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Ilva: il commissario Bondi e i viziacci dei tarantini. Cronaca dell'assurdo

di Loris Campetti
Ho visto le pecore e le capre degli allevatori tarantini circondate da una spessa coltre di fumo. Fumavano come turche, Marlboro di contrabbando, in quantità tale che il loro latte e le loro carni erano più impestate di una tabacchiera in una sala da poker durante il proibizionismo americano. L’alito degli animali dell’allevatore Vincenzo Fornaro era decisamente più pestilenziale del camino E312 dell’Ilva. Consumavano anche molto alcol, le disgraziate. Quando si è presentato il veterinario incaricato di portare gli armenti all’inceneritore, pare che più d’una abbia espresso il desiderio del morituro: per pietà, un’ultima sigaretta.
Ho visto le cozze del Mar Piccolo di Taranto con gli Antichi toscani stretti tra le valve, mentre le cozze pelose che sono più raffinate si fumavano sigari cubani più di Fidel Castro ai tempi dell’assalto alla caserma Moncada. Prima di farti un’impepata eri costretto a sottoporre i mitili a un duro trattamento di disintossicazione per togliere la puzza pestilenziale di sigaro che, com’è noto, ricorda quella di altre fisiologiche deiezioni. Ma ormai il frutto di mare era irrimediabilmente compromesso, destinato all’incenerimento non prima di un’ultima boccata che si deve anche al peggior condannato.
Così il nuovo commissario nominato dal governo per mettere ordine all’Ilva, Enrico Bondi, ha messo tutti sull’avviso: non ascoltate magistrati e giornalisti, a uccidere 386 cittadini e cittadine taratine di tumore tra il 1998 e il 2010 non sono stati i fumi dell’Ilva, le polveri sottili e la diossina. La colpa è di quel maledetto vizio tarantino, città di mare con un porto in cui le stecche di bionde circolavano come e più del pane. L’inquinamento dell’aria, delle falde acquifere, del terreno, dei due mari è stato provocato dal tabagismo di uomini, donne, pecore, capre e cozze tarantine.

All’Ilva a fare il guardiano del gregge è stato messo il lupo, l’ex amministratore delegato di Riva. Una scelta geniale del governo, maturata certamente in piena autonomia.
Scherzi a parte, perché sui drammi c’è poco da ridere, una domanda sorge naturale: che cosa si è fumato Bondi, e soprattutto, chi è il suo pusher?

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