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Pubblica amministrazione: troppo costosa, poco efficiente e ormai anche parziale

Pubblica amministrazione
Pubblica amministrazione
di Rudi Ghedini
23,2 miliardi di euro all’anno pari all’1,5% del Pil: sarebbe questo “il costo della politica” in Italia, secondo la Uil. Gli stipendi degli eletti – consiglieri e assessori, deputati e ministri – sono una minima parte. Il grosso sta nel funzionamento ordinario delle strutture del nostro “sovrabbondante sistema istituzionale”.
Palazzo Chigi costa 15 volte la Casa Bianca, l’Assemblea regionale siciliana costa 164 milioni l’anno, cinque volte l’Emilia-Romagna. Poi ci sono i 222 Direttori generali, i 222 Direttori sanitari e i 222 Direttori amministrativi delle 222 aziende sanitarie locali. Secondo la Uil, di politica vivono direttamente o indirettamente 1,1 milioni di persone, pari al 5% degli occupati. E la politica costa a ogni cittadino 757 euro, considerando solo la platea di chi paga l’Irpef (30 milioni di contribuenti).
Per gli organi istituzionali delle amministrazioni centrali e decentrate, nel 2013, si spenderanno 6,1 miliardi: le Regioni hanno tagliato dell’11,5%, mentre la presidenza del Consiglio aumenta le spese dell’11,6%, passando da 411 a 458 milioni fra il 2012 e il 2013. Per tutte le consulenze pubbliche la spesa pare sia di 2,2 miliardi, e altri 2,6 miliardi coprono i costi di funzionamento degli organi degli enti e delle società partecipate.
Secondo il sindacato, 3,2 miliardi si potrebbero risparmiare sulle spese di funzionamento, accorpando gli oltre 7.400 Comuni con meno di 15 mila abitanti. Un altro miliardo e 200 milioni potrebbe arrivare da un taglio delle spese delle Province, un altro miliardo e mezzo da un ulteriore taglio delle uscite delle Regioni, infine 1,2 miliardi in meno di spesa potrebbero derivare da una razionalizzazione del funzionamento degli uffici periferici dello Stato.

In sintesi, questa spesa potrebbe essere ridotta di un terzo – oltre 7 miliardi l’anno – senza che il cittadino ne abbia il minimo danno. Ma sulle Pubbliche Amministrazioni si agita un fantasma ancora più cupo, che mette in discussione non solo i costi ma il senso: la perdita di imparzialità, legata alla quantità di nomine fiduciarie imposte dal livello politico.
Alla P.A. si può tollerare un certo tasso di inefficienza, purché l’inefficienza sia uguale per tutti. Se la percezione cambia – e la quantità di scandali la sta velocemente cambiando – nessuno riuscirà a difendere l’esistenza di tre quarti degli uffici pubblici attualmente funzionanti.

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