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Ossa rotte, eppur bisogna andare: i video della presentazione del libro di Rossana Rossanda / 1


Introduzione di Mauro Chiodarelli e Doriana Ricci legge l’intervento di Rossana Rossanda

Intervento di Nadia Urbinati – Prima parte

Intervento di Nadia Urbinati – Prima parte
di Roberto Bonezzi
Bologna, 13 Gennaio. Entrando alla Feltrinelli di Via Rizzoli, tutto sembra come al solito, ma vengono voci dal sottoscala: la sala sotteranea è piena di gente. Con l’associazione il Manifesto in rete stiamo presentando il libro di Rossana Rossanda “Quando si pensava in grande”, edito da Einaudi. Il libro è una collezione di venti interviste fatte da Rossanda, nell’arco di più di un trentennio, ai maggiori dirigenti e intellettuali della sinistra mondiale. Il fatto che si parta da Sartre, Althusser e Allende e si finisca con D’Alema e Bertinotti dà già l’idea che qualcosa, nella storia della sinistra, sia andato terribilmente storto.

Alle sei in punto arrivano gli ospiti: Nadia Urbinati, politologa della Columbia University, Gabriele Polo, ex giornalista e direttore de il manifesto e Gianni Rinaldini, ex segretario FIOM. La gente è già tanta, tanta da stipare la sala e le scale, fino alla libreria, dove ascolta il dibattito dagli altoparlanti, magari fingendo di sfogliare un libro.
La cosa ci fa enorme piacere, e la domanda sorge spontanea: perché tante persone? Per rivangare i tempi gloriosi che furono? Forse è l’espressione di un bisogno, di una sinistra senzatetto e confusa. Un bisogno di chiarezza, di profondità, per ricostruire la nostra comprensione del mondo e la capacità di pensarne un altro, e l’opinione lucida e severa di Rossanda sembra un buon punto da cui partire.
A rompere il ghiaccio ci pensa lei. Per ragioni di età e salute è rimasta a Parigi, dove vive, e non può essere con noi, ma ci manda un suo contributo scritto. Ci invita a discutere di una serie di punti che le premono. Il libro parla di quando “si pensava in grande”, e i suoi punti non sono da meno: ci sarebbe da scrivere un altro Capitale.
Quali sono le ragioni profonde che hanno portato alla deriva autoritaria e al crollo del socialismo reale? Perché l’idea stessa di una più compiuta democrazia sociale, se non anche socialista, è diventata una bestemmia, perfino nell’immaginario delle sinistre storiche? Al di là degli attacchi del neoliberismo, che cosa non abbiamo capito dei nostri errori? E via di questo passo.
Mauro, dell’associazione il Manifesto in rete, modera il dibattito e cerca di impedire che la discussione fugga troppo lontano dal libro, ma i temi sono vasti. L’intero video del dibattito sarà disponibile sul sito, ma vorrei fermare qui alcune impressioni, e il quadro non è dei migliori.
Probabilmente la sinistra si è guardata troppo l’ombelico, riflette Gabriele Polo: pensando di avere la giusta interpretazione, in virtù di un certo sentimento di superiorità morale, ci siamo fatti scavalcare dalla trasformazione della società e del capitalismo, ultima in ordine di tempo la sua svolta finanziaria.
Dovremmo ristudiare le coordinate e la “cassetta degli attrezzi” adatte alla società odierna, fluida e dalle non facili definizioni. È vitale rivalutare i processi produttivi: come e perché si produce e che cosa, discorso che va ben oltre i beni materiali. È tanto più complicato farlo ora, commenta amaro Rinaldini, che le persone si trovano a fronteggiare un capitalismo allo stato di Natura, selvaggio e con sempre meno mediazioni sociali. I lavoratori sono sempre più frammentati e soli, le istanze collettive sostituite da interessi individuali in mutua competizione.
Secondo Nadia Urbinati in questo quadro sfilacciato domina un senso di impotenza, la consapevolezza che “non facciamo più paura a nessuno”, e si tende a delegare a una politica separata dalla società, o peggio a leader più o meno carismatici, chiedendo che si faccia qualcosa, senza peraltro crederci più di tanto. Arrivano interventi dal pubblico, il dibattito prosegue e sappiamo che questa deve essere solo la prima di una serie di iniziative, l’inizio di un processo, come la stessa Rossanda ci chiede.
Analizzare le ragioni profonde della sconfitta è necessario, certo, ma contarci le ossa rotte non basta, o si scivola nell’autocommiserazione. Nadia Urbinati sottolinea come l’apparato teorico, forse un po’ granitico, della sinistra storica non abbia dato giusta considerazione alle aspirazioni, peculiarità e contributi originali delle persone. Partendo da ciò, non possiamo non riconoscere le tante esperienze di resistenza alla crisi e a questo tipo di società che sono nate e stanno nascendo. Certamente sono piccole realtà ma, in mancanza del Sol dell’Avvenire, stanno mettendo a frutto passione, intelligenze e un’enorme creatività. Inventano nuovi lavori e ne reinventano dei vecchi. Cercano di recuperare spazi e tempi di socialità, ripensano la mobilità, l’abitare, l’agricoltura.
Sono tante cellule senza un reale tessuto connettivo e si può pensare che non cambieranno nulla, ma sono embrioni di qualcosa di nuovo. Potrebbero ispirare un prossimo incontro, e snobbarle sarebbe un delitto.

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