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Il futuro del Manifesto: la fine di una storia che non lascia discendenti legittimi

di Sergio Caserta
L’ultimo colpo, l’abbandono di Valentino Parlato è come la mazzata finale su un corpo morente, il nostro Manifesto, per quale abbiamo speso tempo, entusiasmo e speranze, si svuota come un pallone che è restato a mezzaria, galleggiando nel nulla in tutti questi mesi. Norma Rangeri dice che comincerà un’altra storia, una cesura definitiva col passato, termine che non è piaciuto a qualcuno in redazione quando lo pronunciammo per descrivere ciò che era già chiaro agli occhi di molti.
Giornalisti, collaboratori, lettori radunati nei circoli e quelli sparsi in tutt’Italia, tanti anche autorevoli intellettuali che sono intervenuti in queste concitate settimane, restiamo attoniti a guardare la fine di questa straordinaria vicenda di cui mi sembra che almeno una parte della redazione che oggi ci lavora e decide, non abbia compreso il senso autentico.
Come molte storie straordinarie e tragiche della sinistra del Novecento, anche questa finisce per stanchezza e abbandono (o anche morte) dei protagonisti, logorati da tanti anni di struggimenti nelle lotte per chi aveva la ragione dalla sua, per antichi rancori irrisolti, per l’impossibilità di convivere con quelle differenze che abbiamo sempre tanto acclamato.

Finisce come nei matrimoni in bianco, senza discendenti o per meglio dire in questo caso con eredi illegittimi perché rifiutano la responsabilità di trovare un modo diverso di superare questa crisi e tagliano i ponti con un passato che forse pesa troppo sulle loro gracili spalle.

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