Skip to content

Un tempo c'era Giuanin lamiera, l'Avvocato. Quanto è lontana la Fiat di oggi che chiude con Torino

di Loris Campetti
In val Chisone, dove la plurisecolare storia della Fiat ha avuto inizio e dove la fabbrica di cuscinetti a sfera di Villar Perosa costruita dal nonno senatore non si chiama più Riv ma porta il nome della multinazionale svedese Skf, per tutti era Giuanin lamiera. A Torino come a Roma, invece, per tutti era l’Avvocato, con la A maiuscola. Tra il Po e il Chisone, che dopo essersi unito al Pellice diventa un suo affluente, si stagliava l’impero degli Agnelli.
L’Avvocato poteva andare a comprare la cravatta a New York dopo aver messo fuori dalle sue fabbriche 23 mila operai, o infilarsi nell’elicottero per andare a fare il bagno in Grecia dopo aver benedetto l’accordo con Lama sulla scala mobile, ma sempre tra i due fiumi tornava, tra la collina di Torino e quella di Villar, luogo cult degli allenamenti e dei ritiri dell’amata (da lui, non fraintendetemi) Juventus. Del resto l’acronimo Fiat non vuol forse dire Fabbrica Italiana Automobili Torino?
Tutte le storie hanno un inizio e una fine. Il lucchetto sulla storia della Fabbrica Italiana Automobili Torino l’hanno messo lunedì 31 marzo il presidente Johm Elkann e l’amministratore delegato Sergio Marchionne, chiudendo l’ultima assemblea annuale, la centoquindicesima, degli azionisti Fiat svoltasi sulla riva del Po. La prossima si terrà in un albergo di Amsterdam, sede fiscalmente conveniente della nuova società Fca (Fiat Chrysler Automobil): così ha deciso il gotha del Lingotto per lasciare di stucco tanto il partito dei torinesi quanto quello dei tifosi di Detroit.

Amsterdam e non Cayman o le Antille pur olandesi, è già qualcosa. Ma per l’Italia cambia poco: dopo centoquindici anni di investimenti pubblici (e utili privati) per sostenere le quattro ruote tricolori, dopo il dominio politico degli Agnelli che ha impedito lo sviluppo del trasporto pubblico su rotaia e l’autostrada del mare, la nuova società americanizzata se ne va a pagare le tasse, poche, in un altrove. La fuga della società in Olanda segue quella del lavoro, dei modelli, dei saperi, della ricerca negli Stati uniti, non prima di aver imposto il modello marchionnesco di relazioni industriali e sindacali al paese intero: la filosofia di Marchionne si è tradotta in leggi dello stato e accordi interconfederali con la Confindustria, da cui, pure, la Fiat si è distaccata.
I simboli hanno un loro significato e l’ultima assemblea torinese degli azionisti ha un valore altamente simbolico. Se la morte di Gianni Agnelli e a ruota del fratello Umberto avevano già decretato la separazione tra Fiat e Torino, lunedì è stato formalizzato il divorzio. Non ci sarà più, non avrà i soldi per volare in Olanda, quel capetto soprannominato Irish (ve lo ricordate quel tipo che “non ha la bicicletta” cantato dai New Trolls?) che a ogni assemblea chiedeva e otteneva la parola dall’Avvocato per rivendicare una bici con cui girare il reparto e controllare in tempo reale ognuno dei suoi operai sottoposti. Non ci saranno più la Fiom o i Cub a volantinare davanti alla sede storica di via Chiabrera, o a intervenire davanti agli altri soci grazie al possesso di qualche azione. Non ci saranno i fan del ponte di Messina a innervosire i business-man con le loro improbabili richieste. Forse solo i professionisti d’assemblea riusciranno ad atterrare ad Amsterdam per muovere le loro pedine, come sempre.
L’Italia, con tutti i soldi e le attenzioni investiti nella Fiat con la subalternità di tutti i governi succedutisi dal 1899 a oggi, garantendole un secolare monopolio, dovrebbe essere proprietaria della multinazionale. Invece ha rinunciato ad avere voce in capitolo, ignorando fughe, violazioni costituzionali e odiose discriminazioni. In nome del libero mercato e della libertà d’impresa non ha messo bocca sulla decisione di chiudere l’unica grande fabbrica di autobus italiana, la Irisbus, a costo di pagare multe all’Unione europea per avere il parco autobus più vecchio e inquinante del continente, per poi acquistare gli stessi pullman costruiti, sempre dalla Fiat, in Francia o nell’Est Europa.
Noi pensavamo che fosse necessario liberarci degli Agnelli e riprenderci la Fiat e finalmente realizzare un progetto di mobilità socialmente ed ecologicamente compatibile. Ma noi non siamo nessuno, la sinistra chi l’ha vista, la politica è a mezzo servizio del potere economico e la storia è andata al contrario. Non siamo romanticamente nostalgici degli stanchi riti torinesi della Fiat novecentesca, piuttosto siamo incazzati per essere stati ed essere governati dai servi della peggiore dinastia padronale, prenditrice e non imprenditrice che neanche paga le tasse a chi la serve, rianimata da un uomo forte un po’ abruzzese e un po’ canadese, amante degli Usa e residente in Svizzera, che guadagna cinquecento volte più dei suoi operai.

Aiutaci a diffondere il giornalismo libero e indipendente.