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Rossanda, ragazza di questo secolo

di Loris Campetti
Per fare un regalo gradito a Rossana per i suoi novant’anni, meglio sarebbe parlare della ragazza di questo secolo, e non del secolo scorso. Perché le sue domande, incalzanti, persino imbarazzanti per chi non si sente all’altezza o è troppo pigro o sfiduciato per rispondere, sono domande che riguardano il futuro non meno del passato.
Chi siamo, da dove veniamo: parliamone, ma soprattutto parliamo di dove vogliamo andare. E quando Rossana ci interroga su come sia possibile cambiare lo stato di cose presente, non è pensabile cavarsela con Montale: “Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Rossana Rossanda è una ragazza di questo secolo con un’esperienza lunga novant’anni. Il Novecento l’ha attraversato da protagonista e oggi si chiede, ancora, come si possa rovesciare un mondo edificato sulla diseguaglianza, sull’ingiustizia, in parole povere sul capitalismo.
Comunista eretica, Rossanda, perché come diceva Aldo Natoli al momento della radiazione dal Pci, “si può essere comunisti anche senza tessera”. Il paradosso è che gli eretici del manifesto, nell’arco di un paio di decenni, resteranno gli unici comunisti disposti a rivendicare la loro scelta mentre l’ortodossia comunista si è sciolta come neve al sole, sommersa dai mattoni di un muro che non aveva voluto scavalcare a tempo debito, quando almeno il fallimento del socialismo reale era evidente.

Lo era a Rossanda e al gruppo storico del manifesto sostenuto dal lavoro politico e giornalistico di un uomo straordinario come K. S. Karol che ha appena lasciato Rossana e tutti noi; non lo era al Pci che solo più tardi, con le parole di Berlinguer scoprirà la fine della spinta propulsiva della rivoluzione d’Ottobre. Ma la fine di quella spinta, gli errori e persino gli orrori del socialismo reale, l’odierno approdo della lunga marcia di Mao, ci costringono a rileggere la grande Storia e la nostra piccola storia.
Il senso e le ragioni delle rivoluzioni novecentesche non può essere fatto coincidere con il loro esito. Scriveva Luigi Pintor, che con Rossana ha vissuto la rottura con il Pci e l’avventura del manifesto, su La signora Kirchgessner: “La diceria che di intenzioni è lastricato l’inferno è maligna. Deludenti ed effimeri sono gli esiti. I buoni proponimenti sono invece un polline che non fiorisce mai ma profuma l’aria”. Nella presentazione del libro La ragazza del secolo scorso, Rossana affronta di petto la questione: “Questo non è un libro di storia. È quel che mi rimanda la memoria quando colgo lo sguardo dubbioso di chi mi è attorno: perché sei stata comunista? Perché dici di esserlo? Che intendi? Senza un partito, senza cariche, accanto a un giornale che non è più tuo? (…)”.
Con Rossana, una decina d’anni fa ho avuto un nutrito e per me nutriente carteggio sull’opportunità di mantenere sotto la testata il manifesto la testatina quotidiano comunista. Lei la riteneva, se non direttamente un imbroglio, quanto meno un’ipocrisia e metteva a tacere i miei maldestri tentativi di coinvolgerla in una battaglia di difesa identitaria per frenare una deriva culturale in atto in un giornale diventato altro da sé. Cambiar nome, l’esperienza del Pci lo insegnava, spesso è solo il primo passo per il cambiamento della natura, ribattevo.
Su un punto credo che ci capissimo e tutt’ora ci intendiamo: “l’orizzonte del comunismo deve restare aperto, non come speranza per il futuro ma come contraddizione del presente, contro la volontà di potenza del capitalismo, contro la violenza sui corpi e sulle vite dei poteri vecchi e nuovi, contro i manipolatori delle menti e i colonizzatori dell’immaginario”. Così scriveva un anno e mezzo fa un gruppo di noi spiegando la rottura, che Rossana aveva già effettuato, con una storia straordinaria durata quarant’anni.
Rossana pone dunque le domande di sempre in un mondo non più bipolare, dominato dal pensiero unico che ha l’odore del dio mercato. Non sono le forme storicamente determinate del capitalismo – oggi liberismo – che chiede di mettere in discussione, ma il capitalismo stesso, la sua organizzazione del lavoro, delle coscienze, dei poteri, delle relazioni. In una stagione in cui ci raccontano che la lotta di classe è finita – per nascondere l’evidenza: gode di ottima salute, peccato che sia il capitale a farla contro il lavoro – Rossana continua a rivendicare la necessità di una lotta di classe dal basso verso l’alto, per evitare che il conflitto, da verticale, si trasformi in orizzontale, assumendo la forma della guerra tra poveri.
I novant’anni di Rossana raccontano le sue battaglie culturali dalla Resistenza al ’68-’69 nel Pci, poi nel manifesto, le caratteristiche di un giornalismo straordinario e di un impegno politico a tutto campo, permeabile ai sommovimenti sociali, agli studenti, al femminismo, ai movimenti che lei interroga e da cui si fa interrogare. I suoi novant’anni interrogano noi, e ci costringono a uscire dalla pigrizia e dalla rassegnazione. Tanti auguri Rossana.
Questo articolo è stato pubblicato sul Fatto Quotidiano venerdì 25 aprile 2014

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