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La tenaglia di mercato e finanza

Euro - Foto di Images Money
Euro - Foto di Images Money
di Riccardo Petrella, professore emerito dell’Università Cattolica di Lovanio e candidato alle elezioni europee nella lista Tsipras circoscrizione nord-est
Non é ragionevole confondere lo strumento (la moneta “comune” europea, l’euro) con le cause strutturali del fallimento delle politiche di “crescita”, di convergenza economica e d’ integrazione politica dell’europa. Essendo un simbolo forte della mala Europa, l’euro è diventato un bersaglio troppo facile e immediato su cui scaricare la giusta rabbia dei cittadini europei per una Unione europea i cui gruppi dominanti hanno sbagliato tutto.
Ma ciò non è sufficiente per costruire un’Altra europa: bisogna andare al cuore dei problemi ed attaccare il sistema edificato ed imposto nel corso degli ultimi trent’anni, di cui l’euro è uno degli ingranaggi più recenti. Il punto critico è distruggere la tenaglia mercato-finanza che ha stretto in una morsa mortale le società europee soffocando lo Stato dei diritti e la giustizia sociale, devastando la ricchezza collettiva (i beni comuni), demolendo le già deboli forme di democrazia rappresentativa e partecipata. Distruggere la tenaglia significa ridare ai cittadini europei la capacità di costruire un futuro hic et nunc.

A partire dagli anni ’70, le classi dirigenti europee si sono trovate ad affrontare una serie di grossi problemi: la crisi ambientale dello “sviluppo”, il collasso del sistema finanziario mondiale (1971-73), la fine del dominio dei paesi occidentali sul prezzo del petrolio (1973, 1978), l’emergenza dei paesi del “Terzo Mondo”… ) e, soprattutto, la rivolta dei detentori di capitale contro la riduzione dei tassi di profitto per il capitale privato intervenuta negli anni ’60 e ’70, conseguente al buon funzionamento dello Stato del Welfare.
Questo aveva consentito un riequilibrio nella redistribuzione della ricchezza prodotta a favore dei reddito da lavoro e della ricchezza collettiva (beni e servizi d’interesse generale). A livello europeo, più specificatamente, si trattava di superare l’impasse in cui i conflitti d’interesse fra i gruppi dominanti “nazionali” avevano condotto l’integrazione economica e politica dell’europa.
Accecati dai dogmi del capitalismo mercantilista e finanziario oltreché dalla bramosia di arricchimento e di potenza, i gruppi sociali dominanti hanno creduto di risolvere i problemi dando il potere di regolazione e di controllo dell’economia (“le regole della casa”) al “mercato” ed alla “finanza”, i due meccanismi chiave “creatori di ricchezza”.in un’econmia capitalistica.
In nome dei principi della liberalizzazione, della mercificazione e della privatizzazione dei beni e dei servizi, hanno creato (nel 1992) il “mercato comune europeo” e favorito la creazione (nel 1994) dell’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio). L’importanza del potere attribuito al “mercato” sta nel fatto che cosi facendo i gruppi dominanti hanno affidato il potere di regolazione e di controllo del valore delle “cose” e di definire le priorità ai meccanismi di scambio e al principio della massimizzazione delle utilità individuali “concorrenti”, togliendolo alla collettività e alle autorità politiche statuali.
Tant’è che in pochi anni l’Unione europea ha sancito che ogni intervento dei poteri pubblici nelle materie sottomesse al mercato interno europeo era nocivo e quindi illegale perché fattore di distorsione dei meccanismi regolatori del mercato. Più mercato con Stato zero (tendenzialmente), è stato il blocco di ferro su cui hanno forgiato la prima ganascia della tenaglia.
È però diffficile far funzionare dei mercati integrati senza una moneta comune sulle cui basi sviluppare le attività finanziarie ed organizzare i “mercati finanziari”. Da qui la formazione del secondo braccio di ferro della tenaglia: la creazione dell’euro, la moneta unica, senza però creare un potere politico pubblico europeo (1997/2000) responsabile della politica moneatria e finzniararia.
La politica monetaria è stata affidata ad una nuova istituzione, la Banca Centrale europea politicamente indipendente dalle istituzioni dell’Unione europea. Nemmeno il Parlamento europeo, rappresentante eletto di 509 milioni di cittadini, può dire qualcosa alla BCE. Questa è l’unica banca centrale al mondo interamente sovrana sul piano politico. Altro che democrazia. La creazione della moneta “comune” senza un governo politico europeo è stata una scelta deliberata, quella di togliere agli Stati ed ancor più ad un eventuale “governo federale europeo democraticamente legittimato” il potere di decisione nel campo della moneta e conseguentemente della finanza.
Così, la responsabilità della politica finanziaria è stata data agli operatori finanziari, sempre più internazionali/globalizzati, attraverso le misure prese a partire dagli anni ’80 quali:

  • abbandono dei controlli sui movimenti internazionali dei capitali, dopo l’abbandono nel 1973 dei tassi di cambio fissi tra le monete e conseguente esplosione dei mercati delle devise, nido prolifico degli speculatori;
  • privatizzazione di tutti gli operatori finanziari e eliminazione della distinzione tra attività assicurative e attività bancarie, tra banche di deposito e banche di credito, e tra i vari settori bancari ( agricolo, industriale, commerciale, artigianato, lavoro);
  • legalizzazione degli hedge funds (fondi d’investimento) altamente speculalivi – fino a giungere recentemente alle transazioni finanziarie “ad alta frequenza” cioe ai millesimi di minuto – da cui sono nati i prodotti derivati che sono stati alle origini delle gravi crisi finanziare del 2001 e del 2008 che hanno distrutto decine e decine di milioni di posti di lavoro.

Quest’insieme di misure ha dato vita ad un sistema finanziario detto “la banca totale”, iper-oligopolistico, contrassegnato dall’emergenza di enormi complessi finanziari privati tanto potenti da diventare “too big to fail” pena il collasso globale del sistema capitalistico mondiale. L’intera economia è così “scappata al controllo pubblico”, il potere politico è stato privatizzato, la sovranità politica degli stati nazionali è stata ridotta a pura formalità . Il “Patto di bilancio” 2012-14 (Fiscal Compact) rappresenta l’ultima mossa dello schiacciamento della sovranità degli Stati dell’UE.
In queste condizioni il problema non è di “uscire o restare nell’euro” – né tantomeno di creare una moneta veneta o di aggiungere all’euro una nuova moneta italiana – ma di rompere la tenaglia e “liberare” le società europee dalla morsa mercato/finznaza cambiando radicalmente un intero sistema monetario, finanziario, economico, legislativo e politico sostanzialmente malefico.
Il Regno Unito non è mai “entrato” nell’euro e apparentemente ha conservato la sovranità nazionale sullla “sua” moneta. Eppure, il Regno Unito è diventato una delle società più ineguali, più ingiuste e meno democratiche dei paesi “sviluppati “del mondo. Il popolo inglese non è affatto liberto, ma è interamente sottomesso alle decisioni dei poteri mondiali finanziari della “City”.
Inversamente, “restare” nell’euro come affermano Schultz, Barroso, Merkel, Hollande, Juncker e tantissimi altri leaders politici (quali Renzi), significa mantenere la Mala europa, rinforzare le cause che conducono alla crescita della disoccupazione ed alimentare i fattori strutturali all’origine dei processi d’impoverimento in europa (quasi 120 milioni d’impoveriti nel 2012 in seno all’UE) e conservare un’europa che continua a considerare clandestini tutti coloro che cercano di immigrare in europa e non posseggono un diploma universitario elevato.
Occorre lavorare su soluzioni strutturali precise: azzeramento del debito pubblico derivato dalla crisi del sistema finanziario; eliminazione dell’indipendenza politica della BCE; rientro delle banche centrali sotto il controllo pubblico; ripubbliccizzazione delle casse di risparmio e delle banche cooperative e delle principali banche d’interesse pubblico generale; uscita dei beni e dei servizi comuni pubblici (come l’acqua, la casa, la salute, le sementi, l’educazione) dalle logiche mercantili e divieto d’intervento in detti campi alle imprese quotate in borsa; politiche fiscali e di controllo della speculazione finanziaria (paradisi fiscali, rendite, messa fuori legge dei prodotti derivati e degli hedge funds…), impulso alla rinascita delle forme economiche cooperative e mutualistiche a forte orientammento locale (nuovo sviluppo dell’agricoltura biologica e dell’agricoltura contadina…), moltiplicazione delle “monete locali” (rivolte a liberare i rapporti umani dalla monetarizzazione, del tutto diverse dalle fumose “micromonete nazional-indipendenti”).
Questo articolo è stato pubblicato sul Manifesto il 25 aprile 2014

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