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Il futuro del Manifesto: la liquidazione e i nuovi paradigmi non capiti

Il Manifestodi Pierluigi Sullo
In questi ultimi giorni: la brevissima lettera con cui Rossana Rossanda ha annunciato la sua uscita dal Manifesto; molti miei coetanei, persone con cui ho lavorato per oltre due decenni, che “sospendono la firma”; altri abbandoni; le crescenti polemiche tra la redazione del giornale, i circoli dei sostenitori e i collaboratori. Infine, l’annuncio che il 17 dicembre è il termine per presentare offerte per l’acquisto della testata. Mi pare evidente che la lunga crisi del Manifesto, la cui cooperativa è in “liquidazione coatta amministrativa” dal febbraio di quest’anno, è arrivata al capolinea.
Un giornale, diceva Luigi Pintor, non offre principalmente notizie, bensì una ispirazione. Dello spirito originario del giornale, quello che lo ha reso il fenomeno irregolare che è stato per oltre quarant’anni, Rossana (e con lei Valentino Parlato) incarnano senza dubbio la cifra, il senso ultimo. È quel che pensa la gran parte dei lettori e dei sostenitori più antichi e vicini al giornale. E io con loro, benché mi sia trovato in tale disaccordo, con la rotta che il giornale stava seguendo, da licenziarmi, nel 1999, per fondare un altro giornale. E l’ho pensato anche nei lunghi anni in cui, facendo quell’altro giornale, ho continuato ininterrottamente a scrivere sul Manifesto.
Scrivevo una rubrica, ogni giovedì, e spesso mi è capitato di proporre o di sentirmi proporre di scrivere su vari argomenti. Ora ho interrotto la rubrica. Ma perché – esattamente – l’ho fatto?

Per rispondere a me stesso devo fare un passo indietro (e consiglio a chi eventualmente stia leggendo di smettere subito, se non vuole annoiarsi). Devo cioè tornare al momento in cui decisi – insieme ad Anna Pizzo, con la quale creammo Carta, settimanale chiuso ormai da due anni – di fare una cosa che mai avrei immaginato di poter fare: andarmene. Nel Manifesto ho lavorato 22 anni, dal 1977 al 1999, immergendomi nel profondo della sala macchine: caporedattore, direttore editoriale, vicedirettore (direttore era Luigi), diffusione e promozione e campagne pubblicitarie, supplementi e altre iniziative editoriali e politiche, il quotidiano via via aumentato di pagine e di servizi, reinventato più volte (grazie a quello straordinario creatore di Carta stampata che fu Piergiorgio Maoloni), fino alla versione tabloid del ’94, che quell’anno vendette oltre 50 mila copie di media e ottenne, credo unico caso, che il bilancio fosse attivo, interessi sui debiti compresi.
Il tentativo era quello di trovare nuovi lettori e – in linguaggio aziendale – far “fruttare” di più un “logo” molto forte e far sì che l’organico, sovradimensionato già allora, producesse di più, in modo da evitare di porsi il problema di chi e quanti scaricare dal bilancio del giornale. Ma in quei vent’anni e più ho anche – sempre – cercato per quanto sapevo di far irrompere nel giornale le nuove emergenze, o emersioni, sociali, come l’ambientalismo all’indomani di Chernobyl o l’ondata delle migrazioni tra la fine degli ottanta e l’inizio dei novanta, il nuovo pacifismo e il crollo dei “socialismi reali”, la critica della crescita economica e la nuova insorgenza indigena (e zapatista) in America latina, l’eplosione del leghismo, e così via.
Non ho certo fatto tutto questo da solo, anzi. Il fatto saliente è che dalla fine degli anni settanta, quando il giornale era praticamente morto, e per un quidicennio, cercammo di rinnovare il giornale e la sua presenza sulla scena: a un tempo rafforzandone il ruolo di dissidente, di “comunista critico” o, come dice ora Rossana, “libertario”, e però anche cercando di assumere quanto il panorama sociale, culturale, globale, stesse cambiando in modo radicale, direi totale, rispetto al periodo in cui il giornale era nato, tra le fine degli anni sessanta e l’inizio dei settanta.
Personalmente, e con pochissime altre persone, ho man mano concluso che gli schemi di interpretazione del conflitto sociale e politico che principalmente il Manifesto utilizzava erano una parte del problema, perché decenni di neoliberismo avevano imposto altri – come si diceva all’epoca – paradigmi. Questa è una strana avventura della cultura di sinistra. Fu la stessa Rossana, insieme a Pietro Ingrao e Marco Revelli, nella prima metà degli anni Novanta, a suggerire che i “Paradigmi di fine secolo” (era il titolo di un libro scritto a sei mani) fossero assai diversi da quelli del passato. Ma quando, qualche anno dopo, Marco Revelli pubblicò il suo “Oltre il Novecento”, parte a sua volta di un dibattito tumultuoso e globale, le sue tesi furono letteralmente lapidate, sul Manifesto.
E così, mentre nel mondo si producevano fatti nuovi, come i forum sociali mondiali o l’esplosione di Genova 2001, e in generale quel che si chiamò movimento altermondialista (ma il Manifesto scelse il fuorviante “no global”: le parole contano) il giornale restò aggrappato al binomio sinistra-sindacato, al ruolo dello Stato nella “redistribuzione della ricchezza”, alla rappresentanza politica come mezzo per cambiare le cose, senza integrare davvero nella sua cultura questioni decisive come la crisi climatica e ambientale, la fine dello “sviluppo”, l’importanza nuova della terra in tutti i sensi di questa parola (semplifico, naturalmente, e mi scuso). E certo il giornale scrisse, discusse, parlò di quel che accadeva intorno, da Genova ai No Tav, ai referendum sull’acqua, ma senza mai davvero accogliere, per lo meno in un dibattito alla pari, le interpretazioni secondo cui le elezioni, lo stato, la rappresentanza, lo stesso conflitto alla scala della nazione, erano ancora lì, sicuro, ma come “code” di un’epoca passata, pura resistenza che evocava l’ex spirito vitale del capitalismo, la crescita economica e le “grandi opere” e le “infrastrutture”, l’industrializzazione e i consumi di massa, l’uso indiscriminato del suolo e della natura.
Diverse persone – insisto – di questo orizzonte hanno scritto, negli anni, sul Manifesto, ma l’ispirazione di fondo che il giornale offriva – quel che secondo Luigi contava più di ogni cosa – guardava al passato. E dunque il crollo delle vendite, negli ultimi dieci anni, da 30 a 15 mila copie (sono dati pubblici) si spiega non solo con la crisi generale della Carta stampata, ma con il fatto che il giornale non ha saputo parlare davvero alla società che cercava soluzioni ai nuovi dilemmi, i movimenti per la difesa del territorio e quelli dell’altra economia in tutte le sue forme e della tutela dei beni comuni, e quindi di una nuova democrazia: in una parola, la multiforme ricostruzione di una politica e di una economia a misura della società. Ossia l’equivalente, trenta o quarant’anni dopo, dei movimenti studenteschi e operai di nuovo tipo che alla fine degli anni sessanta aveevano scardinato il tradizionale modo comunista di fare politica, vera ragion d’essere del Manifesto all’atto della nascita.
Carta è rimasta sempre a fianco del Manifesto: ha avuto per anni almeno 500 abbonati e moltissimi lettori in comune con il quotidiano, Anna e io siamo forse l’unico caso di giornalisti che hanno lasciato il Manifesto non per andare in un grande giornale (i grandi giornali sono pieni di ex del Manifesto) ma per inventare un lavoro parallelo, e comunicante, che facesse – anche – da interlocutore del giornale, da collaboratore collettivo interno-esterno. A raccontare il primo Forum sociale mondiale o la marcia zapatista, nel 2001, fummo noi, su richiesta del giornale, e lo stesso è accaduto con l’ultimo Forum mondiale in Senegal, e nel frattempo c’era una osmosi continua di collaboratori, temi ed eventi.
Si potrebbe replicare: già, ma Carta è fallita prima del Manifesto. È vero: era più fragile, molto più piccola e perfino più povera. E anche lì, come mi pare stia accadendo al Manifesto, da un certo momento in poi l’avvicinarsi del baratro ha scatenato una lotta per la sopravvivenza. I miei ex colleghi hanno pensato bene di puntare sugli ammortizzatori sociali, secondo l’eterno grido “si salvi chi può”, invece che su difficilissime e rischiose reinvenzioni di Carta in quanto “mezzo di comunicazione sociale”, come si definiva: meno Carta e più on line, ad esempio. E per far questo si sono liberati dei “fondatori”, Anna ed io, che a tutti i costi – in senso letterale – intendevamo rilanciare e rinnovare, sebbene a tempo ormai praticamente scaduto, l’economia del giornale, la fatale dipendenza dalle sovvenzioni pubbliche, e la sua presenza editoriale.
Nel frattempo, lo spirito originario del Manifesto si era, specialmente nel primo decennio del secolo, frantumato tra impossibili ritorni al passato e generica rincorsa a qualche modernità apparente, pur restando il giornale, per il suo prestigio e la sua lunga storia, l’invaso migliore, si può dire il solo, di un incessante dibattito delle intelligenze non omologate, e degli avvenimenti che i media non giudicano “notizia”. Anche se questo dibattito cadeva in un ambiente “pluralista”, in cui le diverse opzioni restavano isolate, se non giustapposte, invece che ruotare intorno a una personalità del giornale tanto forte e aperta da metterle in comunicazione, da miscelarle: e in questo ha ragione Rossana a lamentare l’inesistenza di una linea di condotta, che, per lo meno, avrebbe fatto da termine di paragone, sollecitando il confronto. Questo è stato il Manifesto nei suoi periodi più vitali, e la divisione tra “politici” e “giornalisti” è fasulla, una spiegazione facile da talk show televisivo.
Ora Rossana e molti altri lasciano, dopo mesi in cui redattori, collaboratori, soci e sostenitori hanno discusso in una situazione radicalmente nuova, quella della liquidazione coatta amministrativa, in cui il destino del giornale è sottratto alla cooperativa e consegnato nelle mani di “commissari” il cui scopo è cercare di pagare i debiti e poi di vendere il vendibile, a cominciare dalla testata. Questo è l’esito di una lunga vicenda in cui – lo dicono molti tra i redattori e sostenitori antichi e nuovi – le cicliche “crisi”, durante le quali migliaia di lettori facevano trasfusioni di denaro nelle casse del giornale, si risolvevano immancabilmente nel nulla di fatto: tutte le cause che avevano provocato la “crisi” avrebbe continuato a produrre i loro effetti fino alla “crisi” successiva.
I redattori e i dipendenti della cooperativa non sono stati in grado di proporre e proporsi rinnovamenti radicali, tali da allargare la platea dei lettori, rimettere in corsa le vendite e ridurre le spese, e i sostenitori non sono stati in grado di influire, mettendo i loro denari, perché ci si atteneva a una sorta di delega. E ancora quest’anno aver lasciato trascorrere i mesi da febbraio, quando iniziò la liquidazione coatta, senza approntare – tutti insieme – un piano di rilancio (economico, editoriale, una ispirazione nuova da proporre a un pubblico più vasto) è quindi a un tempo effetto delle abitudini del passato e una causa del disastro odierno.
I circoli e i sostenitori in genere ora cercano di trovare una via di uscita, una nuova cooperativa che sia finanziata da migliaia di persone e che ricompri la testata, ma è forse troppo tardi (spero non sia così, ovviamente). E nella redazione e tra i lavoratori del giornale ha finito per prevalere l’attesa di un investitore – un acquirente della testata – che per lo meno dia garanzie di competenza (qualcuno che opera nell’editoria) e di correttezza (che garantisca l’autonomia redazionale), e purtroppo i nomi che circolano non sembrano offrire queste garanzie. Ormai si vive, mi pare, una confusa contesa in cui c’è chi desidera un compratore che garantisca almeno in parte i posti di lavoro (meno della metà degli attuali), chi parla di “proprietà collettiva” a un metro dal baratro e chi dice “me ne vado”, con maggiori o minori ragioni non importa, visto che di amputazioni si tratta comunque.
Sono colpevole anch’io. Avevo già vissuto e cercato di capire la vicenda di Carta, per molti versi non differente da quella del Manifesto, e avrei potuto dirlo: non sarebbe servito a nulla, ma almeno avrei ora la coscienza un po’ più tranquilla.
Questo articolo è stato pubblicato su Democraziakmzero.org il 5 dicembre 2012

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