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Generazioni a confronto: la ferocia della precarietà e il verbo del dio consumo

di Sergio Caserta
A Fosca, la condizione della vostra generazione è pesante, la vita è tornata a farsi difficile, impensabile fino a pochi anni fa, quando i “cantori della flessibilità” (Blair, Clinton e Schröder per intenderci) inneggiavano al new deal del capitalismo liberale e della rivoluzione informatica, il nuovo mondo 2.0…C’è rimasto quasi solo lo zero….
La flessibilità ha assunto il volto feroce della precarietà, la favola bella del cambiare tante volte lavoro, per fare esperienze senza fossilizzarsi tutta la vita, si è trasformato rapidamente nel suo inverso: passare da un periodo più o meno lungo di disoccupazione a un altro, con qualche parentesi di lavoro.
Quest’esercito di riserva dei disoccupati intellettuali, determinato dalla crisi del modello economico dominato dalla globalizzazione selvaggia, ha come contraltare le masse di migranti che arrivano dall’Africa e dall’Oriente per fornire braccia nei settori in cui manca manodopera, agricoltura, industria e particolarmente settore edilizio.
È un cambiamento profondo e irreversibile che condurrà inesorabilmente a un assetto sociale molto diverso. È già così (anche se la classe al potere non sembra essersene resa conto) e Fosca descrive con meticolosa precisione come risparmiare in ogni gesto quotidiano, nei trasporti, nel cibo, nel vestiario perfino nella cultura, sfruttando le opportunità che i margini del “mercato” lasciano a chi ha poche disponibilità.

I ricordi di ragazzino riaffiorano quando nella mia Napoli sopravvivere per giovani e non giovani era un’arte, raccontata anche dal grande Eduardo, perché l’indigenza era (ma purtroppo è ancora) molto diffusa. In quegli anni cinquanta e sessanta, in cui dopo le tragedie della guerra il Paese tornava a sperare, la povertà diffusa, definiamola scarsezza di mezzi economici, non era sinonimo di esclusione sociale come adesso che se non hai soldi non esisti!
Si spendeva poco e si sfruttano le opportunità con maggior oculatezza, non si sprecava per il superfluo, non s’inseguiva ancora il “dio consumo”, la solidarietà sociale era più diffusa. Se in una casa qualcuno aveva bisogno i vicini l’aiutavano, se uno aveva la fortuna di possedere il televisore (la tv non faceva tanto schifo come oggi), invitava gli amici.
Mangiare una pizza era alla portata di tutte le tasche e al mare ci si poteva andare perché le spiagge libere erano molte di più degli stabilimenti a pagamento, il contrario di oggi.
Non voglio fare l’elogio di “poveri ma belli” di Risi, in quegli anni l’Italia provava a diventare un paese moderno e la gente aspirava a migliorare la propria condizione di vita partendo dal basso. Si sarebbe potuti crescere molto meglio, questa è l’amarezza. Ora cara Fosca è necessaria una vera rivoluzione civile per riportare un pò di speranza, tocca a voi.

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