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Indignons nous? Le ragioni per cui non lo si diventa davvero. A iniziare da Bologna

Critica - Foto di Emilius Da Atlantide
Critica - Foto di Emilius Da Atlantide
di Silvia R. Lolli
È dall’affermazione di Hessel portata in prima persona plurale ma in forma di domanda che si può partire per mettere all’attenzione di chi legge fatti, problemi, situazioni che ci riguardano come cittadini di Bologna, dell’Italia, ma anche dell’Europa (il prossimo anno le elezioni europee ci dovrebbero riguardare molto di più) e del mondo.
Si può per esempio ragionare sulle ragioni dello stallo politico attuale italiano, ma qui anche bolognese. Non c’è una sufficiente indignazione per costruire un pensiero ed un’azione nuova capace di progettare nuovi orizzonti, a livello politico, ma non solo. Tutto si legge per l’immediato, di interessi prima di tutto particolari, in ogni settore della vita pubblica.
Non solo la politica dei partiti, quelli soliti al governo, ma anche la politica delle piazze sono incapaci di andare al di là di sporadici incontri, ritrovi, manifestazioni, eventi. Non esiste neppure una minima continuità, sinergia fra manifestanti che si dicono della stessa parte politica, per esempio di sinistra. Ciò che vediamo mancare è spesso la capacità di discutere superando luoghi comuni per andare ad approfondimenti ed arrivare a proposte più concrete e accettate dai più, non in forma di massa, ma di cittadinanza attiva che si presume democratica.

Che cos’è questa incapacità di arrivare a costruire una massa critica, appunto il soggetto pensante di una faticosa democrazia, in cui il conflitto non dev’essere lo scontro di fazioni opposte, ma la dialogante contrapposizione di idee, proposte diverse? È la mancanza di queste ultime che sta facendo mantenere ognuno nel proprio alveo, ma all’interno di una sbagliata confusione di azioni sporadiche funzionali all’immediatezza dell’evento, ma che lasciano sul terreno solo demagogie, quando non vere e proprie oligarchie e totalitarismi.
Sono idniganta anche di questa incapacità che probabilemnete è solo mia personale, ma che la vedo troppo spesso in incontri politici sul territorio abitati ogni volta da pubblici simili, ma autoreferenziali, bloccati a partecipare ad un altro incontro che spesso è ripetitivo e ridondante, magari con gli stessi relatori Così il pubblico di fronte è poco numeroso, le risorse si sparpagliano e l’idea comune, costruttiva, rimane sempre latente e le risposte ai problemi si perdono in una palude in cui i rami del fiume non trovano più alcuno sbocco ideale.
Quando per esempio ci vogliamo veramente indignare anche di questi atteggiamenti? Guardandomi attorno non vedo ancora troppa voglia di indignazione né a Bologna, né in Italia. Nell’idea di Hessel, che è francese e forse questo è un discrimine importante da tenere in conto, si presuppone la capacità successiva di prendersi la propria responsabilità, cioè avere il coraggio per qualche decisione diversa dallo status quo che sembra invece sempre più irreversibile.
L’indignazione quindi la vedo in prima persona plurale, perché ogni altra forma non porta ad una responsabilità per un cambiamento mantenendosi all’interno di una forma democratica. In prima persona perché come dice il pensiero femminile occorre partire prima di tutto da sé per analizzare e poi agire per dare soluzioni e non continui rimandi.
Indignons nous come proposta per un angolo del giornale in cui sollevare questioni che ancora non trovano il sufficiente interesse, quando non la capacità e la volontà di risoluzione positiva per la comunità di riferimento, che può esser Bologna o l’Italia.

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