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Bartleby: "No all'allontamanento della città. E per reagire alla crisi sociale, si punti sulla mutualità"

di Francesca Mezzadri
Bartleby preferirebbe di no, ma come dargli torto? Non siamo nel racconto di Melville, ma a Bologna, e Bartleby è il collettivo politico e culturale che da ormai 4 anni ha sede in via San Petronio Vecchio: due giorni fa l’amministrazione comunale ha proposto il suo trasferimento in un capannone in zona Roveri, spazio all’estrema periferia industriale di mille metri quadrati da condividere con altre associazioni e/o collettivi, ma tutto è molto oscuro.
“È da due anni che la nostra convenzione è scaduta”, spiega Michele, dottorando dell’Università di Bologna, al Bartleby da quando era studente “da prima che scadesse abbiamo provato ad avviare un dialogo e, mentre l’Università ha da subito chiuso tutti i ponti con noi, il Comune si è invece inizialmente dimostrato disponibile”.
Quali sono state le proposte avanzate a suo tempo?
“La nostra prima proposta è stata allungare la convenzione, ma ci hanno risposto che erano previsti dei lavori per delle nuove aule universitarie. A maggior ragione la nostra presenza sarebbe stata compatibile visto che da sempre ci relazioniamo con la realtà studentesca e universitaria, ma ci hanno risposto che non era possibile. Allora ci siamo mostrati disponibili a spostarci in altri luoghi purché garantissero il prolungamento delle nostre attività politico-culturali. E un’apertura con il Comune in questo senso c’è stata: l’assessore Ronchi ha dimostrato di conoscere quello che noi facciamo e apprezzarlo, e prima dell’estate ci hanno offerto uno spazio in via San Felice 11 che noi abbiamo accettato immediatamente. Questo perché la nostra non è una battaglia ideologica su quelle mura, anche perché siamo un progetto politico e culturale che vive di relazioni e idee. Tuttavia, dopo che noi abbiamo accettato, la proposta è stata immediatamente ritirata senza alcuna motivazione”.

E ora a gennaio è stata presentata una nuova proposta…
“Abbiamo ricevuto una chiamata dall’assessore ai servizi sociali Frascaroli a fine dicembre dello scorso anno, abbiamo concordato di incontrarci il 10 gennaio e a questo punto ci è stata presentata la proposta di questo spazio in zona Roveri. Prendere-o-lasciare, avevamo 5 giorni di tempo per decidere. Abbiamo visto lo spazio: non è in periferia ma oltre, e soprattutto è in una zona dove esistono solo capannoni industriali. I motivi per i quali, secondo Frascaroli, dovremmo accettare questo spazio sono ridicoli: sostiene che vicino c’è il Cie – quando in realtà noi vorremmo che il Cie come struttura non esistesse. E poi sono 1.000 mq di spazio da condividere con non si sa quante e quali realtà e in che modo verranno scelte. La cosa certa è che per questo capannone si spendono 50.000 euro di canone annuo di affitto. Visto che Frascaroli parla sempre di partecipazione ci domandiamo come mai, considerando quella cifra, non si siano presi in considerazione altri spazi, anche in affitto da privati visto che è possibile, con meno soldi e in zone molto più adeguate.”
Altri collettivi storici stanno vivendo lo stesso iter proprio in questi giorni, ad esempio Atlantide.
“Il gioco politico che emerge, e che tocca non solo noi ma anche Atlantide (che probabilmente sarà una delle fantomatiche associazioni da piazzare in zona Roveri – ndr), è facile da smascherare: dietro il carattere di innovazione di questa proposta di riqualificazione delle periferie si riconosce il classico schema del capannone dove le realtà giovanili possono andare a stare lontano da tutto e da tutti, e se vogliono fare rumore possono farlo. È purtroppo chiara la volontà di una parte di questa amministrazione di narrarsi all’esterno come la smart city, da vendere in tempi di crisi, che si nutre di proposte che vengono dal basso, ma le uniche che vengono realmente accolte sono quelle che suppliscono le mancanze del Comune o che non mettono in discussione il governo della città. Le realtà come la nostra danno fastidio perché sono luoghi di organizzazione politica che mettono in discussione scelte che vengono fatte – nel caso di Bartleby in università ma anche in città, e che costruiscono forme alternative e autonome di trasmissione del sapere. Questo evidentemente non piace al rettore, al pro rettore degli studenti universitario e anche ad una parte dell’amministrazione comunale che ritiene che dovremmo occuparci della riqualificazione delle periferie. Pensare che dovremmo farlo noi a fronte degli investimenti cospicui stanziati è assurdo. Le periferie poi, non sono solo una questione geografica, anche il centro è una zona complessa e noi da sempre lavoriamo lì e su questo”.
Quali sono le attività di Bartleby nel centro di Bologna?
“Noi costruiamo da 4 anni innovazione in una zona viva e ricca di incontri non sempre semplici tra studenti, cittadini, migranti e in collaborazione con altre realtà. Abbiamo avviato nel tempo anche relazioni non scontate: ad esempio, anche se teatro comunale e università sono a due metri di distanza, è grazie a Bartleby che studenti del conservatorio e musicisti di teatro si sono incontrati per dare vita ad un progetto (Concordanze) che permettesse di portare musica classica negli ospedali psichiatrici, nelle carceri, nello stesso spazio di Bartleby, dove si fanno le prove. Tra l’altro, l’idea era quella di farlo anche nel Cie ma non ci è stato permesso”.

Inoltre dentro a Bartleby c’è anche una grande ricchezza culturale…
“Gestiamo gratuitamente il fondo di riviste di Roberto Roversi al quale il sindaco vuole intitolare vie e piazze…Noi concretamente stiamo facendo un lavoro difficile e del tutto volontario di catalogazione di migliaia delle sue riviste, insieme a molti studenti appassionati che dedicano il loro tempo a questo”.
Cosa pensate di fare ora dopo “aver detto no”?
“Noi siamo sereni nell’aver rifiutato questa proposta che ci è sembrata veramente campata per aria: durante la stessa conferenza stampa, anticipata peraltro a sorpresa, i toni erano confusi, imbarazzanti. Ci sembra anche che le repliche stizzite di Frascaroli sul suo profilo facebook siano poco professionali. Non resteremo senza una casa, questo è evidente. E non ce ne andremo, se non con un atto di forza. Se arriverà lo sgombero i primi a rispondere saranno i vertici dell’università e a questo punto vi sarà anche la responsabilità di una parte del Comune. Noi siamo lì perché i nostri progetti sono pubblici a differenza di altre scelte che invece sembrano calate dall’alto”.
Chi sostiene Bartleby?
“Sappiamo che saremo in tanti qui a Bologna e anche fuori. Ci sono studenti, docenti e ricercatori, come tutta la rete dei ricercatori precari, ma anche i normali cittadini. E poi ci sono attori teatrali, scrittori, intellettuali e artisti che difendono gli spazi di libertà e cultura indipendenti che mettono al centro le pratiche condivise e collettive. Noi crediamo che l’unico modo per uscire dalla crisi sia attivare forme di mutualismo, non lasciare nessuno da solo nella precarietà. Bartleby da quattro anni sperimenta in questa direzione. Siamo dentro a questo tessuto sociale e abbiamo contribuito non da soli ad attivarlo e a farlo crescere: siamo perciò forti del fatto che non saremo soli, ma insieme a tutti quei cittadini che pensano che realtà come la nostra debbano moltiplicarsi in città e non estinguersi”.

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