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L'etica e la politica da Aristotele a Renzi / 2

di Sergio Caserta
(Prima parte) Non c’è stata una rivoluzione, ma un sotterraneo riallineamento delle classi dirigenti in regime di continuità col passato recente; Napolitano è il controllore di volo di questo cambiamento, che però rischia di consegnare il Paese ancora una volta nelle mani di una classe dirigente che non è in grado di affrontare i nodi essenziali di un indispensabile risanamento economico, sociale, culturale, politico e morale.
Il primo governo Renzi, ottenuta la fiducia sia al Senato sia alla Camera, in un mese ha già prodotto il “programma fondamentale”. Ci vuole stupire con effetti speciali,  vedremo se gli ottantacinque euro al mese nelle buste paga e l’aumento del prelievo dalle rendite finanziarie sono solo annunci o scelte concrete. Intanto in Europa le cose sono più complesse e “quadrare il cerchio” non è artificio semplice con il ministro delle finanze Schäuble.
I primi atti concreti in tema di Jobs act, non lasciano sicuramente tranquilli,  la “coazione a ripetere” è  rendere più flessibile il lavoro e più semplice, semplicissimo, il licenziamento, mentre i disoccupati aumentano in modo esponenziale. Tutto quel che Renzi sta cercando di mettere in campo, però, non può cancellare la maniera in cui è arrivato alla poltrona di Palazzo Chigi, nonostante siamo il Paese che dimentica in fretta le colpe del potere: in questo caso la macchia è indelebile e richiama una questione etico-politica e umana di enorme importanza.

E ‘l modo ancor m’offende, disse la povera Francesca da Polenta, nel lamento della morte, inflitta con efferata crudeltà, all’amante (e fratello di lui) Paolo, dal marito Gianciotto nei versi danteschi; questa impressione di una spietatezza assolutamente indifferente alle conseguenze, delle proprie scelte, ha lasciato esterrefatti tanti commentatori, all’indomani della “defenestrazione” di Enrico Letta.
L’avvento al potere di Renzi, pone alla ribalta una nuova classe dirigente dentro il centrosinistra con caratteristiche antropologico-culturali molto diverse dalla precedente. I giovani quarantenni, maturati nel ventennio berlusconiano, sono estranei alle vicende che attraverso una complessa ed anche tragica vicenda, posero fine al PCI, alla DC e complessivamente alla prima Repubblica.
Anche in quelle fasi ci furono voltafaccia, tradimenti di appartenenze, salti della quaglia, imboscate: basta ricordare per tutte la rimozione, mediante dimissioni in sostanza imposte dell’allora segretario del PCI, Alessandro Natta, temporaneamente indisposto per una malattia, da parte degli “insorgenti” di allora, quelli della “gioiosa macchina da guerra” occhettiana!
Mai però una “congiura di palazzo”, agìta coì scopertamente, aveva riguardato la rimozione di un Governo nel pieno delle sue funzioni da parte del segretario dello stesso Partito del Presidente del Consiglio, per prenderne il posto. D’Alema si era “schermato” con Bertinotti, artefice ufficiale della crisi del governo Prodi, quando con il sostegno velenoso di Cossiga, conquistò Palazzo Chigi.
Del resto siamo il Paese delle congiure, e quella nota “dei Pazzi” – in cui venne ucciso il fratello di Lorenzo il Magnifico – si svolse per l’appunto a Firenze. Lo scandalo del fratricidio renziano non è solo nel delitto in sè ma per il fatto che è avvenuto in regime di continuità politica ovvero con la stessa ambigua e incerta maggioranza, non quindi per determinare una vera svolta politica, chè certamente non si potrebbe compiere mai con Angelino Alfano & c.
Ciò lascia ancora una volta la sinistra italiana, al di qua di qualsiasi seria ipotesi di superamento della tormentata transizione, dalla crisi della prima repubblica, e pone il problema della necessità di un profondo cambiamento degli assetti politici e della sua classe dirigente che si ricostruisca dalle fondamenta di una nuova elaborazione culturale.
Come si fa a cambiare questa situazione stagnante? Forse ci può venire in soccorso la Chiesa Cattolica che con Papa Francesco sta producendo un notevole salto in avanti nel tentativo di costruzione di una nuova morale comune: Oscar Andrès R. Mariadiaga, arcivescovo di Tegucigalpa e presidente della Conferenza episcopale dell’Honduras, autore di diversi saggi sul tema, in particolare in “Senza etica, niente sviluppo” affronta il quesito di come utilizzare la crisi economica per “invertire la rotta”, sostenendo che “etica ed economia sono dimensioni da non dividere” perché “non è permesso separare la domanda del come fare le cose dalla domanda del per che cosa farle”.
Possibile che il bisogno di una nuova etica pubblica possa scaturire solo dal pensiero religioso e che la cultura laica, sia irrimediabilmente subalterna all’individualismo dominante e alla mitologia del profitto?
Eppure la sinistra seppe essere profetica: Enrico Berlinguer pose con lungimirante lucidità i temi della “questione morale” e dell'”austerità” forse con troppo anticipo sui tempi, per cui fu accusato perfino di misticismo moralista, ma se rileggiamo le sue parole possiamo cogliere proprio il senso più autentico del nesso inscindibile tra etica e politica:

“L’austerità non è oggi un mero strumento di politica economica, cui si debba ricorrere per superare una difficoltà temporanea, congiunturale, per consentire la ripresa e il ripristino dei vecchi meccanismi economici e sociali. Questo è il modo con cui l’austerità è concepita e presentata dai gruppi dominanti e dalle forze politiche conservatrici. Ma non è così per noi. Per noi l’austerità è il mezzo per contrastare alle radici e porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in crisi strutturale e di fondo, non congiunturale, di quel sistema i cui caratteri distintivi sono lo spreco e lo sperpero, l’esaltazione di particolarismi e dell’individualismo più sfrenati, del consumismo più dissennato. L’austerità significa rigore, efficienza, serietà, e significa giustizia; cioè il contrario di tutto ciò che abbiamo conosciuto e pagato finora, e che ci ha portato alla crisi gravissima i cui guasti si accumulano da anni e che oggi si manifesta in tutta la sua drammatica portata…”.

Se Berlinguer fosse vivo e pronunciasse queste parole, chi gli darebbe torto? Non ci sarà una sinistra ricostruita e utile al Paese se non si parte da un rinnovamento anche morale personale e collettivo.

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