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Ancora sulla fortuna delle parole: "rettore"

Atto di investitura del magnifico rettoredi Maurizio Matteuzzi, università di Bologna
“Rettore”, da rector, rectoris, da rectus, participio passato di regere, dirigere, governare. Ma anche “stendersi in alto”, ciò che non è curvo, non si piega, da cui anche il senso di “giusto”, “onesto”. In anatomia, ultimo tratto dell’intestino, quello che confina con l’ano, perché posto dall’alto in basso, senza curvature né flessioni.
Mi piace partire sempre dall’etimo, chiedo scusa… L’accostamento, forse per qualcuno blasfemo, tra la magnificità della “reggenza” e l’unica uscita di ciò che Feuerbach chiamava “tubo digerente” non è mia, ma della lingua italiana; così è.
Un tempo il rettore era capo delle organizzazioni degli studenti, degli “ultramondani” e dei “citramontani”, cioè degli stranieri e degli italiani. Poi si formarono le “nationes”. Ma ora non voglio eccedere nei riferimenti a università molto antiche, come la mia. Mi si consenta almeno questa citazione:

“L’università in Parigi, teologica, fu dei maestri; in Bologna, giuridica, degli scolari. Veramente le università”


E, più oltre:

“Le nazioni eleggevano i consiglieri, uno o due per ciascuna, a mesi. Dal voto dei consiglieri uscivano a volta di nazione due rettori, uno per università, ad anno. I rettori , nel’esercizio delle lor funzioni, passavano innanzi a vescovi ed arcivescovi, , non che ai cardinali scolari. […] regolavano le relazioni delle università, specialmente per la compra e vendita e l’imprestito dei codici; amministravano, con due massari conservatori, le entrate; erano, al’uscir di seggio, giudicati da quattro sindaci”.
(Giosuè Carducci, Per l’ottavo centenario, Clueb. Boogna 1983, pp. 24-25)

Altri tempi, altra aria si respirava. Non voglio nemmeno pensare al giudizio di “quattro sindaci” allo scadere del mandato dei nostri “Magnifici”. Meglio tacere sull’università distrutta.
Mi sia consentito un altro inciso: ma ve lo immaginate Carducci, all’osteria dei Pescatori, o a quella dei Poeti, dove verseggiava cazzeggiando con Olindo Guerini, sentirsi dire che doveva fare 120 ore, e che passava o non passava la mediana (le mediane?). Mentre magari diceva: “Ci voglion vini diversi per far versi divini”? O Mentre dettava il suo epitaffio: “Quando sarò morto, voglio che sulla mia tomba sia piantata una vite, per rendere alla terra un po’ di quel che le ho bevuto”. Ve lo immaginate, Carducci in queste condizioni, magari a parlare con Profumo? Altri tempi, altra dignità, uomini piccoli e grandi…
Passava sotto il portico vicino alle torri una bella donna, procace in specie in ciò che oggi si chiama “lato B”. Carducci e Stecchetti, o Guerini, fa lo stesso poterono solo imparare che il suo nome fosse Caterina. E così venne fuori al volo:

“Cantò Omero il valore del prode Achille
Canto Virgilio il pellegrin troiano,
altri cantò di Laura le pupille,
altri “L’arme pietose e il capitano”,
descrisse Livio la virtù latina,
io per me canto il cul di Carolina”.

Be’, questo fu il primo giorno. Quanto fu detto da Carducci e Stecchetti il giorno dopo non posso dirlo, in quanto fortemente blasfemo. Beato chi lo ha saputo dai suoi vecchi, il segreto morirà con noi: nessuno mai lo scriverà (io lo so… e me lo tengo stretto).
Oggi i Rettori (non quelli degli studenti, come una volta nello studio bolognese, ma quelli del ministro, gli amici della Gelmini) hanno fondato un club: la CRUI. Che dire, il solo nome è irritante. Fa pensare al prurito. La CRUI, a mezza via tra un club privato e un organo istituzionale, è stata l’unica interlocutrice della ministro Gelmini mentre si stava mettendo a punto la distruzione dell’Università pubblica. Alcuni di noi, non geniali per preveggenza, ma semplicemente logici funzionari, andarono a dire a qualche Rettore come sarebbe finita; era così ovvio che il signor de La Palisse arrossì, impallidì, perse il suo ubi consistam, la sua identità storica. La risposta che si ottenne fu: “Tremonti è un uomo d’onore, e Tremonti ha promesso che recupererà i soldi da qualche parte (legge di stabilità, milleproroghe, chissachecazzo). Shakespeare avrebbe detto: “Brutus is an honorable man”. Valenze e complessità del significato, vedi un po’. Che ci siano altri “uomini d’onore” in giro? Non si può dire, dipende dalla Cassazione.
Oggi Mancini e altri tuonano, c’è chi dice: “Mi sentiranno a Roma”. Dove eravate, Rettori, fino ad ora? Eravate nel paese delle meraviglie? L’idea di parlare con i vostri colleghi, perché, con tutto il rispetto, colleghi siamo, non vi è mai venuta? Cosa c’entrate voi ora, complici, correi e ispiratori dello sfacelo? Vi manca qualche beneficio promesso? Sol perché non vi tornano i conti?
Il giorno 9 febbraio, in conclusione della assemblea di Conpass, si è tenuta una tavola rotonda, con tutti i rettori delle università campane. Si è detto: obiezioni e commenti alla fine. Quando ha finito di parlare l’ultimo dei Rettori, essi, in fila e ordinati, se ne sono andati. Come dire, colleghi, zombie, sfigati, noi abbiamo detto. Il verbo si è fatto carne. Adesso parlatevi addosso finché vi pare, di quel che pensate non ci importa un membro di cane.
Evviva la democrazia: dalla espressione delle esigenze degli studenti, così è l’uso originario di “rettore”, come ho spiegato sopra, al delirio della autoreferenzialità. Grazie, Rettori, non speravamo in tanta comprensione da parte vostra.

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