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Cile e Michelle Bachelet: quale vittoria? / 1

di Maurizio Matteuzzi
Lo scorso 17 novembre Michelle Bachelet, socialista, ex-presidente 2006-2010 e candidata alla presidenza 2014-2018, ha vinto le elezioni. Ma, in un certo senso almeno, le ha anche perse. Perché per superare finalmente i limiti di una transizione incompiuta e di una democrazia ancora di bassa intensità – a 40 anni dal golpe dell’11 settembre 1973 e a 23 anni dall’uscita del generale Pinochet dal palazzo presidenziale della Moneda, l’11 marzo 1990, per far posto al primo presidente democraticamente eletto dopo Salvador Allende, il democristiano Patricio Aylwin – avrebbe dovuto stravincerle. E subito. Invece dovrà andare al ballottaggio, sia pure da superfavorita, con la candidata di destra Evelyn Matthei.
In queste elezioni cilene il punto non era il “chi” avrebbe vinto, che era scontato da mesi e mesi, ma il “quando” e il “come”. Non solo. Dopo il tempo dell’acquosa melassa del moderatismo ostentato nei 20 anni dei 4 presidenti di centro-sinistra (i dc Aylwin e Frei Tagle, i socialisti Lagos e la Bachelet stessa) e, in buona sostanza, anche nel quadriennio del primo e finora unico presidente di destra (l’ex o post-pinochettista Sebastián Piñera che uscirà di scena l’11 marzo prossimo), queste sono state elezioni politicamente e ideologicamente polarizzate, in cui il crinale destra-sinistra, il “noi” e il “loro”, era, se dio vuole, nettissimo senza più esaurirsi solo nel dilemma elementare del pro o contro Pinochet.

Erano anche le prime elezioni in cui il voto era volontario e universale (fino al 2012 era necessario registrarsi per votare e per chi si registrava era obbligatorio) per cui il corpo elettorale era cresciuto da 8.2 a 13.5 milioni di elettori con uno massiccia presenza dei giovani, passati, quelli fra i 18 e i 35 anni, al 32% dell’elettorato rispetto al 6.5% di 4 anni fa. Tuttavia domenica sono andati a votare solo in 6.6 milioni, al di sotto del 50% (il 49.3% contro il 56% del 2009). Le elezioni più polarizzate dal plebiscito sul sì o no a Pinochet dell’88 ma anche quelle meno partecipate dall’89.
Ancora. Le elezioni sono cadute in un momento in cui la destra si dibatte in una tremenda crisi. Piñera uscirà dalla Moneda con gli indici di gradimento più bassi di tutti i presidenti che lo hanno preceduto dal ’90 (e nonostante che l’economia durante i suoi 4 anni, che sono stati anche gli anni della crisi economica globale, sia cresciuta a una media annuale del 5.5%, la disoccupazione sia diminuita a poco più del 5%, l’inflazione sia stata tenuta al 2.5%). La (rissosa) Alianza fra i due partiti storici del pinochettismo – l’estrema destra della Unión Demócrata Independiente (UDI) e la destra più moderata di Renovación Nacional (RN) – non è stata in grado di presentare una candidatura di peso, ha perso per strada le due prime scelte e alla fine ha dovuto indicare una candidata di scarso appeal, Evelyn Matthei, ex ministro del lavoro con Piñera e figlia di un generale dell’aviazione che fece parte della giunta militare con Pinochet.
Ottimo ma insufficiente
Michelle Bachelet ha avuto il 46.7% dei voti, tanti ma non abbastanza per evitare il ballottaggio fissato per il 15 dicembre. E la sua coalizione – la Nueva Mayoría, in sostanza la vecchia Concertación por la Democracia, la coalizione al governo dal 1990 al 2010 centrata su socialisti, democristiani e socialdemocratici, allargata ora ai comunisti – ha vinto le elezioni parlamentari sia alla Camera sia al Senato, conquistando la maggioranza nella prima e confermandola nel secondo. Ma sarà una maggioranza non sufficiente per piegare la cavernicola destra cilena e avviare quei “passi decisivi”, quelle riforme radicali – a cominciare da una Assemblea costituente che scriva una nuova costituzione e cancelli l’obbrobrio targato Pinochet del 1980 ancora in vigore nonostante qualche emendamento- che lei ha promesso in campagna elettorale e che “il paese reclama”. O almeno la metà anti-pinochettista di un paese che rimane spaccato in due e non riconciliato, come anche le celebrazioni dei 40 anni dal golpe, l’11 settembre scorso, hanno ancora una volta evidenziato.
Una vittoria netta, indiscutibile, che non consente “una doppia lettura”, come ha detto Bachelet la notte delle elezioni quando la speranza del 50% più uno dei voti svaniva mano a mano che affluivano i risultati e nel popolo del centro-sinistra subentrava un po’ di delusione. Ma non quello tsunami elettoral-politico che i sondaggi sembravano rendere possibile e che sarebbe stato necessario, sia numericamente sia simbolicamente, per mostrare che la fase storica iniziata, nel ’73 con il golpe militare e proseguita dal ’90 a oggi con la democrazia zoppa, era finita davvero.
Bachelet ha avuto quasi il doppio dei voti di Matthei. Ma i sondaggi preconizzavano un disastro per Evelyn, un umiliante 12-14%, e invece ha avuto il 25.1%, e Michelle si è fermata un passo prima della maggioranza assoluta.
Anche la Nueva Mayoría ha avuto un risultato eccellente (e al suo interno i comunisti sono passati dai 3 deputati del 2009 a 6, con la possibilità-probabilità che nel nuovo governo ci sia un ministro del PC, 40 anni dopo). Ha confermato la maggioranza relativa in Senato: dei 20 seggi in palio domenica, sui 38 totali, ne ha vinti 12 per cui ora ha 21 senatori contro i 16 della destra (e un indipendente). Alla Camera, che doveva rinnovare tutti i 120 seggi, ha avuto 68 deputati, conquistandone 13, mentre la destra ne ha persi 12 ritrovandosi con 48 (e 4 indipendenti).
Un grande successo visto il sistema elettorale “binominale” scientificamente perverso lasciato in eredità da Pinochet – fra i tanti altri regali avvelenati e tuttora intatti. Un sistema da fare invidia al nostro Porcellum, in base a cui un partito ottiene i due seggi assegnati a ogni circoscrizione solo se arriva almeno al 66.7% dei voti, altrimenti ne prende uno solo e l’altro va al secondo partito più votato che tocchi almeno il 33.3%; un sistema che distorce volutamente, in nome della stabilità, il rapporto voti-seggi, che vuole escludere i partiti minori e favorire le due principali coalizioni condannate in pratica a un “pareggio perpetuo” o quasi. Tanto che fino a domenica scorsa, in 23 anni e 5 elezioni generali, era capitato solo 5 volte per il Senato (sulle 132 possibili) e 47 volte per la Camera (sulle 360 possibili) che una coalizione prendesse entrambi i seggi disponibili. Ebbene domenica alla Nueva Mayoría è riuscita in un colpo solo l’accoppiata in 10 circoscrizioni nel voto per la Camera e in due in quello per il Senato.
Ottimo ma insufficiente. Se i numeri saranno confermati in via definitiva, questo significa il 58% dei 120 deputati, che basterà per realizzare riforme che richiedono la maggioranza assoluta o la maggioranza qualificata del 57%, tipo quelle su fisco, lavoro, istruzione, ma non la riforma elettorale né tanto meno le riforme costituzionali che prevedono maggioranze stratosferiche, tipo due terzi, tre quinti, quattro settimi. Per quelle ci vorrebbero, stando ai numeri, almeno una decina di deputati in più. Sono gli effetti delle “leyes de amarre”, le leggi con cui Pinochet ha voluto “ancorare” il Cile democratico al Cile della (sua) dittatura, tendenzialmente per sempre. La costituzione e le leggi che definiscono il “modello” economico, politico, sociale cileno e che fanno ancora del Cile un paese post-Pinochet ma non ancora post-pinochettista, sono praticamente irriformabili.

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