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Le parole di Robert Castel: vite sospese tra precarietà e diritti negati

Robert Casteldi Maurizio Bergamaschi
Dopo aver pubblicato l’articolo sull’addio al sociologo francese che scrisse di questione sociale, salari e diritti, di seguito riproponiamo l’estratto di un’intervista a Robert Castel pubblicata nel volume curato dalla Federazione Italiana Organismi persone senza dimora (Fio.Psd) Grave emarginazione e interventi di rete. Strategie e opportunità di cambiamento. L’estratto era uscito nel 2006 sul mensile di strada Piazza grande.
Lei sostiene che oggi non vi sia una cesura fra “inclusi” ed “esclusi”, ma piuttosto un continuum di posizioni. Può spiegare cosa intende per “désaffiliation”?
Robert Castel. Soprattutto negli anni Novanta, c’è stata una sorta di inflazione del concetto di esclusione. Dal mio punto di vista, l’uso di questo termine è pericoloso per molte ragioni. Innanzitutto, quando parliamo di esclusione, diamo una connotazione esclusivamente negativa alla situazione che intendiamo designare. Inoltre il termine viene applicato a condizioni di vita del tutto diverse ed eterogenee. Si dirà che un disoccupato di lungo periodo è un escluso, che il giovane che vive nella periferia di una grande città è un escluso, ma le due realtà non sono assolutamente assimilabili: i due soggetti non hanno la stessa traiettoria biografica, né lo stesso vissuto e destino sociale. Inoltre, ed è il limite principale, la nozione di “esclusione” è una categoria statica, prende cioè semplicemente atto che ci sono degli esclusi.

Il mio approccio tende piuttosto a privilegiare la dimensione processuale dei fatti sociali, la dinamica di quei processi che, a volte, si concludono nella cosiddetta “esclusione”, ma che iniziano comunque prima, spesso al centro della vita sociale, ad esempio nelle trasformazioni che investono le imprese. Mi sembra che sia necessario ridisegnare un continuum di posizioni fra gli “integrati” e coloro che vivono una situazione di vulnerabilità e precarietà. All’interno di questa riflessione ho proposto la nozione di désaffiliation, che mi è sembrata più euristica, in quanto mette in evidenza questa dinamica e offre maggiori possibilità alla riflessione rispetto alla dicotomia “inclusi/esclusi”. Perché quelle persone sono giunte a vivere la condizione di “esclusi”? Qual è stata la loro traiettoria? Quale il processo? La désaffiliation è un processo di scollamento/distaccamento dai sistemi di protezione (…), di destabilizzazione degli stabili. (…)
Lei ritiene dunque che vi sia un rapporto tra désaffiliation e precarietà del lavoro e più in generale della vita?
R.C. Sì. Se esaminiamo la situazione conseguente alla II guerra mondiale, che è durata fino a circa la metà degli anni Settanta, notiamo che la maggior parte della popolazione era integrata sulla base di una condizione salariale solida. Vi era una povertà periferica (…) che comunque sembrava in via di assorbimento. Dall’inizio degli anni Ottanta, invece, si prende coscienza che (…) diversi settori della popolazione vivono un processo di destabilizzazione. È in questo momento che si è cominciato a parlare di “nuove povertà”. È una nozione discutibile, ma significava, in quel contesto, che non ci si trovava più di fronte alle povertà conosciute, bensì ad individui che pur avendo condotto una vita “normale”, in seguito al cambiamento della congiuntura socio-economica, si trovavano ora privi di supporti. Io penso che in questi casi, quando i supporti si fragilizzano con la crisi della società salariale, si possa applicare la nozione di désaffiliation, insieme ad altre nozioni come quella di vulnerabilità, perché spesso, prima di arrivare alla fine del processo (…) vi sono situazioni intermedie, precarie, caratterizzate dall’incertezza, che mi sembra diventino sempre più numerose nella nostra società, soprattutto rispetto agli anni Settanta. (…)
Nella sua analisi il concetto di supporto occupa una posizione centrale. Può ritornarvi?
R.C. Certe concezioni dell’individuo, sostenute dal pensiero liberista e neo-liberista e oggi dominanti, mi sembrano completamente false. Rappresentano il singolo come dotato in se stesso di autonomia, indipendenza e di capacità di iniziativa, un individuo che dovrebbe solo essere liberato dai vincoli e dagli obblighi burocratici e statali per manifestare pienamente la sua individualità sul piano personale e sociale, mi sembrano completamente false. È una concezione che presuppone l’individuo come un dato, che non dipende dalle condizioni storiche e sociali in cui si trova a vivere. Io intendo (…) mostrare ciò che vi è alle spalle dell’individuo e ciò che gli permette di vivere come tale. Un individuo non sta in piedi da solo, indipendentemente dalla sua iscrizione in ambiti collettivi: non è un atomo, come si credeva agli inizi dell’età moderna. Per essere un individuo dotato di un minimo di indipendenza sociale servono alcuni supporti, uno zoccolo su cui appoggiarsi. Un individuo, per essere tale, nel senso positivo del termine, ovvero qualcuno che gode di un minimo di indipendenza e di autonomia, necessita di supporti. Storicamente questi supporti sono cambiati e non sono dati una volta per tutte: intorno al XVIII secolo il supporto principale era la proprietà privata. (…) Con la proprietà, l’individuo si sottraeva alla subordinazione e conquistava una propria indipendenza. Questo poneva l’enorme questione dei non-proprietari (…): per questi saranno costruiti altri tipi di supporto, in particolare protezioni e diritti sociali legati al lavoro. Ho proposto (…) di chiamare “proprietà sociale” questo equivalente della proprietà per coloro che non sono proprietari. È una sorta di omologo della proprietà privata per l’individuo non proprietario, che gli assicura protezione e sicurezza sociale, nonché indipendenza ed autonomia, grazie ai diritti che si costruiscono sulla base del lavoro. La proprietà sociale è il supporto che assicura all’individuo non proprietario consistenza e indipendenza, andando a costituire le basi di quello che oggi chiamiamo Stato sociale.
Dunque, cosa significa oggi essere protetti?
R.C. Essere protetti significa, per la maggior parte delle persone, beneficiare di risorse e di alcuni diritti sociali di base, anche se non si è proprietari. Tra questi diritti vi è ad esempio il diritto di essere curati quando si è ammalati, nonché il diritto alla casa. È difficilmente immaginabile infatti, che una persona sulla strada possa condurre una vita indipendente. Questi diritti sociali fondamentali sono il supporto di base per essere un individuo a pieno titolo; in assenza di questi “si vive alla giornata”, come si diceva nel XIX secolo, si è alla mercé di qualsiasi incidente di percorso, malattia o altro, che destabilizza l’individuo e lo fa cadere nell’indigenza. (…)

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