Bologna, sgomberate Bartleby e facciamola finita

19 Gennaio 2013 /

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Bartleby
Bartleby
di Wu Ming
Questa pantomima è durata anche troppo. Tra l’altro la regia del serial, giunto ormai alla terza o quarta stagione, lascia davvero a desiderare. L’ultima puntata, un paio di giorni fa, si commenta da sé. Comune e Università propongono un nuovo spazio da destinarsi alle associazioni studentesche: un capannone fuori città, in mezzo a una zona industriale semidisabitata, di proprietà di un privato. Questo senza un progetto, senza un criterio di assegnazione, senza una consultazione con chi dovrebbe andare in quel luogo, con l’unica certezza che l’ateneo sborserà cinquantamila euro all’anno di affitto. Inutile dire che sarebbe bello se a Bologna si investisse ben di più per finanziare le esperienze di autorganizzazione degli studenti, ma se i progetti sono questi, allora è meglio risparmiare i soldi, perché si rischia di buttarli dalla finestra.
Dunque, si risparmi e si sgomberi Bartleby, insieme ad Atlantide e a ogni esperienza che possa ricordare a questa città quello che nei momenti buoni sa essere. Si abbia il coraggio di affermare che questi luoghi non sono una risorsa per la città, ma un problema. Basta con la retorica, basta con il paternalismo, si dicano le cose come stanno senza infingimenti. Uno spazio autogestito che da anni produce eventi culturali gratuiti di qualità, attraversato da centinaia di musicisti, artisti, scrittori, studenti, attori, professori e ricercatori universitari, è irriducibile all’idea di città e di università che l’amministrazione e il rettorato condividono e vogliono realizzare. È così difficile ammetterlo?

La città immaginata prevede un centro storico omologato, da vetrina, svenduto a banche e boutique (sempre più vuote, le une e le altre), a misura di passeggio domenicale, e l’emarginazione di tutte le attività autorganizzate che non hanno un patrocinio, uno sponsor, una divisione degli utili, o non implicano reciproca soddisfazione politica, fuori dal centro abitato, al limite della campagna, dove non possono disturbare nessuno.
Quali apparenze si vogliono ancora salvare? Le aste degli immobili dismessi vanno deserte una dopo l’altra, in attesa della svendita agli speculatori edilizi. Solo qualche giorno fa un assessore ipotizzava di mettere a pagamento le altalene dei parchi pubblici. Tutto ciò che appartiene ai cittadini va dato in gestione a privati, ogni diritto – all’istruzione, allo svago, all’aria aperta, alla cultura… – deve produrre un profitto, nell’interesse dell’amico manager di Tizio, del cognato prete di Caio, della cooperativa di Sempronio… È la “sussidiarietà”, tutti dobbiamo genufletterci al suo cospetto.
In questo scenario, è ovvio che non vi sia posto per esperienze come Bartleby, che fa cultura pro bono, senza gonfiare il conto in banca a nessuno. E allora si mandi una buona volta la polizia, ci si assuma la responsabilità politica di questa barbarie, insieme a tutte le conseguenze. Ché un po’ di attributi alla buon’ora non guasterebbero, insieme a cose come il coraggio delle proprie idee e il far conseguire i gesti alle parole. Avanti, allora, si chiuda questa partita. E chissà che non diventi l’occasione per aprirne altre. Perché uno sgombero non è mica la fine del mondo, né di Bologna, ma potrebbe essere l’inizio della fine dell’ultimo equivoco.
Questo post è stato pubblicato su Giap di Wu Ming Foundation

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