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Circolo di Ravenna: lavorare nella società, tra i suoi problemi e bisogni, fuori da nomi e simboli

il Manifesto quotidiano comunista
il Manifesto quotidiano comunista
di Vincenzo Fuschini
La lettera dei compagni del circolo di Padova ha già dato luogo a reazioni di alcuni di noi. D’altronde, anche noi di Ravenna siamo quasi allo stesso punto: se, dopo aver svolto tante attività nel corso degli anni, non facciamo quasi niente, ci sarà pure una ragione, non sarà solo questione di voglia.
Premesso che non si deve sempre trovare il “colpevole” per ogni cosa e che, invece, è politicamente più redditizio sforzarsi di analizzare i cambiamenti, devo anzitutto dire che, a suo tempo, io trovai positiva la scelta di Pintor, Rossanda e Parlato di rendere il giornale autonomo da qualunque partito. Essi riuscirono allora a fare un piccolo miracolo: trasformare il giornale in voce della sinistra diffusa, mantenendo un discreto livello di vendite e ricavando anche risorse economiche cospicue dalla generosità dei lettori, senza alcun condizionamento. A mio avviso, fu la loro eccessiva correttezza a “fregarli”: nel periodo in cui l’Unità smise di uscire avrebbero dovuto uscire dall’angolo, attuare una politica editoriale più incisiva, forse aggressiva, approfittarne insomma.
Il ruolo sostanzialmente subalterno di Rifondazione al PDS-DS-PD ha fatto il resto: i mille contorcimenti di Bertinotti (dentro il governo, fuori, dentro-fuori, fuori-dentro… L’analisi migliore secondo me è quella di Corrado Guzzanti) hanno recato un danno spaventoso alla sinistra nel suo insieme. Le spaccature conseguenti (PDCI e SEL) erano inevitabili.

Sul piano editoriale, l’assurda concorrenza di uno squallido bollettino di partito come Liberazione, mantenuto con i soldi della collettività perché nessuno lo leggeva, fu scandalosa. Per giunta, questo clima velenoso portò ad approfondire le fratture nella redazione del Manifesto, con le conseguenti fuoruscite. Questo caos non poteva avere altra conseguenza che il disastro economico, prima che politico.
Il tentativo di rilancio di Rangeri, apprezzabile da vari punti di vista, è però fondato su di una scelta che, a mio avviso, è politicamente sbagliata. La scelta di autonomia di cui ho parlato non si basava su di un senso di superiorità, di supponenza professionale (lo so poi io come si fa il giornale): l’orgoglio dei giornalisti del Manifesto non era fatto solo della consapevolezza di essere professionalmente bravi. Era anche un orgoglio di militanza, di essere referenti di un settore della società italiana, di essere soprattutto i costruttori di un giornale di lotta politica, oltre che d’informazione.
L’attuale redazione è composta da bravi giornalisti? Io dico di sì, ma chi è il loro referente? Dico, referente sociale. Rangeri non ama i circoli dei lettori, li ha sconfessati. Perciò io da tempo (anche a Cagliari lo dissi, come forse ricorderete) sostengo che continuare a definirsi “amici” di chi non ci apprezza non ha molto senso. La questione è un’altra, credo: vogliamo continuare a lavorare sul tema dell’informazione, della comunicazione politica, Manifesto o non Manifesto? Questa è la domanda cui rispondere, secondo me. Allora, meglio richiamarsi a Luigi Pintor e al suo insegnamento più che al giornale di Rangeri (che io peraltro continuo a leggere).
Tanto, sul piano della partecipazione politica in senso stretto (il voto, per esempio) siamo divisi da tempo, inutile pensare di riunificarci su questo piano per ora (casomai potremmo evitare di farci del male, ma questo non dipende sempre e solo da noi). Lavoriamo insieme nella società, fra la gente che ha bisogno di riflettere sui suoi problemi e sui suoi bisogni, per studiare soluzioni: così ci riapproprieremo anche del Manifesto. Scusate, sono sempre troppo lungo. Poi, del Manifesto a molti non gliene frega niente: ne ho approfittato per fare una riflessione.

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