Skip to content

"Noi odiamo tutti": il caso Boateng e la scorciatoia del razzismo

di Giuseppe Scandurra e Leonardo Tancredi
“Noi odiamo tutti”. Queste tre parole, comparse su uno striscione circa vent’anni fa nella curva veronese e diventate il titolo di un libro (edizioni “La città del Sole”), spiegano meglio dei fiumi di inchiostro versati negli ultimi giorni il “caso Boateng”, la pallonata che ha generato un vero e proprio “partito” antirazzista che raccoglie anche persone tra le più insospettabili.
I fatti sono noti, il 3 gennaio il Milan gioca un amichevole a Busto Arsizio, sul campo della Pro Patria. Dal primo minuto un gruppo di ultras locali prende di mira Boateng, insulta lui e la sua fidanzata, la showgirl Melissa Satta. Il calciatore milanista perde la pazienza scaglia il pallone contro gli spalti, si toglie la maglia e si avvia agli spogliatoi. I suoi colleghi lo seguono e la partita è sospesa. Scoppia il caso razzismo nel calcio italiano. A parte i commenti deliranti del sindaco di Busto e di qualche politico leghista, lo scandalo è generale, ma la confusione e l’ipocrisia altrettanto.
Razzismo è una parola utile alle scorciatoie sensazionalistiche dell’informazione e alle strumentalizzazioni della politica, ma non è utile per cogliere fenomeni ben più articolati che vanno oltre l’episodio di Busto Arsizio. Sia chiaro, la matrice ideologica di quel gruppo ultras è di estrema destra, basta fare una minima ricerca in rete per scoprirlo, ma ciò non basta per legare il movimento ultras all’intolleranza razziale. Sono necessari invece diversi livelli di lettura.

Un atteggiamento che accomuna gli ultras di ogni stadio italiano, e non solo, è senz’altro l’uso di un linguaggi politicamente scorretto: ogni coro, slogan o striscione che possa toccare il punto debole dell’avversario è lecito. Facciamo l’esempio della curva bolognese, meglio nota a chi scrive e sicuramente non orientata all’estrema destra. Uno dei cori più gettonati da ultras e tifosi della curva Andrea Costa rivolto alle tifoserie avversarie recita “Non si capisce, ma come cazzo parlate”; ai tifosi di squadre del Sud si urla in dialetto bolognese “Siete tutti marocchini”.
In un recente Bologna-Juventus, è apparso in curva uno striscione macabro e di pessimo gusto che ironizzava sul tentato suicidio di Gianluca Pessotto, ex calciatore e attuale dirigente bianconero, e su una certa attitudine dei giocatori juventini di “buttarsi” per simulare il fallo da rigore. Cori, slogan e striscioni decisamente scorretti, ma molto efficaci ad attaccare l’avversario.
In questo paradigma, nella maggior parte dei casi, rientrano i cosiddetti “buu razzisti”, che non dovrebbero essere letti, a nostro avviso, attraverso una chiave di lettura solo ideologica poiché spesso sono la trasposizione verbale dello scontro di strada, quello che dai primi anni Settanta anima la cultura ultras. Certamente sono usi del linguaggio (a cui nella maggior parte dei casi non fanno seguito delle specifiche azioni e pratiche dentro lo stadio) condannabili e condannate dal codice penale, ma questo non ci sembra certamente il problema principale.
Il 6 gennaio alle 20 e 45 le squadre della Lazio e del Cagliari hanno disputato l’ultimo incontro del girone d’andata del campionato. In risposta all’episodio di Busto Arstizio alcuni ultras (Irriducibili) che occupano la curva nord della squadra romana hanno alzato un piccolo striscione con la scritta “Noi non siamo razzisti”; prima di richiuderlo hanno aspettato che un giocatore di colore del Cagliari prendesse la palla per urlargli contro “Buu”. Altri ancora, poco prima dell’inizio del secondo tempo, hanno alzato un altro striscione con la scritta “Noi amiamo i nostri negri”, seguito dalla foto di un giocatore di colore della Lazio.
Anche un anno fa, nella stessa curva, in seguito sempre a una campagna mediatica contro il razzismo, altri ultras avevano ossessivamente urlato “Scimmie” ai giocatori di colore della squadra avversaria durante una partita di campionato per poi giustificare quei cori tra loro, durante l’intervallo, dicendo che solo così avrebbero fatto pagare al loro Presidente e alla società di cui non approvano le politiche una multa molto salata (una società sportiva viene multata a seguito di cori ritenuti razzisti della propria tifoseria).
La storia del movimento ultras non ha seguito un’evoluzione autonoma rispetto alla storia politica del nostro Paese. Le origini (a Milano, sponda rossonera, nel ’69 il primo gruppo, i precursori di Busto Arsizio sono datati 1973) vedono un legame forte con i movimenti politici e sociali di estrema sinistra in buona parte degli stadi dello Stivale; il reflusso degli anni ’80 porta un inasprimento degli episodi di violenza, compaiono le “lame”, si contano dei morti. Negli anni Novanta allo scontro tra ultras si sostituisce quello con le forse dell’ordine, quando lo stato decide di combattere il fenomeno con la repressione militare. Quando la condanna sociale è unanime e la volontà di analisi è pressoché nulla, l’isolamento di migliaia di uomini e sempre più spesso donne che si riconoscono come ultras genera le tre parole di apertura: noi siamo anti-sistema, noi odiamo tutti.
Chiamare gli ultras, quando responsabili di tali cori percepiti solo come razzisti, “malati”, “pazzi”, “psicopatici” certamente non aiuta, da un punto di vista sociologico, a capire cosa passi per la testa di queste persone quando rivendicano le loro idee. Da anni, a conferma di ciò, la letteratura sociologica ha iniziato a descrivere i tifosi violenti come una «cultura» con un proprio ordine normativo e simbolico, spesso ideologicamente connotato e sempre dotato di coerenza; tutto tranne che una «comunità amorale». Il punto è che di quale “cultura” parliamo, nel momento in cui nessuno vuole studiarla e tutti ne parlano sono usando toni moralistici se non da criminologi?
Per esempio, nel momento in cui riproduciamo dai media l’immagine di curve calcistiche, anche quella bolognese, come spazi per propagandare idee politiche di estrema sinistra e/o destra, siamo sicuri che sia giusto usare i concetti di “destra” o di “sinistra” e di “politico”? Quello che emerge da una letteratura recente e che dialoga con le scienze politiche è soprattutto quanto la messa in scena spettacolare della passione sportiva è la prova della presenza di un acuto senso del “fai-da-te”.
Gli ultras, anche quelli che fuori dalla curva professano fede politica, dentro lo stadio utilizzano in modo diverso i materiali disponibili; non ci riferiamo solamente a una creatività, a un’attività di «bricolage» relativa alla costruzione di coreografie attraverso l’uso di sciarpe, di piatti di carta, fumogeni per segnalare il pericolo, ecc., ma anche all’uso di cori, simboli, slogan, vestiti che richiamano, in modo contraddittorio, specifiche organizzazioni religiose, politiche di sinistra e di destra. Gli ultras, spesso, fanno politica reinterpretando il significato di determinati messaggi politici. In questa direzione dovremmo analizzare al di fuori di ogni referente politico anche gli insulti razzisti o politicamente scorretti, come detto, molto frequenti anche nella curva bolognese.
Altrettanto sbagliato sarebbe ignorare l’attivismo politico e sociale di tanti gruppi e in direzioni diverse: dalla nascita di palestre popolari, alla battaglia contro provvedimenti illiberali come la tessera del tifoso o contro le speculazioni edilizie e commerciali legate alla costruzione di nuovi stadi, allo stesso impegno antirazzista (i noti Mondiali Antirazzisti nati in Emilia vedono l’impegno di ultras di tutta Europa). Certo non si può negare il dilagare di un’onda nera negli stadi, ma più che ammantare tutto con il velo del razzismo, sarebbe più utile chiedersi qual è la vita sociale di tante provincie italiane, di periferie disagiate delle metropoli dove la vita di curva resta l’unico fattore di aggregazione e il solo valore in cui riconoscersi.

Aiutaci a diffondere il giornalismo libero e indipendente.