi­nati e sen­si­bili degli altri (anche per que­sto). Ma soprat­tutto per­ché sap­piamo che sulla pos­si­bi­lità di rove­sciare gli equi­li­bri poli­tici nel cuore d’Europa si gioca la pos­si­bi­lità di soprav­vi­venza del nostro Paese. Che o si cam­bia l’Europa o si affonda.
In secondo luogo L’altra Europa con Tsi­pras è l’unica lista che ha un pro­gramma euro­peo cre­di­bile, rea­li­stico e radi­cale insieme, come, appunto, la situa­zione dram­ma­tica richiede. Una Con­fe­renza euro­pea per la socia­liz­za­zione e la ristrut­tu­ra­zione del debito, come un’Unione degna di que­sto nome non potrebbe non fare. Un New Deal con­ti­nen­tale con al cen­tro un pro­gramma per l’occupazione, capace di pro­durre a livello euro­peo 6-7 milioni di posti di lavoro (quanti la crisi ha distrutto) inve­stendo 100 miliardi di euro all’anno, per un trien­nio, finan­ziati con una fisca­lità euro­pea (una tassa sugli inqui­na­tori e una sulla spe­cu­la­zione finan­zia­ria). L’autorizzazione alla Bce a fun­zio­nare da pre­sta­tore di ultima istanza a soste­gno delle eco­no­mie più deboli. E infine un’intransigente oppo­si­zione al Ttip, il Trat­tato Tran­sa­tlan­tico nego­ziato in segreto che con­se­gnerà le nostre vite e i beni comuni alla fame di pro­fitto delle transnazionali.
Non sono uto­pie. Non è un pro­gramma per un futuro lon­tano. È un pro­grammaper oggi (anche per­ché domani sarebbe tardi). È, d’altra parte, un pro­gramma rea­li­sti­ca­mente pro­po­ni­bile per­ché le forze che si rico­no­scono nella lea­der­ship di Ale­xis Tsi­pras costi­tui­ranno il terzo gruppo nel nuovo Par­la­mento euro­peo (dove, per for­mare un gruppo, e quindi per fare poli­tica, è neces­sa­rio rac­co­gliere ade­sioni di rap­pre­sen­tanti di almeno sette paesi). E quanto mag­giore sarà la sua forza, tanto più alta sarà la pos­si­bi­lità di spez­zare l’asse tra Par­tito popo­lare e Par­tito socia­li­sta che, senza un’azione effi­cace a sini­stra, ripro­dur­rebbe ine­vi­ta­bil­mente le lar­ghe intese che Schulz e Mer­kel hanno costi­tuito in Ger­mana e che domi­nano in Gre­cia e Italia.
Un forte gruppo par­la­men­tare euro­peo di sini­stra (di sini­stra vera), potrebbe fare il mira­colo di ricon­durre almeno la parte più sen­si­bile della social­de­mo­cra­zia euro­pea su una linea di soli­da­rietà con­ti­nen­tale. E insieme di cata­liz­zare anche quelle forze (penso natu­ral­mente ai Verdi, ma anche ai par­la­men­tari del Movi­mento 5 Stelle, che saranno nume­rosi ma orfani in quel con­te­sto) che si oppon­gono alle attuali poli­ti­che euro­pee e che non hanno i tratti osceni del neo­na­zio­na­li­smo xeno­fobo, intorno a una linea, poten­zial­mente mag­gio­ri­ta­ria, di effi­cace con­tra­sto del dogma dell’Austerità e di radi­cale alter­na­tiva ad essa.
Que­sto vuol dire fare poli­tica in Europa. Per que­sto diciamo che il voto perL’altra Europa con Tsi­pras è l’unico voto utile, oggi. Non vederlo sarebbe mio­pia poli­tica, peri­co­losa per sé e soprat­tutto per gli altri, cioè tutti noi. «La via da per­cor­rere non è facile, né sicura. Ma deve essere per­corsa, e lo sarà!». Così si chiu­deva, settant’anni fa, il Mani­fe­sto di Ven­to­tene. Le stesse parole pos­siamo con­ti­nuare a ripe­terci, noi, oggi.
Questo articolo è stato ripreso il 24 maggio 2014 dalla Fondazione Luigi Pintor dopo la sua pubblicazione sul Manifesto

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