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Tamil, "vittime di una guerra taciuta e di un genocidio ancora in corso"

di Massimo Corsini
Quando saluto Nanthan, dopo un’ora passata ad intervistarlo in un bar della bassa bolognese, si congeda con queste parole: “C’è un proverbio nel Mahabharata, il nostro poema epico, che dice che per edificare una città si può sacrificare un villaggio. È questo il dramma del nostro popolo”. Il popolo è quello dei Tamil dello Sri Lanka e Nanthan è uno dei trentuno Tamil che nel 2008 vennero arrestati, sotto il mandato della procura di Napoli, con l’accusa di terrorismo ed estorsione.
Quando l’ho incontrato stava andando a ritirare la traduzione in italiano della sentenza del tribunale dei Popoli emessa il dicembre scorso a Brema: una sentenza che stabilisce che quello del suo popolo è stato un vero e proprio genocidio. “È la storia di una guerra taciuta e di un processo di genocidio ancora in atto”, cita la presentazione della conferenza che si è tenuta lunedì 7 aprile a Roma, alla fondazione Lelio Basso: un evento a cui, a quanto pare, nessun mezzo d’informazione ha voluto dedicare la benché minima attenzione.
Curiosamente, proprio nei giorni scorsi, invece, e giustamente, sono stati diversi i giornali che hanno ricordato il genocidio del Ruanda che vent’anni fa portò alla morte di centinaia di migliaia di persone nel giro di pochi mesi. Quella del popolo Tamil, invece, è stata una vicenda non così compressa nel tempo, la guerra civile è iniziata, infatti, convenzionalmente, nel 1983 (le cause risalgono ad anni precedenti ancora) ed è terminata, sempre convenzionalmente, nel 2009, ma ha causato altrettante centinaia di migliaia di morti come il Ruanda. A differenza di quest’ultimo caso, però, come afferma lo stesso Tribunale dei Popoli, il genocidio è tuttora in atto.

Il Tribunale dei Popoli è un’istituzione internazionale indipendente dai pareri delle autorità dello Stato creata a Bologna nel 1976 dal senatore Lelio Basso. Esamina e fornisce sentenze su violazioni dei diritti umani e dei diritti dei popoli. È stato fondato da esperti di diritto, scrittori e altri intellettuali. Fu creato a partire dalla Fondazione Internazionale Lelio Basso per i Diritti e la Liberazione dei Popoli (FILB), fondata nel 1976 e ispirata dalla Dichiarazione universale dei diritti dei popoli ad Algeri.
Due sono i punti chiave su cui si sofferma la sentenza di Brema (reperibile sul sito della fondazione stessa). In primis evidenzia il fatto che per genocidio non si intende soltanto l’eliminazione fisica degli individui. Il governo di Colombo, infatti, ha sempre soppresso ogni forma di espressione istituzionale e culturale della componente tamil del Paese. La sentenza parla espressamente di “genocide as a social process”. Ovvero come “tentativo di distruggere l’identità di un gruppo alienandolo dalla sua storia ed esperienza e tentando di privarlo del controllo sul suo passato, presente e futuro”.
Poi punta il dito contro i responsabili, diretti e indiretti: il genocidio sarebbe infatti avvenuto con la complicità di Regno Unito, Stati Uniti e India con il governo di Colombo. La sentenza del Tribunale dei Popoli è rimasta senza troppa pubblicità, eppure il conflitto dello Sri Lanka é un fenomeno che ha avuto effetti concreti anche sul nostro paese e l’Europa più in generale: dal punto di vista migratorio la solita Sicilia è stato teatro di una tragedia raccontata nel libro di Giovanni Bellu, “I fantasmi di Portopalo”, storia di un naufragio di una delle tante imbarcazioni cariche di migranti che costò la vita a 300 persone tra le quali c’erano molti tamil in fuga dal proprio Paese; e poi gli arresti, sei anni fa, per terrorismo, di trentuno presunti cospiratori sparsi tra Napoli, Bologna, Reggio Emilia, Palermo, Biella, Mantova e Genova.
Proprio quest’inverno, il 27 Febbraio scorso, dopo arresti preventivi, rilasci e indagini, si è definitivamente concluso il processo ai tamil arrestati con una sentenza che ha stabilito che il fatto non costituisce reato. Nel frattempo, però, c’è chi, come Nanthan, ha passato in carcere diversi mesi. E pensare che tutto é cominciato con una denuncia sporta dall’ambasciata dello Sri Lanka in seguito ad una manifestazione tamil a Napoli. Chi si è occupato poi delle indagini, ha dovuto incaricare degli studiosi per effettuare una perizia che informasse seriamente della storia del conflitto fra tamil e singalesi.
E dall’altra parte del mondo dove il genocidio sembra proseguire inesorabilmente? “Ogni tanto qualcuno dei nostri ragazzi sparisce improvvisamente e non viene più trovato-spiega Nanthan- e sto parlando di 60-70 mila persone. Inoltre, ormai, i due terzi del nostro territorio, il nord est dell’isola, è occupato da singalesi. Questo accade perché sedici divisioni militari su ventuno sono collocate nella nostra zona. I terreni attorno alle caserme sono destinati esclusivamente ai militari e alle loro famiglie e noi rimaniamo tagliati fuori”. Così si capisce come parlare di genocidio non significhi per forza far riferimento a qualcosa di eclatante ed immediatamente percepibile, ma possa far riferimento anche a un fenomeno silenzioso, quasi una morte somministrata a piccole dosi.
Al momento il dato di fatto che accomuna la vicenda degli arresti del 2008 con il ben più drammatico genocidio in Sri Lanka é la mancanza di informazione sul conflitto reale, e non solo da parte italiana. Lo dimostrano le due sentenze, quella di Napoli e quella di Brema, che avrebbero forse meritato un po’ più di attenzione anche se, come ha detto Nanthan, il suo popolo è solo un “piccolo villaggio”.

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