Skip to content

Manifestazione di Roma: è andata bene e ora si tragga qualche considerazione

di Aldo Giannuli
Confesso di essere stato molto preoccupato per la manifestazione di sabato scorso a Roma: mi aspettavo scontri come quelli di due anni fa e carrettate di giovani antagonisti in galera e mi sarebbe molto dispiaciuto (come si sa, sto dalla loro parte). Tutto si è risolto con incidenti abbastanza marginali ed una quindicina di fermati. Non ci speravo! E per di più la partecipazione è stata molto più numerosa delle più rosee previsioni. Molto bene. Però, cerchiamo di ricavarne tutte le lezioni che ne derivano.
In primo luogo: per la prima volta devo complimentarmi con chi ha gestito l’ordine pubblico che, intelligentemente, ha limitato l’uso della forza, evitando cariche che avrebbero avuto effetti ben più devastanti. E questo dice quanto sia stata stupida la gestione della piazza nelle occasioni precedenti. Ovviamente la polizia ha il compito di evitare che si compiano reati e proteggere i beni privati, ma di volta in volta è bene capire come fare. Se si è in presenza di una manifestazione con decine di migliaia di giovani fra cui poche centinaia di teste calde che vogliono attaccare briga, caricare significa gettare benzina sul fuoco e spostare a fianco degli agitati migliaia di persone che, diversamente, non ci avrebbero affatto pensato. Per cui, nei limiti del tollerabile (è ovvio che nessuno pensa che si possa dar via libera agli incendiari), è meglio lasciar correre per evitare danni peggiori.

Sembra che, finalmente, qualcuno lo abbia capito. Dio sia lodato! (anche se resto ateo). Al contrario non posso che biasimare stampa e televisione per il modo con cui hanno riferito sulla manifestazione, dando spazio ai pochissimi incidenti e, talvolta, al fatto che sono stati meno del previsto: del merito della protesta si dice poco e nulla e chi volesse capire perché 30.000 giovani (ed anche più) erano lì a manifestare, dalla lettura dei giornali non capirebbe molto.
In secondo luogo debbo elogiare gli organizzatori della manifestazione per la capacità di mantenere il controllo di una situazione obiettivamente difficile, a causa dell’afflusso oltre ogni previsione, mantenendo il senso politico dell’iniziativa ed evitando di cadere nella solita trappola delle recriminazioni sulla violenza che tutto copre e tutto cancella. Un segnale di maturità politica nuovo e molto interessante.
In particolare devo esprimere ammirazione nei confronti del manifestante che coraggiosamente si è frapposto fra la polizia e quanti stavano iniziando un’improvvida sassaiola. Anche questo è un segnale da cogliere. Vice versa, non posso complimentarmi (ma questo è ovvio) con i soliti patiti del “far west all’amatriciana” che sono eterni adolescenti che non cresceranno mai.
Detto questo, credo che la riflessione vada approfondita sia sul versante degli antagonisti che su quello dell’opinione pubblica e delle istituzioni.
Gli antagonisti (o sinistra radicale, se preferite) devo dire che mancano di una seria riflessione sul tema della violenza. Come già altre volte ho scritto, non sono un non violento e non ho un valore feticistico della legalità. Recentemente ho presentato il libro di Dimitri Deliolanes su Albadorata e, ad un interventore che mi chiedeva cosa dovesse fare la sinistra greca di fonte alle aggressioni dei fascisti, ho risposto che occorre che esse vengano stroncate dalla polizia, ma se questo non viene fatto, bisogna autodifendersi (con raccapriccio di alcuni che mi stavano a fianco). Dunque non ero e non sono un pacifista.
Però, la violenza è sempre (insisto: sempre) un fatto negativo, anche quando si è costretti a ricorrervi per legittima difesa. La politica migliore è sempre quella di costruire le condizioni per cui i fini siano raggiungibili senza uso di forme aggressive ma ricorrendo alla raccolta del consenso. L’uso della forza va riservato a situazioni in cui ci sia un pericolo immediato dal quale difendersi o non ci sia altro modo per abbattere un regime lesivo dei diritti umani (e questo vale anche per signori come Gheddafi o Assad, tanto per fare qualche nome).
Vice versa, va tolto di mezzo un antico luogo comune della cultura socialista ed anarchica come quello della “violenza liberatrice” e sono più preciso: va tolta di mezzo l’idea (storicamente fallimentare) che l’uso della forza e delle armi sia una via obbligata e, addirittura, preferenziale per cambiare la società. La violenza, in sé, non è mai liberatrice ed, anzi, mette le premesse per un futuro autoritario, quindi, se se ne può fare a meno è meglio.
In secondo luogo va tolta di mezzo l’idea più recente della violenza come forma di propaganda, di raccolta di consenso e di pedagogia rivoluzionaria. Da circa un quarto di secolo, l’area antagonista coltiva forme di violenza classificabili più come forme di espressione che come forme di lotta. Infatti, sul piano dei meri rapporti di forza è ovvio che non ci sarebbe speranza e che la partita sarebbe persa in partenza, risolvendosi al massino in una serie di danni che non scalfirebbero l’avversario.
Il senso è quello di conquistare visibilità, dare risalto alle proprie ragioni forando il “muro di gomma” dell’informazione e così raccogliere consensi che produrranno nuove occasioni di lotta allargate. Quindi un uso essenzialmente simbolico come nel caso della violazione, anche solo di poco, dei limiti della “zona rossa” in occasione dei G8.
Se ne possono capire le intenzioni, ma l’esperienza dice che la cosa non funziona. E per molte ragioni: innanzitutto perché le persone disposte allo scontro fisico, in condizioni non eccezionali come potrebbero esserlo quelle di una guerra civile, non sono poi tante. Secondariamente, perché l’avversario se lo aspetta e mette in opera una serie di accorgimenti di “neutralizzazione politica” di tutto ciò e, per di più, in condizioni di monopolio dei mass media da parte del sistema, finisce per deviare dal merito della protesta alle sulle forme di lotta, con il risultato di trasformare il tutto in una sorta di pedagogia anti rivoluzionaria. Ancora: perché questo presta il fianco a tutte le possibili provocazioni poliziesche. Infine perché il ripetersi costante di questi episodi assume un carattere rituale prevedibilissimo: la liturgia degli scontri di piazza per cui già sappiamo che si cercherà di violare la zona rossa (che la polizia porterà avanti di qualche decina di metri, proprio per consentire la violazione senza troppi pericoli, sparando 12 candelotti lacrimogeni –magari concordati con la controparte- ecce ecc.) Insomma: puro “agire gladiatorio” come lo definisce Pizzorno (cercare in Internet che significa). Il che, obiettivamente è una “anti pedagogia rivoluzionaria”. O, se preferite, la riduzione della rivoluzione a sceneggiata.
Le vie della trasformazione in una società sociale complessa come la nostra non sono così semplici e richiedono una riflessione molto più raffinata, alla quale credo che l’area antagonista dovrebbe prestare molta più attenzione di quanto non faccia.
Ma anche le istituzioni (ed i mass media in particolare) hanno molto da riflettere su questo. Pensate un attimo alla Grecia: solo quattro anni fa, una situazione del genere sarebbe stata semplicemente impensabile, mentre oggi l’ipotesi di uno scontro sanguinoso, pur ancora largamente evitabile, non pare più tanto impossibile. Se non vogliamo che la crisi ci faccia scivolare verso scenari sempre più foschi con esiti davvero drammatici, dobbiamo porci il problema di come funziona la nostra democrazia: abbiamo svuotato i parlamenti d’ogni potere reale, abbiamo messo tutto in mano ad una rete di sedicenti tecnici alle dipendenze del potere finanziario, abbiamo bandito tutti i pensieri eterodossi, abbiamo ridotto il sistema informativo ad una melassa omogenea, che riporta solo i pensieri “politicamente corretti” espressi con parole convenienti, abbiamo rimosso il conflitto sociale e ridotto i sindacati a cagnolini da salotto della finanza. Praticamente, abbiamo detto che ceti subalterni, giovani, immigrati (ed, ormai, anche i ceti medi) devono semplicemente stare zitti e non dare fastidio. Vi meravigliate che una parte dei giovani (la parte più turbolenta, ma anche migliore: diciamolo) reagisca con esplosioni di protesta violenta? Se continua così dovremo meravigliarci di quanto poco accada.
Occorre ripensare i nostri canali di trasmissione della domanda politica, rendere i poteri realmente responsabili, ravvivare la nostra democrazia. Soprattutto i giornali, tornino a fare il loro mestiere, prestandosi a fare da tramite della voce di quelli che non ne hanno.
Questo post è stato pubblicato sul blog di Aldo Giannuli

Aiutaci a diffondere il giornalismo libero e indipendente.