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Classe ghetto a Bologna? Dalle intenzioni a come il fatto è stato raccontato

Bambini stranieri - Foto di Claudio Riccio
Bambini stranieri - Foto di Claudio Riccio
di Massimo Corsini
Molto rumore per nulla. La polemica che ha investito questi ultimi giorni le scuole medie Besta, in via Aldo Moro, sotto le torri della Regione a Bologna, nel quartiere San Donato, rischia di creare un pericoloso equivoco sul problema dell’integrazione scolastica. Alcuni genitori del consiglio d’istituto, presidente compreso, hanno denunciato la presenza all’interno della scuola di una sorta di classe ghetto, in cui sarebbero stati separati dal resto dei loro compagni alunni stranieri di varia provenienza ancora incapaci di parlare ed intendere la lingua italiana: si tratta di una classe sperimentale, la prima A che ospita 23 ragazzi di varie nazionalità.
La notizia, diffusa in primis da Radio Città del Capo, è rimbalzata su tutti i giornali locali. La solenne denuncia da parte del genitore e presidente del consiglio d’istituto, Roberto Panzacchi, ex consigliere comunale dei Verdi, a cui si sono associati altri cinque componenti del consiglio stesso, ha puntato il dito contro la scuola colpevole innanzitutto di aver preso la decisione di formare la classe sperimentale senza la consultazione preventiva del consiglio d’istituto, ma soprattutto rea di aver preso un’iniziativa che rischia di isolare anziché integrare gli alunni di nuova provenienza.

Che tutto questo accada alle scuole Besta, tuttavia, suona piuttosto strano. Quest’istituto, infatti, oltre a essere, per vocazione territoriale, una scuola di frontiera che ospita un gran numero di studenti immigrati, e che al suo interno prefigura quindi quella che sarà la popolazione di domani di Bologna, è sede del CTP, il centro territoriale permanente, che si occupa proprio di formazione e alfabetizzazione per stranieri. Se dal pulpito della denuncia, però, si scende nelle aule dove gli insegnanti lavorano, i fatti sembrano assumere sfumature decisamente diverse.
Molti docenti dell’istituto, amareggiati, rifiutano accuse che sembrano avere un taglio decisamente più ideologico che didattico ed osservano quanto sia molto più frustrante osservare ragazzi incapaci di comunicare non solo con i professori ma anche con i propri coetanei, quasi come fossero “stranieri in patria”: di fatto ci sono ma non possono partecipare, un po’ come essere invitati a tavola ma senza poter mangiare. Ma il vero punto è che nessuno è mai stato separato da nessuno.
La risposta alle accuse, da parte del preside dell’Istituto Comprensivo, Emilio Porcaro, ha sottolineato fin da subito come l’obiettivo della classe imputata sia proprio la migliore integrazione. Recita, infatti, il comunicato stampa: “La classe si configura come un ambiente di apprendimento aperto e flessibile attraverso il quale gli alunni sono costantemente in relazione con i compagni delle altre classi (nelle quali sono comunque presenti alunni italiani e stranieri) e partecipano alle attività didattiche ed educative che sono state programmate in maniera condivisa da tutti i consigli di classe (uscite, attività laboratori ali, di orientamento, disciplinari, ecc..). I genitori degli alunni della classe hanno manifestato per iscritto il loro apprezzamento”.
Quello che la scuola si proponeva con questa iniziativa era trovare un’immediata soluzione ad un’emergenza, ovvero l’inserimento di ragazzi in corso d’anno, provenienti dall’estero, a fronte di classi già formate. Inoltre, quella classe sperimentale è stata pensata come una soluzione comunque temporanea, in previsione del raggiungimento dell’autonomia linguistica dei ragazzi e vincolata ugualmente alle classi dei singoli studenti. In fondo doveva essere qualcosa di completamente diverso da quello che è stato fatto sembrare: un punto di forza dell’integrazione che prima ancora di una collocazione spaziale dovrebbe essere un processo culturale, magari anche linguistico.

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