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Vestire la libertà, un progetto che vale la pena conoscere

di Sergio Caserta
Il viale che corre parallelo al mare e che taglia in due Baia Verde a Castelvolturno è deserto, rare auto e pochi passanti, le case sui due lati sono per lo più disabitate o lo sembrano, molte diroccate; c’è un’atmosfera rarefatta e che incute tensione. Ricordo molti anni fa quegli stessi viali, un po’ più a sud, al villaggio Coppola Pineta mare, animati da folle di vacanzieri, di ragazze e ragazzi, era la prima espansione turistica di una nascente micro borghesia partenopea, figlia del boom economico che riusciva a comprare o solo ad affittare una casa, sul litorale flegreo.

Altri tempi, qui il declino dovuto all’incuria della pubblica amministrazione, all’abusivismo selvaggio, alla prepotenza camorrista, hanno generato un luogo “senza legge”, dove lo spaccio, la prostituzione, il traffico di rifiuti di ogni genere ma soprattutto tossici, ha condannato queste zone all’abbandono e al degrado sociale.

È in quest’ambiente che Castel Volturno è diventata dagli anni 80′, approdo di masse d’immigrati provenienti da paesi diversi, spinti dal bisogno di lavoro, di un alloggio, in una zona che offriva abitazioni a buon mercato, lavoro (nero) nei campi e nell’edilizia. La modernità senza civiltà, ideologia del non rispetto delle regole propinata a piene mani in questo lungo trentennio, ha visto la sua applicazione in terra di camorra con quanto di peggiore si possa immaginare: violenza a piene mani, schiavitù delle donne sottomesse e costrette alla prostituzione, dilagare dello spaccio, gli uomini trattati come animali.
Fino all’omicidio di Jerry Masslo, coraggioso esponente della lotta per i diritti degli immigrati che fece scalpore e commosse l’opinione pubblica per la sua efferatezza, fino alla strage proprio a Baia Verde, nel 2008, degli otto immigrati africani, estranei a ogni attività criminale, per opera del gruppo camorrista guidato da Giuseppe Setola.
Entrando in viale del Correggio 13, superando un cancello robusto, sui lati abitazioni rigorosamente recintate e protette alla vista esterna, si raggiunge la “casa di Alice” una villetta non appariscente confiscata a Pupetta Maresca, personaggio famoso della camorra degli anni sessanta, perché giovanissima, uccise il presunto mandante dell’omicidio di suo marito il camorrista “Pascalone e Nola”.
La villa è stata affidata in comodato alla cooperativa sociale “altri orizzonti” collegata all’associazione Jerry Masslo che svolge numerose attività di assistenza, recupero e sostegno di persone in difficoltà. In quest’appartamento è stato avviato da un anno il progetto “made in Castel Volturno, vestiamo la libertà” una sartoria che impiega donne sottratte alla prostituzione e all’abbandono che stanno collaborando a realizzare un progetto straordinario: avviare una realtà imprenditoriale autogestita di qualità, nel settore dell’abbigliamento etnico, attraverso la realizzazione di capi di vestiario e oggettistica, ispirati alla cultura africana e orientale.
Un progetto di riscatto sociale e di solidarietà umana, in un laboratorio artigianale di policrome stoffe molto eleganti, dove la parola legalità, riacquista tutto il suo valore. Legalità, parità di diritti umani, dignità ma anche professionalità, creatività, ingegno, fantasia, coraggio infinito sono gli ingredienti che Anna Cecere, presidente della cooperativa, Maria Cirillo, Atta Bose e Kewi Patt, stanno utilizzando per realizzare un’impresa che crea lavoro, integrando culture diverse che convivono nel territorio, in un’attività di sartoria in cui l’eterogeneità è un punto di forza per il successo che perseguono con determinazione.
Gli abiti e gli accessori sono belli ed eleganti e dai loro occhi sprizza la gioia di costruire un progetto importante per loro e per la realtà in cui vivono; Anna, instancabile, è una professionista del settore e guida l’impresa, ponendosi obiettivi di qualificazione professionale e manageriale, per rispondere alle esigenze del mercato; i primi risultati sono incoraggianti, hanno appena finito di distribuire in tutt’Italia 10.000 grembiuli in un “pacco di natale alla camorra” un’iniziativa anch’essa finalizzata a valorizzare i concetti di legalità e solidarietà.
Fanno sfilate di abiti, di successo che si trasformano in festosi eventi culturali, sono alla ricerca di partner commerciali e acquirenti delle loro idee che considerano assolutamente adeguate a un mercato esigente, gli abiti sono anche pezzi unici di alto livello sartoriale. A Bologna è prevista la presentazione della loro collezione in un evento in corso di preparazione, Vestire la libertà.
Quest’iniziativa, e non è la sola a Castel Volturno, dove operano numerose comunità impegnate nella lotta per l’emancipazione dei migranti con risultati incoraggianti, dimostra che per combattere la criminalità, il degrado, l’emarginazione, occorre soprattutto una grande volontà di costruire progetti e relazioni sociali e non spaventarsi di fronte alle difficoltà.
Con Giorgio De Blasio che aiuta la cooperativa a costruire il proprio progetto, siamo andati a visitare il Centro Immigrati Campania donazione Fernandes, la grande struttura di accoglienza gestita dall’Arcidiocesi di Capua che è la fonte d’ispirazione di molte attività tra le quali la sartoria. Antonio Casale, direttore del centro, illustra come la presenza di migliaia di migranti nel territorio di Castel Volturno, certo è anche in parte fonte di problemi ma soprattutto dopo molti anni è una ricchezza culturale che può costituire un esempio e una risorsa importante per la società e per l’economia locale.
Il centro che fornisce un pasto giornaliero a oltre duecento persone, è anche un laboratorio d’iniziative in diversi campi, d’incontri multietnici e interreligiosi, in un luogo dove la presenza diffusa di chiese di ogni tipo di fede, non è motivo di divisioni bensì di fratellanza e integrazione. La lotta contro il degrado diventa una cosa veramente straordinaria quando determina risultati positivi nei rapporti tra gli esseri umani. Castel Volturno può uscire dall’immagine stereotipata del luogo per antonomasia del degrado e della criminalità, se si riesce a dare voce e sostegno alle tante forze che sono impegnate a lottare per un futuro migliore, questo dovrebbe essere tra gli impegni prioritari di un nuovo governo che intende cambiare l’Italia.
Fuori dal centro, nel grande giardino, una capanna con un presepe semplice e sugestivo a grandezza naturale: Giuseppe è negro, Maria è bianca, il bambinello color caffellatte, cos’altro aggiungere?

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