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Rappresentanza: un'imposizione in fabbrica che porta a sanzioni. Il caso Fiat

di Ciro d’Alessio
Un giorno in azienda il padrone convoca la Rsu e comunica che “al fine di gestire situazioni di crisi o in presenza di investimenti significativi per favorire lo sviluppo economico ed occupazionale dell’impresa”, ha bisogno di modificare “la prestazione lavorativa, gli orari e l’organizzazione del lavoro”.
Ciò significa che può aumentare ritmi delle linee di montaggio, aumentare l’orario di lavoro giornaliero o tagliare le paure e spostare la mensa a fine turno. Ci ritroveremo in breve tempo con una fabbrica completamente riorganizzata, con gravi ricadute sulle condizioni materiali dei lavoratori e con seri rischi per la sicurezza degli stessi.
Ora mettiamo il caso che dopo una settimana o due un gruppo di lavoratori chiama la Rsu di fabbrica per denunciare i carichi eccessivi a cui sono sottoposti chiedendogli di intervenire perché la vita in fabbrica è diventata insostenibile. La Rsu chiederà ed otterrà un incontro con l’azienda nel corso del quale denuncerà le ricadute negative che la riorganizzazione del lavoro ha portato sulle linee.
La risposta dell’azienda sarà senza batter ciglio che lei altro non sta facendo che applicare la terza parte del testo unico sulla rappresentanza: titolarità ed efficacia della contrattazione collettiva nazionale di categoria e aziendale. A questo punto dinanzi al rifiuto dell’azienda la Rsu per far valere le ragioni dei lavoratori che rappresenta può solo scioperare, cercando mediante il conflitto di migliorare le condizioni dei lavoratori.

Ma sempre secondo testo unico sulla rappresentanza quella Rsu scioperando andrà incontro a sanzioni. Quindi accadrà che chi rappresentiamo sarà costretto a subire aumenti di ritmi, tagli delle pause e tanto altro ancora, mentre la Rsu darà dimostrazione di aver perso qualsiasi legittimità ed utilità.
Ora viene facile immaginare cosa ci risponderanno quegli stessi lavoratori quando chiederemo loro di rinnovare la tessera alla nostra organizzazione, oppure quando chiederemo a qualcuno di loro di iniziare un percorso di militanza all’interno della nostra organizzazione.
Ci verrà detto che oramai il sindacato ha completamente abbandonato le ragioni dei lavoratori per abbracciare le ragioni delle imprese e che tanto è inutile inscriversi visto che non riesce nemmeno più a tutelarli quando si è davanti a ritmi massacranti.
Molti in questi mesi hanno risposto a queste nostre osservazioni dicendoci che un accordo è frutto della contrattazione, elemento essenziale dell’azione sindacale,e che se un accordo si firma è perché se ne condividono i contenuti, quindi non c’è motivo poi di metterlo in discussione.
Questa è una mezza verità perché chi ci ha risposto ha dimenticato di dire che con le regole introdotte con il TESTO UNICO gli accordi che non si condividono si subiscono.
Se in un azienda si deve fare un accordo essa deve favorire sempre una piattaforma unitaria, ma se non si arriva ad un testo condiviso l’azienda prenderà in considerazione solo la piattaforma proposta dal 50% più 1 delle organizzazioni sindacali. Ciò vuol dire che anche là dove una sola organizzazione sindacale rappresenta il 49% dei lavoratori se le altre organizzazioni sindacali presenti in azienda si mettono insieme e quindi la somma da il restante 51% saranno loro a poter presentare la piattaforma e chi invece rappresenta il 49% non è che ne potrà presentare un’altra alternativa, essa sempre secondo l’accordo del 10 gennaio non potrà proprio presentarla e quindi di conseguenza se non accetta quella proposta e firma l’accordo scritto dagli altri si vedrà negare anche i diritti sindacali.
In Fiat, che in materia di negazione di diritti è stata da apripista nel nostro Paese¸ ad esempio è accaduto che al rinnovo del CCSL la Fiom ha portato fra i lavoratori la sua carta rivendicativa, discutendola con loro nelle assemblee,modificandola quando emergevano elementi importanti e soprattutto facendola votare alle lavoratrici e ai lavoratori.
Questo ha permesso di rendere realmente partecipi i lavoratori e poter portare al tavolo delle trattative anche la voce di chi poi quell’accordo lo vivrà sulla propria pelle. Poi la Fiat e le organizzazioni firmatarie del CCSL sappiamo bene che considerazione hanno del volere dei lavoratori ma noi come delegati Fiom abbiamo potuto dire che esiste un alternativa e quell’alternativa l’abbiamo costruita con loro nelle varie assemblee in giro per gli stabilimenti del gruppo.
Ma va ricordato che prima di poter affiggere un volantino e tornare a fare le assemblee e quindi discutere con i lavoratori nelle fabbriche abbiamo dovuto portare avanti un dura battaglia che ha visto nella sentenza della Corte Costituzionale di novembre scorso il suo grande epilogo. Sentenza che proprio l’accordo del 10 gennaio firmato acnhe dalla nostra Cgil raggira tranquillamente, perché introduce la regola secondo la quale chi non è firmatario di contratto non ha accesso ai diritti sindacali.
Esattamente il modello Fiat da noi combattuto e dalla Corte Costituzionale cancellato. La Cgil in questi anni non ha mai sostenuto fino in fondo le ragioni che ci spingevano allo scontro con Fiat, ed oggi, dopo che quella battaglia ha cancellato un modello autoritario, firma un accordo che reintroduce quelle norme.
Tutto questo avviene nel silenzio più totale, arriviamo al 10 gennaio senza una sola assemblee senza un solo momento di confronto con i lavoratori con i delegati, senza il voto vincolante di chi quell’accordo lo subirà. Oggi la Cgil crede di pulirsi la faccia mettendo in piedi l’ennesima truffa, si parla di voto di tutti gli iscritti con modalità tutt’altro che trasparenti, con assemblee da farsi (?) con Cisl e Uil (ci chiediamo perché non con Confindustria)senza la possibilità da parte di chi quell’accordo lo contrasta di poter esprimersi fra i lavoratori, perché il voto non sarà sull’accordo ma sul dispositivo della Segreteria Nazionale sulla firma ad esso. Perché la Cgil da per scontato che i lavoratori quell’accordo lo conoscono già e quindi è inutile rispiegarlo nelle assemblee.
L’accordo del 10 gennaio cambierà il volto della nostra organizzazione, essa diventerà un luogo dove non sarà ammesso il dissenso e molto probabilmente ci ritroveremo sempre è più spesso dinanzi a situazioni come quella che ha visto protagonisti due compagni della segreteria della Filt-Cgil napoletana, che dopo il congresso dove hanno portato avanti al nostro fianco la battaglia sugli emendamenti, in particolare il quinto, gli è stato comunicato che il rapporto di collaborazione con l’organizzazione era finito e che dovevano immediatamente ritornare nelle proprie aziende.
I segnali ci sono tutti, ora tocca a noi far si che la Cgil resti un luogo di democrazia e sopratutto uno strumento mediante il quale quotidianamente possiamo lottare per migliorare le condizioni di chi cerchiamo con tante difficoltà di rappresentare. E questo possiamo farlo allargando il dissenso, sopratutto organizzando momenti di discussione con i lavoratori e i delegati di tutte le categorie della Cgil.

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