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“Ricordando Lucio Magri”, a dieci anni dalla scomparsa. Resoconto del convegno e video degli interventi

Condividiamo il resoconto redatto da il circolo de il manifesto – Trieste, VIsulle due giornate di incontri del convegno “Ricodrando Lucio Magri”. Qui i link ai video degli interventi:

RICORDANDO LUCIO MAGRI A DIECI ANNI DALLA SCOMPARSA (prima parte) – LINK VIDEO

RICORDANDO LUCIO MAGRI A DIECI ANNI DALLA SCOMPARSA (seconda parte) – LINK VIDEO

RIMINI 27 – 28 novembre 2021

RICORDANDO LUCIO MAGRI

“Una strategia e una organizzazione non possono essere solo l’espressione del movimento in atto in un paese e in certo momento storico:Esse sono il prodotto di una mediazione tra il presente e il passato, tra l’esperienza in atto e una teoria preesistente, tra le avanguardie in lotta, l’insieme della società, il complesso del movimento mondiale”

(L. M. Prefazione alle Tesi Per il Comunismo, settembre 1970)

Convegno Manifesto PdUP organizzato dal Circolo di Rimini a dieci anni dalla scomparsa di Lucio Magri (1932- 2011). Relazione introduttiva di Luciana Castellina. Saluti dalla segreteria della CdL CGIL di Rimini (Isabella Paolucci) e dal Comune di Rimini (assessora Francesca Mattei) un centinaio di presenti provenienti da ogni parte d’Italia. Allestito da Beniamino Grandi uno stand libri del Manifesto quotidiano.

27 interventi nelle due giornate di lavori.

Grazie ai compagni di Rimini alla cui tempestiva ed efficace reazione quando si è cominciato a pensare a questo appuntamento siamo ora qui ben più numerosi del previsto e, credo, contenti di esserci. Per molti di noi è un reincontro dopo secoli che ci eravamo persi di vista. E ci piace a tutti.

Proprio la straordinaria risposta che abbiamo ricevuto ci pone tanto per cominciare un primo difficile problema: il tempo. Siamo in tanti, sarebbe bene che parlassero in molti, fra l’altro abbiamo chiesto di intervenire anche a tre giovani storici, che i tempi di cui discuteremo non li hanno vissuti perché non erano nati.

Per gestire queste due mezze giornate ci sarebbe voluto Eliseo Milani che era così autorevole da riuscire a tenere a bada ogni assemblea. Purtroppo come sappiamo non c’è più e non è il solo a mancare. Per semplificare ho pensato di darvi per iscritto la prima parte del mio intervento, non quella di merito su alcuni aspetti delle cose dette e scritte di Lucio, ma di informazione pratica su quello che vi proponiamo di fare per rendere abituale questo tipo di incontro. Così da risparmiare tempo. Scusate.

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Sono 10 anni che Lucio è morto, un anno che è morta Rossana, 6-7 mesi Lidia Menapace, Luigi ci aveva lasciato già prima, nel 2003 e così Eliseo Milani. Ancora prima Natoli. Valentino nel maggio 2018.Salvo per Lucio che scelleratamente ha scelto di andarsene pur essendo sanissimo, per tutti gli altri si è trattato di eventi naturali vista l’età.

Ma questa constatazione non consola, ci fa solo prendere atto con più lucidità che il Manifesto e il PdUP che ha partorito sono creature di mezzo secolo fa. Del gruppo fondatore siamo presenti ormai solo Filippo Maone, perché era il pi giovane allora e tale è rimasto, Ninetta Zandegiacomi che però non è più in condizioni di raggiungerci qui ed io, perché qualcuno a gestire le pompe funebri della nostra storia doveva pur restare ed è toccato a me, anche se non so se sia un privilegio o una tristissima consegna. Per fortuna ci sono ancora tantissimi sessantottini, i giovani che fin da subito decisero di essere soggetti dell’impresa e non solo lettori di quanto i vecchi andavano predicando. Del resto questi vecchi-una delle poche cose su cui siamo andati sempre d’accordo- sono stati sempre convinti che sarebbe stato contrario ai nostri principi scrivere perché altri leggessero e facessero, che tutti avevamo il dovere di fare e capire cosa i più giovani pensavano e proponevano.

Debbo dirvi che sono molto contenta di come l’idea di incontrarci si sta realizzando. Per due ragioni: perché abbiamo trovato molta voglia di tornare a riflettere assieme, tanto che in poche settimane le previsioni della partecipazione si sono triplicate e non credo sia stato solo amarcord ma il fatto che questa nostra vecchia storia ha lasciato un’impronta univoca e fortissima, immediatamente riconoscibile qualsivoglia sia la attuale collocazione politica dei compagni (qualche eccezione ovviamente c’è), segno di una identità politico-culturale importante, che ha influenzato molta più gente di quanto avrei creduto, tanto da farmi talvolta pensare che il PdUP era un partito di massa! In secondo luogo sono contenta perché questo appuntamento ha indotto me e i compagni che l’hanno organizzato, a rileggere tanti testi essenziali dei nostri padri fondatori e di averli trovati attualissimi e utili. Il che non è poco.

Abbiamo scelto di affrontare questa volta solo un pezzo della storia e dunque di riflettere sui testi scritti da Lucio Magri visto che è il decennale della sua morte e perché abbiamo scelto di prestare attenzione a una fase specifica della nostra vita politica, quella del PdUP cominciata nel 1978, quando non ci fu una scissione ma si consumò una rottura che portò alla separazione fra partito e giornale, sancita al congresso di Viareggio del novembre 1978.

Perché è la meno conosciuta, proprio perché privata di un giornale che ne desse dovutamente conto e perché ormai terminata nelle sue forme organizzate..

Abbiamo scelto di riflettere per questa volta assieme a chi questo tempo lo ha vissuto per non riaprire lo scontro che portò allora a quella tristissima separazione, perché ci preme ricostruire un’area consonante, non di scavare nelle ferite. Nel 1978 comincia del resto un altro, un secondo tempo, che resta intessuto dell’apporto di tutti coloro che non vollero più dare seguito alla loro presenza in un partito che pure avevano contribuito a far nascere quattro anni prima, e che comunque sin dall’inizio, nel ‘69 aveva, come ricordavo prima, dato vita a un ‘ organizzazione stabile e “partitica”, il “ movimento organizzato de Il Manifesto”, con i suoi circoli diffusi in tutta Italia. Perché, forse con la sola eccezione d Natoli che del resto abbandonò presto il suo impegno anche nel giornale, non ci fu mai in nessun altro una sottovalutazione della necessità di darsi forma politica organizzata, sia pure – come dicevamo tutti-provvisoria perché tutti consapevoli che l nuovo partito comunista necessario non sarebbe cresciuto sulle nostre spalle ma avrebbe dovuto essere il frutto di una più generale rifondazione della sinistra italiana.

Litigi, diversità di opinioni, certo ce ne sono stati come é naturale avvenga in ogni gruppo politico in mezzo secolo. Ma vorrei ricordarvi che nel caso nostro non è mai venuto meno un rapporto umano forte che ci ha tenuto legati.

A tal punto che nel 1999 abbiamo dato vita ad una bella pubblicazione – la RIVISTA DEL MANIFESTO – inserto mensile del quotidiano, diretta da Lucio ma assieme ad un gruppo promotore composto non solo del vecchio gruppo dei fondatori del manifesto ma anche dei principali esponenti della cosiddetta “area ingraiana“, Pietro stesso in primo luogo. Si trattava in sostanza dell’area che aveva ottenuto il 33% dei voti con la sua mozione contraria allo scioglimento del PCI nel 1990.

La ManifestoLibri ha pubblicato un piccolo e-book- “La fine della Cosa” contenente materiale inedito prezioso che vi consigliamo di cercare sul sito. Si tratta degli atti dell’ultima assemblea della Mozione 2 ad Arco di Trento, settembre 1990, contenente la relazione di Magri a nome di tutti, e gli interventi di Ingrao, Cossutta, Garavini, Luisa Boccia a nome dei ruppi femministi del PCI. La ManifestoLibri ha anche riedito il bel libro di Rossana, Le Altre. E Sbilanciamoci ha pubblicato un e-book con tutti gli scritti di Rossana usciti sul loro sito in questi anni di rottura col quotidiano. Gli articoli di Valentino sono anch’essi digitalizzati e così quelli di Lucio che si potranno trovare nel sito luciomagri.com

(in via di riorganizzazione); Ivano di Cerbo e altri compagni hanno da tempo raccolto gli scritti di Luigi Pintor in un sito a suo nome e sarebbe bello di poter raccogliere tutto in un unico luogo.

Il quotidiano, gestito da una nuova cooperativa in cui sono presenti i soli redattori fissi che lo hanno salvato dal fallimento e riacquistato potrebbero garantirci un link che renda più facile rintracciare siti che appronteremo per conservare questi scritti.

Quella rivista uscita come inserto del quotidiano nel 1999 durò cinque anni, e non cessò le sue pubblicazioni per dissensi intervenuti, bensì perché nonostante l‘ interesse suscitato, risultava chiaro che non c’erano le condizioni per dare vita ad un nuovo partito. Oggi nemmeno, certo.

E però più forte è certamente il bisogno di una riflessione comune per capire meglio, ragionando sul passato, come affrontare il futuro.. Perché consideriamo che quanto scritto e pensato nel corso della nostra storia rappresenti un patrimonio importante ancora vitale.

Per questo c’è venuto in mente di rendere questo tipo di riflessione una scadenza “normale”.Proviamo.

Speriamo che l’esperimento risulti all’altezza delle aspettative che abbiamo cominciato a nutrire. Noi che abbiamo preparato l‘ incontro speriamo che viviate anche voi questi due giorni pensando a come e quando ripeterli. Fra l’altro con una preparazione meno affrettata studiando la possibilità di ricomporre tutto questo materiale in un unico sito. E prepareremo una bibliografia aggiornata non solo degli scritti di tutti, ma anche degli scritti di altri su di loro.

Tre di questi giovani storici sono anzi qui con noi e sono gli unici cui è stata affidata una vera sia pur breve relazione:

Simone Oggionni, Mattia Gambiloghi e Antonio Lenzi.

Se non siete ossessionati dalla privacy lasciateci la vostra email affinché si possa tenervi aggiornati e s mantenga in vita questa rete, grazie anche all’iniziativa di ciascuno di voi.

Sintesi della RELAZIONE INTRODUTTIVA

“Siamo dunque qui perché non vogliamo, e sappiamo di non essere, reduci e non esprimiamo l’esigenza di un partito che non arriva, ma perché abbiamo ancora interesse di ragionare sul CHE FARE e perché riteniamo che anche le parole d’ordine, semplici ma concrete, possano fare la differenza, ne dico due : rivoluzione, adesso e tutto il potere ai soviet, invitando a (ri)leggere quanto il nostro dibattito interno, ma rivolto alla sinistra negli anni 1973/74, il dibattito sui limiti del riformismo aveva colto e per cui ci eravamo avvalsi del contributo di Sartre. Allora, dopo la crisi del 1973, determinata dalla scelta di Bretton Woods (1971,il valore del dollaro non più garantito da una base aurea) e la fine delle politiche keynesiane che sarebbero arrivate presto a sancire questo nuovo corso, i cui effetti si sarebbero trascinati per un ventennio, fummo noi del Manifesto che cercammo di mettere in guardia chi si attardava a parlare di crescita e sviluppismo, di modificare le politiche economiche sociali e fiscali che il nuovo scenario avrebbe determinato e quelle illusioni di crescita infinita che aveva alimentato, ma non se ne accorse nessuno e nessuno ci dette ascolto..

Sull’impossibilità di una crescita continua ne aveva parlato nel 1972 il documento del Club di Roma che evidenziava come l’espansione produttiva avesse i suoi limiti e anche alcune impraticabilità, soprattutto difetti strutturali (inquinamento, istruzione di risorse naturali, alterazioni climatiche) che avrebbero ristretto il margine per politiche redistributive colpendo di riflesso il benessere sociale cui guardava il PCI, la cui lettura dell’economia rimaneva ancorata e nell’orizzonte del riformismo progressivo che lasciava inalterate,di quel modello le coordinate e l’impronta di classe.

Lucio Magri ne parlò per primo, cogliendo proprio sul versante della tenuta ambientale l’impossibilità di perpetuare quelle politiche all’infinito che gravavano soprattutto sull’ambiente e questa proiezione ecologista, allora introdotta nel dibattito politico non solo non venne colta ma ci fu chi ci rispose,a sinistra con superficialità e irrisione come Lotta Continua con un titolo a tutta pagina “Com’era verde la mia vallata”, con ciò un tema strategico venne sottostimato e con esso l’occasione per sviluppare una più articolata critica al modello del capitalismo italiano, proprio quando maggiore era la possibilità per il movimento di massa che era cresciuto nelle lotte degli anni 68/69 di aggredire questo tema saldando una connessione tra economia, ecologia, cultura e difesa della salute come assi di un progetto di trasformazione del paese. (1)

Fummo i primi a parlare di una rivoluzione ecologista e la novità (non tale per noi) di oggi è la malattia della terra su cui siamo,ritengo, molto in ritardo.

Siamo in ritardo sia sul tema della transizione ecologica (oltretutto non c’è più quel compromesso sociale tra capitalismo e società che aveva caratterizzato il keynesismo a cominciare da politiche di spesa pubblica e qui vorrei ricordare l‘editoriale che Lucio Magri scrisse a tale proposito “Breve la vita felice di Lord Keynes” ) sia su quello della sostenibilità del rapporto tra ambiente e modalità di produzione, per questo serviva allora e tanto più oggi una rivoluzione, soprattutto una rivoluzione culturale, che ad esempio si traduca in modo tangibile anche con la perdita di qualche vantaggio mercantile, per essere sostituito da un modello con altre finalità e per altri bisogni più importanti della legge del profitto, su ciò v’è tutta una riflessione anche sui Grundrisse di Marx e quindi contestare la filosofia dei supermarket è il primo passo per rendere visibile quel limite dello sviluppo, la cui estensione globalmente si è rilevata essere il punto di partenza di quel modo di produrre e consumare che sta portando, con la crisi climatica il pianeta sull’orlo del collasso. Lo scrivevamo su il manifesto del 13/1/1974, analizzando lo scenario ed i punti di caduta della crisi energetica ed oggi ribadiamo questa convinzione insieme alla necessità di opporsi, con molta forza e determinazione al quadro politico che continua ad operare su una linea di continuità con quel modello. Diciamo che la transizione è incompatibile con le privatizzazioni, con il potere dei brand e delle multinazionali che svuotano le funzioni ed il ruolo degli organismi democratici e di rappresentanza,il caso della Tim acquisita da una multinazionale USA è emblematico e potrebbe fare scuola e se l’attuale parlamento dovesse continuare a non farsi sentire e a non decidere o non incidere sul governo, la crisi della democrazia sarà destinata ad aggravarsi, così vengo al secondo punto, perché dico “potere ai soviet” ?.. se non si restituisce alla gente la capacità d intervenire, di avere la parola, di contare su queste scelte, se non si ritrovano le soggettività delle persone e non se ne riconosce il ruolo nella partecipazione alla vita civile del paese, se non si ricostruisce il ruolo della rappresentanza e la gestione della cosa pubblica, e questo è il tema dei consigli, la democrazia muore.

Certo il tema dei consigli stava in Lenin, ma l’attualità di quella riflessione resta e indica una traccia da seguire, quella dell’unità nella lotta e nel protagonismo dei cittadini, se ne sono accorti recentemente, di questa necessità Landini che ha pensato al sindacato di strada visto il dilagare di lavori intermittenti e precari e della mobilità cui il lavoro diffuso costringe le persone.

Il sindacato di strada può diventare una forma di democrazia capillare, una di quelle casematte di potere pensate da Gramsci, e recuperare il ritardo o le frenate che abbiamo subito, pensiamo ad esempio come sulla questione dell’acqua pubblica, dopo il referendum che si era vinto, come mai non si sia pensato di dare concretezza e seguito a quel risultato magari costituendo comitati provvisori o di controllo per rivendicare nelle varie realtà gli obiettivi che il quesito referendario aveva rivendicato. Fare insieme le cose, dare continuità al lavoro di massa sono le basi da cui ripartire.

Note

1) cfr. Articolo di Marcello Cini “Operazione ecologia” nel manifesto del 1 maggio 1971 e “La qualità nuova della crisi” di Lucio Magri nell’edizione del Manifesto di martedì 30 novembre 2021.

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Sono intervenuti nel pomeriggio : Famiano Crucianelli, Simone Oggionni, Aldo Garzia, Alfonso Gianni, Vincenzo Vita, Leo Casalino, Maurizio Marcelli, Michele Mezza, Fausto Gentili, Franco Astengo.

Domenica 28 il dibattito è continuato con gli interventi di Mattia Gambilonghi, Massimo Anselmo, Diego Podestà, Massimo Serafini, Antonio Lenzi, Ciccio Indovina, Grimaldi, un compagno di Salerno, di nuovo Crucianelli, Sergio Caserta e Marino Calcinari.

Conclusioni di Luciana Castellina

Ci piace pensare che non dovremo votare alcuna mozione conclusiva. E posso dire di essere molto contenta di essere qui con voi e della discussione che abbiamo avuto. E che condividiamo una comune percezione del presente. La stessa sostanziale omogeneità del confronto, negli interventi che ci sono stati, testimoniamo che c’è un modo di ragionare che è rimasto e penso, che ciò dati sin dal 1977 dalla rottura col giornale, che fu un fatto doloroso ma che recuperammo con l’iniziativa del 1999 – la rivista del manifesto sino ad ora che il giornale è andato avanti per conto suo, con le note e le critiche ma anche i suggerimenti che noi rivolgemmo al collettivo (ora cooperativa)per ridare slancio non solo alla continuità editoriale ma al recupero autentico delle finalità che la testata si proponeva.. ormai è acqua passata, ma possiamo lavorare criticamente su e col giornale anche sapendo che c’è qualcuno che fa le scelte, che decide e sollecita ad operare di conseguenza. Cosa facciamo di questa riunione? Intanto ci lasciamo o scambiamo le mail e gli indirizzi e ci teniamo in contato per i prossimi appuntamenti, a Bologna a esempio c’è l’esperienza della lista civica che ha eletto Emily Clancy, manteniamo la rete per scambiarci le informazioni e quanto può aiutare il nostro impegno politico, ci sono tante cose da fare, non mancano gli incentivi e le sollecitazioni per fare qualcosa di concreto, ci sono gruppi di giovani, che sono pieni di di voglia di fare, noi stessi che non abbiamo mai rinunciato a parlare con la gente sappiamo di avere i mezzi, le capacità e le possibilità per continuare a svolgere un ruolo attivo in questa direzione, per fare qualcosa di concreto, appunto e mettersi a riparlare con la gente per evitare isolazionismo e solitudine, con nuove modalità di fare politica, anche stare allegri anni fa spesso ciò non fu possibile ma il patrimonio culturale messo assieme in una vita ci è molto utile per fare crescere realtà politiche, iniziative ed organizzazione.

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